di Valentina Mele.

La leggenda del volto più conosciuto e raffigurato della Londra Ottocentesca nasce all’incirca così: una gnocca, all’uscita dalla fabbrica, viene scoperta da un pittore che la porta via dalla sua famiglia, povera e contraria ad un precario futuro artistico, e la rende una musa ispiratrice assoluta e indiscussa.

Per motivi cronologici non sto parlando dell’albionica Kate, ma di Elizabeth “Lizzie” Siddal, (se il nome non vi dicesse niente, vi basterà pensare alla famosissima Ophelia di John Everett Millais,) e di Walter Howell Deverell, uno di quegli esoterici snob dei Preraffaelliti, che la raffigura per la prima volta in Viola, una trasposizione pittorica de La Dodicesima Notte shakespeariana.

Questo primo lavoro la consacra all’interno della setta artistica: i lunghi capelli rossi e lo sguardo triste e malinconico fanno di lei l’incarnazione massima di bellezza e femminilità del tempo, diventando volto principale di gran parte delle opere di William Holman Hunt, John Everet Millais e Dante Gabriele Rossetti.

Tra tutti, quest’ultimo, non solo la raffigura morbosamente e ossessivamente, ma la incoraggia nella produzione artistica e poetica, fino a che, questa intensa sintonia creativa tra i due, sfocia in una sorta di fidanzamento informale (c’era una forte disparità sociale che impediva l’ufficializzazione del loro amore) che per una decina di anni si consuma con forti alti e bassi.

 

A quanto pare, infatti, Rossetti era un gran farfallone e la povera Lizzie, indebolita da una salute già parecchio cagionevole, aveva il “vizietto” di fare frequente uso di laudano.

La condotta altalenante di Rossetti, oltre al suo sostenuto temporeggiamento nei confronti del matrimonio (fissava continuamente la data delle nozze e poi la rinviava) fanno piombare la povera Lizzie in uno stato depressivo profondo.

Così , quando nel 1860 i due finalmente si sposano, lo stress emotivo della Siddal ha già tinte cariche di depressione e la nascita del loro primogenito, venuto alla luce morto, insieme al timore che il marito si sia infatuato di una musa più giovane, la fanno piombare in uno stato di disperazione senza ritorno accentuando la sua dipendenza dal laudano.

Ed è proprio a causa del laudano che Rossetti la trova morta, di lì a breve, nel suo letto, in uno stato di overdose. Nonostante il referto medico parlasse di “morte accidentale”, Rossetti comprese che si trattava di un atto totalmente voluto dalla donna, ma poiché al tempo il suicidio era considerato illegale, per salvare l’onore del matrimonio e la facciata della famiglia, il caro Rossetti brucia la lettera d’addio scritta dalla moglie.

In un atto d’amore profondo, nel sotterrare l’amata, Rossetti chiude con lei nella bara l’unica copia manoscritta delle sue poesie d’amore dedicate alla modella, avvolgendola nei lunghissimi capelli rossi dell’amata, emblema della sua folgorante bellezza.

Ma, l’amore di Rossetti era – a quanto pare – così “forte” e lampante che dopo sette anni dalla morte di Lizzie, nel 1869, l’artista, in preda agli effetti di droghe e alcool, ossessionato dal voler pubblicare la raccolta , profana la tomba della Siddal prelevando la copia manoscritta e consegnandola dritta dritta alla stampa.

La leggenda vuole che, nel profanare la tomba, il poeta abbia trovato il manoscritto avvolto dai lunghissimi capelli rossi dell’amata, cresciuti anche in seguito alla morte di quest’ultima e che la bellezza della donna fosse rimasta intatta, e così, per sempre il suo fantasma ossessionò la mente di Dante Gabriele Rossetti, che infine la ritrasse dieci anni dopo nei panni della Beatrice Dantesca, in Beata Beatrix.

 

Galleria d’immagini:
Credits immagini:

Dipinto:Dante Gabriele Rossetti, Beata Beatrix, 1972.

Dante Gabriele Rossetti, ritratto fotografico (unknown)

Ophelia by Giulia Biletta

Comics by Narwhals and Nimoy

2 commenti a “ Lizzie Siddal, Rossetti e laudano ”

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )