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Di ritorno da Torino qualche pensiero in libertà a proposito dei blog, creature sempre più inquietanti. Un fenomeno perturbante del quale se ne parla con stravaganza, paura, utopia, toni apocalittici ed esagerato entusiasmo.

Giusto per fare un po’ di ordine e rendere chiari alcuni concetti di ritorno da quest’ultima interessante e lisergica edizione del Salone del Libro di Torino.

Avendo preso parte a un incontro organizzato nell’area Book to the Future, Recensioni 2.0: come la rete racconta i libri – a proposito, è mio dovere ringraziare Sara Bauducco per aver reso possibile tutto ciò – mi è stato chiesto di riprendere in mano alcuni argomenti, in quanto i tempi ristretti, dettati dalla conferenza, non hanno reso possibile ulteriori approfondimenti, domande dal pubblico etc.

Niente paura: Keep Calm and follow #LitBlogStorm, una chiave di ricerca che vi può dare delle risposte e soddisfare la vostra curiosità.

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Dunque, chi c’era a Torino domenica 19 maggio al nostro appuntamento, sa che avrei voluto parlare di recensioni, di sviluppo e crescita delle comunità online, dell’influenza dei blog letterari sulle vendite dei libri, sui criteri di valutazione in fatto di autorevolezza e credibilità di un blog, con tanto di slide e appunti redatti per l’occasione.

Queste persone sanno che infine ho deciso di sfruttare il mio intervento pronunciando un discorso “di pancia”, dai toni alle volte volutamente forti e provocatori. La parola chiave del mio intervento è stata “inquietudine”. Come mai questa scelta?

Perché è inquietante il modo in cui si parla di blog letterari. È inquietante come ne parla la stampa, come ne parla la critica tradizionale, ed è allo stesso modo inquietante vedere come i blog letterari parlano di se stessi.

Inoltre è inquietante come da più parti si ignorino alcune questioni, almeno secondo il sottoscritto, decisive.

E poi è inquietante come le case editrici cerchino di rapportarsi con i blog letterari, ovvero nel modo più semplice e prevedibile, cioè rozzo ed istintivo: la promozione unilaterale.

Ma i blog non possono essere assimilati ai loro asset aziendali (esistono già i corporate blogger per questo), né possono essere considerati addetti marketing, peraltro non remunerati. Esistono molte altre interessanti possibilità di interazione, alcune già in atto (ne riparleremo).

Infine è inquietante il contesto in cui questo fenomeno ha preso origine. La crescita del web 2.0, le sue conseguenze sociali ed economiche (negli USA il mercato della pubblicità online è passato da 5 a 120 miliardi di dollari negli ultimi 10 anni, la pubblicità dei giornali cartacei ha perso 35 miliardi di dollari in 3 anni).

Insomma, un’inquietudine generalizzata, un fenomeno perturbante perché segno di una forte perturbazione (e non mi riferisco solo alla pioggia autunnale di Torino).

Parliamoci chiaro: reazioni condivisibili, fisiologiche, negative ma in un certo senso anche positive, poiché legittime conseguenze della percezione di un profondo cambiamento. Una trasformazione che produce, appunto, una certa inquietudine. Non è chiaro il quadro generale, non si sa da che parte stiamo andando, però stiamo cercando di mettere a fuoco.

Tornando a noi, in estrema sintesi: i blog sono “l’ospite inquietante” di un dato (eco)sistema culturale, da tempo codificato in una certa maniera, le cui dinamiche, negli ultimi anni, sono state più o meno scardinate dalla crescita del web 2.0, con tutte le conseguenze del caso.

In primo luogo sulla “narrazione” (parola piuttosto di moda) relativa al “fenomeno lit blog”, spesso piuttosto “disinvolta”. Ora entusiastica, ora scettica, a seconda del meteo giornalistico. Si passa all’ostracismo della critica tradizionale (l’urlo isterico, le smorfie d’orrore, i propositi censori) ai toni entusiastici di un positivismo/giovanilismo intellettuale in realtà miope e preconcetto.

E poi le disquisizioni micragnose ed esoteriche da “addetti ai lavori”, poco comprensibili per un pubblico di lettori profani che dovrebbero invece far parte del nostro pubblico, e l’elocutio tragicamente ombelicale degli stessi blogger.

Ecco, il primo punto è questo: è inquietante come generalmente si parla di blog.

Punto secondo: è inquietante come “l’accademia” considera i blog. Se è vero, come credo, che la letteratura non è fatta solo dai libri ma anche dai discorsi sui libri (Finzioni docet), allora c’è da chiedersi dove avvengono, al giorno d’oggi, i discorsi sui libri. Soprattutto nel web: blog, social network, comunità online.

Se i critici letterari negano l’importanza di questo fenomeno, demolendolo o sconfessandolo, di fatto negano la letteratura stessa, cioè i discorsi sui libri. Perciò negano il loro stesso valore critico e si sottraggono dalla loro funzione – ad esempio di arbitri dialoganti (lo so, il discorso è più complesso ma ci ritornerò).

Tutto ciò è abbastanza inquietante. Soprattutto se si considera il fatto che la blogosfera letteraria nasce non solo come fenomeno dal basso ma anche dal trasferimento/riconversione di alcuni “outsider” della critica letteraria tradizionale su nuove piattaforme digitali.

Punto terzo: la Questione Generazionale che a me sta molto a cuore. Casaleggio, prima che diventasse il Telespalla Bob della politica italiana, nel 2009 diceva: “il 90% dei contenuti online è creato dal 10% degli utenti”. E chi sono questi utenti? “Ragazzi con un’età media di 22 anni. Il 40% sono studenti”.

Ergo: il web è in mano a influencer che fanno parte di una nuova generazione di nativi digitali (padri, comunicatori, intellettuali di domani). Il web è il loro spazio ideativo e comunicativo predominante. È con questo pubblico, con questa realtà che vale la pena fare i conti, dialogare e interagire. E lo dovrebbero fare TUTTI (non solo i blog letterari).

Coloro che vogliono comunicare in rete, che desiderano attuare un lavoro culturale sul web attraverso un determinato progetto è opportuno che adottino tutti gli accorgimenti del caso. Acquisire il giusto know how, fatto di competenze tecniche, testuali, tecnologiche, comunicative, linguistiche, grafiche, digitali al fine di ottimizzare al massimo le possibilità di fruizione e interazione.

E noi sappiamo benissimo che la blogosfera letteraria, da questo punto di vista, può risultare repulsiva, poco accattivante ed obsoleta (certi blog sono proprio inquietanti anche solo da vedere! E poi anche da leggere…).

Da questo punto di vista c’è da fare ancora molto anche se qualcosa si sta muovendo (Book to the Future docet).

Ma è allo stesso modo inquietante che questo “aggiornamento” in molti casi non avvenga (anche per quanto riguarda blog considerati di primo piano), malgrado, punto quarto, la considerazione che i blog tendono ad avere di se stessi. La medesima dilazionata dal loro pubblico, da testate (online e offline) e da commentatori per una qualche ragione “lit blog friendly”.

Una retorica che tende a sovrastimare i blog letterari (che io stesso considero utilissimi), non solo dal punto di vista della loro decisività intellettuale (nuove avanguardie, spazi di libertà imprescindibili, portavoce di una comunità online senza rappresentanza) ma anche dell’efficacia e portata della propria massa critica.

Punto quinto: è inquietante constatare come vengano effettuate le ricerche che si propongono di misurare l’influenza dei blog letterari, tramite la capacità di muovere le vendite dei libri. Mi riferisco anche alla recente ricerca dell’Aie i cui criteri sono ampiamente criticabili (e qui mi trovo d’accordo con quanto dice eFFe).

Ma poi siamo sicuri che il lato rilevante stia davvero nel calcolare quante e non capire quali vendite riescono a muovere i lit blog? La questione a mio avviso è sostanziale (ci scriverò sicuramente qualcosa).

Punto sesto: è inquietante come alcuni blog non intendano affrontare l’argomento relativo al proprio pubblico: a chi ci stiamo rivolgendo? Di quante persone stiamo parlando? Sicuri di essere in grado di mobilitare una considerevole massa critica?

Attraverso qualche semplicissimo dato empirico è possibile dimostrare quanto in realtà stiamo parlando di cifre minori di quelle che si potrebbe immaginare o di quelle che i blogger stessi sono disposti ad ammettere. Ma la mia è solo un’ipotesi che spero venga smentita (ovvio che sì, tornerò anche su questo argomento).

Punto settimo: è inquietante constatare che la maggior parte delle recensioni che si leggono soprattutto sulla stampa tradizionale (e non) non sono recensioni (ed è inquietante che in un incontro chiamato Recensioni 2.0 questo non venga detto!). E sì, tornerò anche su questo argomento.

E poi basta che ho già scritto troppo e potrei continuare ancora per molto…

In fondo il succo del discorso l’avete capito: quella della blogosfera letteraria è una fenomenologia tanto inquietante quanto perturbante.

Una ricetta per fronteggiare questa generalizzata inquietudine? Il disincanto. Mettiamo da parte le retoriche, guardiamo in faccia alla realtà, completiamo le nostre analisi, traiamo delle conclusioni. Insomma, noi ci proveremo.

Per quanto riguarda altre tematiche toccate durante il Book to the Future: Recensioni 2.0, vale a dire autorevolezza/autorialità di una recensione, il merito/demerito dei blog letterari, il confronto tra auctoritas accademica, stampa tradizionale e comunità online, la (reale) capacità di muovere le vendite dei blog letterari (e relativa ricerca dell’AIE), la “questione generazionale” e molto, moltissimo altro ancora (la carne al fuoco è davvero tanta, ve l’assicuro…) rimando ai prossimi articoli targati #LitBlogStorm.

Non vi resta che seguire (e alimentare) la tempesta. Alla prossima!

P.S. to all book bloggers: compilate questo sondaggio creato da eFFe che sta effettuando una ricerca sui blog letterari. 5 minuti spesi bene per supportare la scena: passate parola, daje!

 

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2 commenti a “ #LitBlogStorm: l’inquietante fenomenologia dei lit blog #SalTo13 ”

  1. Marco

    Marco

    La mia impressione è che quando un media (ad esempio i blog) subentra ad un altro (ad esempio i giornali) e gli toglie un tot (anche non grandissimo) di pubblico vuol dire che in realtà il lettore del vecchio media è insoddisfatto.
    Per quanto riguarda invece la mancanza di una forma chiara di questa rivoluzione per me è una conseguenza inevitabile del fatto che nasce più come esperimento, su base amatoriale e volontaria (lasciamo perdere le case editrici e non solo che vorrebbero fidelizzare seguendo il vecchio stile: meritano una pernacchia perché Internet, per quanto invaso dalla pubblicità e sbilanciato verso il 10% di giovani, non è e non sarà mai la TV colle televendite in mezzo allo show)

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    • mi trovo d’accordo con quello che dici, del resto è l’oggetto di un mio secondo intervento (perdona l’autocitazione) #LitBlogStorm: tu chiamale se vuoi recensioni http://www.scuolatwain.it/blog/litblogstorm-tu-chiamale-se-vuoi-recensioni/ però non credo di essere così ottimista: “(internet) non sarà mai la TV colle televendite in mezzo allo show”. Il web è in perenne cambiamento, il volume di mercato sta crescendo e non c’è da escludere nessuna possibilità. Credere che internet possa preservarsi come uno spazio indipendente rispetto agli altri media significa sperare in un’utopia forse già smentita dai fatti…

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