La lettura di un articolo di Andrea Camillo su Finzioni ha suscitato, in seno al neonato movimento #LitBlogStorm, un primo dibattito fornendomi il pretesto per questo intervento. Nei pochi paragrafi in questione, Camillo rimandava alle parole di sir Peter Stothard – storico redattore del The Times Literary Supplement – apparse sul sito del The Guardian oltre a un paio di riferimenti interni al proprio magazine. Ma non è difficile immaginare la quantità di collegamenti cui fa riferimento lo stesso Guardian e la rete di link che da essi si dirama. Stiamo parlando della questione: che effetto hanno i blog letterari sulla letteratura e sulla critica?

Ne pongo il quesito volendo allontanare da me qualsiasi sospetto di pretesa esaustività ma provando, anzi, ad alimentarne il dibattito in terra nostrana per due ragioni che ritrovo in Claudio Giunta: «la prima è che la situazione è così fluida che qualunque saggio sul tema invecchia in pochi mesi: non si fa a tempo a preoccuparsi di Second Life che Second Life passa di moda; non si fa a tempo a dire che il mondo del futuro avrà bisogno soprattutto di esperti in decimazione che già il mondo del futuro dimostra di non sapere bene che farsene, dei decimatori. Ogni analisi, ogni previsione, diventa subito archeologia. La seconda ragione è che i saggi che leggevo tendevano a polarizzarsi tra favorevoli e contrari, come se invece che di capire la trasformazione in corso si trattasse di fare il tifo.»

Trascurando personali divergenze d’opinione e punti di vista non condivisi in merito alla letteratura in sé, cito un’affermazione pronunciata da Stothard – e che mi trova sostanzialmente d’accordo – sulla minaccia che i blog letterari rappresenterebbero per la letteratura, (dall’Indipendent): «It is wonderful that there are so many blogs and websites devoted to books, but to be a critic is to be importantly different than those sharing their own taste… Not everyone’s opinion is worth the same.»

Per procedere con ordine, credo sia opportuno tracciare una linea che conduca alla definizione di litblog. L’idea, ovviamente, non è solo farina del mio sacco ma prende spunto da una lunga conversazione che ho avuto durante il k.Lit di Thiene con Marco Dotti e Paolo Melissi.
Troppo spesso la natura del litblog viene paragonata a quella degli ambienti accademici. Il confronto, però, e, in certo qual modo, la discendenza, sarebbero da ricercare in un’epoca tanto lontana da riservare il dibattito in tempo reale alla sola conversazione in praesentia: a quei luoghi, cioè, o a quelle pratiche che, dal XVI secolo – e con ampia diffusione nel XVIII e XIX – vengono riferiti col nome di salotti letterari. Erano luoghi di conversazione e dibattito animati da intellettuali, borghesi e aristocratici. E, per la prima volta, donne.
Si possono intuire con poco sforzo le somiglianze con l’oggetto-luogo di cui si sta parlando: gente di varia estrazione culturale che dice la propria sugli argomenti in questione, confrontando la propria voce sia con quella autorevole del filosofo, del professore – del pensatore accreditato, insomma – che con quella del vanesio cicisbeo (a.k.a. bimbominkia digitante superficialità impressioniste e riflessioni da lettore di sms). Che vuol dire: varietà di opinioni qualitativamente stratificate, da un lato, e democrazia (si fa per dire) intellettuale, dall’altro.

Cambiano i mezzi di comunicazione, cambiano i modi del discorso. Il secolo scorso ha favorito lo svilupparsi di un dibattito letterario in absentia sulle Terze Pagine dei quotidiani, oltre che sulle riviste specializzate. In questo caso il filtro qualitativo è senz’altro maggiore e ha concorso, forse – e specie in Italia – alla consacrazione di una vera e propria classe degli intellettuali, un surrogato di salotto d’élite nel secolo delle masse.
Che ci sia stata una volontà politica o si sia trattato di genuina evoluzione dei sistemi, la Terza Pagina si è, negli ultimi vent’anni, spostata e ridimensionata, all’interno delle singole testate, fino a fondersi col tempo libero, con gli spettacoli e – se non ci fosse stato un rallentamento o un’inversione (ma questa è un’altra storia) del trend – presto avremmo dovuto cercarla tra gli annunci per scambisti, con tutte le implicazioni del caso.
È a questo punto che nascono i litblog, da un innaturale rapporto di figliolanza: padre salotto, madre pagina. Si assommano, in essi, le contraddizioni del discorso in praesentia – sintagmatico in senso saussuriano – che si sviluppa in orizzontale come sulla linea del tempo e delle voci a seguire; e quelle potenti, autorevoli e spesso antipatiche, dei discorsi in absentia, delle repliche ponderate, delle citazioni e dei rimandi o, ad un livello più pratico, del possibile anonimato.

Il blog rinuncia alla definizione di luogo per concretizzarsi in spazio. Stratificazioni, livelli, campi, punti, volumi e tempi non sono più – non sono solo – concetti con cui devono fare i conti matematici e scienziati ma sono propedeutici per un corretto dibattito sulla critica letteraria 2.0 purché questo non rinunci all’interesse per la qualità. Nota bene Davide Saini in LitBlogStorm, e il rischio della tempesta ferma quando dice che «nel mondo del web sotto molti punti di vista il giudizio è quantitativo e non qualitativo. […] un metro di misura imposto in qualche modo dal mezzo ma anche dalla società tutta, ma che rischia di finire in una gara a chi ce l’ha più lungo. Quanti accessi giornalieri hai? Quanti followers? Naturalmente, come tutti sappiamo questa unità di misura deve essere sottoposta a molte tare. Per iniziare, importantissimo: accessi≠lettori, ma poi anche lettori≠lettori di valore e poi, in ogni caso, tanti lettori≠testi di qualità». Commette questa leggerezza chi prende alla lettera le affermazioni di Stothard e vi si rivolta contro.

Escludendo i tanti addetti ai lavori che, nel passaggio dalla carta stampata alla rete, hanno semplicemente ricalibrato il proprio registro linguistico ma continuano a far Critica, gli autori di litblog si dividono fra lettori ingenui e lettori critici. I primi non meritano la berlina; i secondi hanno l’onere di non scendere a patti con la facile logica dei click: competenza e autorevolezza (in senso etimologico) dovrebbero essere alla base della loro esistenza sul web.
Finché internet conserverà l’attuale autonomia e fino a quando gli interessi del mercato editoriale non saranno troppo attenti alle sue dinamiche, il farmaco più efficace per combattere la minaccia predicata da Stothard è – come ho altrove sostenuto parlando di letteratura – l’acquisizione di strumenti e metodi validi per una lettura sensata dei testi: leggere è un diritto; leggere bene, un privilegio.

Poscritto: parte e più di quanto presentato qui, è stato discusso durante il primo dibattito pubblico #LitBlogStorm a Padova in occasione de La Fiera delle Parole 2012

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