Lo gnosticismo torna di moda

 

Christopher Nolan è un genio, o comunque, se preferite, è uno che ci sa fare. Sì perché quando un regista non rinuncia alla propria autorialità, non rinuncia a sperimentare, a portare avanti le sue idee anche con il rischio di non essere capito dal pubblico, è sicuramente coraggioso. Se poi facendo ciò riesce anche a riempire le sale, è semplicemente un genio. Come Hitchcock. È questo che pensavo mentre guardavo la sala cinematografica gremita di gente venerdì sera. E poco importa se la gente bofonchiava: “Che schifo di film”, io sorridevo e pensavo: “Voi però intanto siete qui. È un genio”.  Anche perché io non sono il tipo che disprezza ciò che non comprende, e quindi non ho pregiudizi contro i film “difficili”, come per esempio Memento (2000), il primo successo di Nolan. Io me l’ero già messa via, prima di vedere Inception (2010), pensavo che fosse un film godibile da un punto di vista estetico (come nella scena che cita il finale di Zabriskie Point (1970) di Antonioni, quella in cui Di Caprio spiega per la prima volta ad Arianna il ruolo dell’architetto), ma in cui non si capisse niente. E invece devo dire che non è un film difficile da capire. Del resto, fin qui gli incassi di Inception dimostrano che il pubblico lo apprezza e che i miei vicini di poltrona al cinema sono in minoranza. Certo, rispetto a Memento, Nolan ha ora a disposizione i mezzi economici necessari per imbottire i suoi film di effetti speciali, qualora ce ne fosse bisogno (e quest’ultimo è quello che probabilmente spinge di più in questo senso), ma questo è normale. Del resto Nolan, perfino quando è stato chiamato a dirigere l’ennesima trasposizione cinematografica di Batman ha rischiato di fare un film (poi due, con Il cavaliere oscuro)  minimalista come effetti speciali e non molto lineare come trama, riuscendo però ancora una volta a convincere critica e pubblico. Ad onor del vero bisogna dire che oltre al nome di Nolan bisogna tener presente altri due nomi, David S. Goyer e Jonah Nolan (fratello di Christopher), artefici delle intelligenti sceneggiature e degli ottimi dialoghi di quasi tutti i film di Nolan. Ma quello che mi interessa, ora, non è tanto un giudizio critico sul film, quanto una riflessione sul tema di fondo, che, mi pare, non sia tanto il sogno o il mondo del cinema, ma quello della cosiddetta “realtà virtuale”, che a sua volta mi sembra la versione modernizzata della riflessione gnostica. Secondo lo gnosticismo, in due parole, il mondo in cui viviamo non è il vero mondo, ma è un’illusione creata da un falso dio, o falso profeta, o dal diavolo in persona, alias il demiurgo, che ci costringe a vivere nel peggiore dei mondi possibili. La gnosi consiste nell’apprendere (conoscere appunto) tutto ciò, nel rendersi conto. Su quello che si debba fare dopo non è il caso di dilungarsi, ovviamente gli gnostici propongono la via dei misteri esoterici e della propria filosofia,ma questo è un terreno un po’ paludoso che rischia di arrivare fino a Wanna Marchi.

Quest’idea attecchisce facilmente nell’immaginario collettivo, delle persone ma anche degli sceneggiatori. Dai fumetti al cinema di fantascienza (che a sua volta è debitore della letteratura di fantascienza, un nome su tutti: Philip K. Dick, ma anche un insolito Stephen King da cui è stato tratto Il tagliaerbe nel 1992) infatti, l’idea del cattivo che imprigiona il buono (o tutta l’umanità) in una realtà altra (ed ovviamente più brutta e pericolosa) da quella normale è stata ripresa innumerevoli volte. È chiaro poi che questa realtà altra, a seconda della fantasia, può essere di volta in volta una dimensione parallela, un altro pianeta, la televisione, il cinema, la rete, un videogioco o, come nel caso di Inception, il sogno, che a sua volta è una produzione della nostra mente (in questo caso saremmo noi stessi il demiurgo).
Ora, io non credo che ultimamente ci sia stato un forte impulso alla rilettura di Platone, Pessoa o di testi esoterici, temo piuttosto che ad agire sull’immaginario collettivo sia la paccottiglia new age propinata da programmi di sottocultura come Voyager, fatto sta che negli ultimi dieci anni circa sono spuntati come funghi molti film riconducibili allo gnosticismo, e mi sembra interessante che questo sia un tema che torni così tanto in auge al cinema e non solo.
Alcuni esempi: il più evidente è Matrix (1999), in cui il protagonista compie un vero e proprio percorso di gnosi per rendersi conto che la realtà in cui vive è solo un’illusione messa in scena dal cattivo demiurgo per tenere buoni gli umani. Uno dei primi a trattare questo tema fu il già citato Tagliaerbe di Brett Leonard; in questo periodo la realtà altra era il cosiddetto cyberspazio, concetto affrontato in letteratura e al cinema dal cosiddetto genere cyberpunk. Ma da un certo punto di vista anche il Jim Carrey di The Truman show (1998) è vittima di un demiurgo che lo costringe a vivere una vita falsa, in questo caso il film avvia la riflessione sul rapporto tra realtà e finzione nel cinema, e su chi siano le vittime del cinema-demiurgo.
Sempre con Jim Carrey è  Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004), orribilmente tradotto in italiano con “Se mi lasci ti cancello”, in cui un medico-demiurgo scopre il modo di entrare nella mente delle persone per cancellare i loro ricordi. In questo caso la mente stessa diventa una realtà altra, tra l’altro il film è stato scritto dal geniale Charlie Kaufman , già sceneggiatore di un altro film che indagava la mente umana e allo stesso tempo rifletteva satiricamente sul cinema: Essere John Malkovich (1999).
Tre titoli recenti: il ben noto Avatar (2009) e i meno noti The Gamer (2009) e The Surrogates (2009), quest’ultimo tratto dall’omonimo comic book fantascientifico. Lo stesso termine avatar rimanda direttamente allo gnosticismo e alla realtà virtuale: infatti può indicare sia il demiurgo che l’identità che una persona assume nella realtà altra (come il nickname), in questo caso un marine assume l’identità di un alieno, ma a lui la realtà altra piacerà a tal punto da decidere di rimanervi per sempre (lo stesso rischio che corre la mente di molti internauti).

In The Gamer la realtà altra è un videogioco talmente realistico che se muori, muori veramente, mentre The Surrogates racconta la possibilità di delegare la propria vita ad uno o più automi, surrogati appunto, controllati dalla nostra mente in modo tale da poter essere in diversi posti contemporaneamente, non invecchiare, non farsi male, etc.
Infine Paprika (2006) è un lungometraggio giapponese che assomiglia moltissimo ad Inception, la trama infatti è quasi identica: uno scienziato scopre il modo per entrare nei sogni delle persone e interagire con essi, la scoperta attira su di sé le mire di eserciti e imprenditori senza scrupoli e i personaggi, ma soprattutto lo spettatore, non capiscono più dove inizia la realtà e finisce il sogno e viceversa.
Da un punto di vista sociologico o psicanalitico il motivo dell’appeal di questo tema potrebbe anche essere semplice: alla gente non piace il mondo così com’è e quindi si immagina di vivere in un altro mondo, in una realtà virtuale che sia di loro gradimento, quelli più intellettuali magari immaginano che questo mondo fa schifo proprio perché non è reale e che quindi la realtà virtuale sia brutta mentre è la vera realtà che è bella e che però bisogna scoprire o riscoprire. A ciò si aggiunge il tema del sogno che da Freud ai surrealisti non ha più abbandonato le menti, sia quelle di scrittori, registi  e artisti, sia quelle delle persone di cultura medio bassa che vogliono cimentarsi in facili filosofie o esibirsi in declamazioni da salotto.
Il numero di film o libri a sfondo gnostico sarebbe dunque direttamente proporzionale allo schifo che c’è in giro e la deduzione da trarre da tutto ciò sarebbe che il mondo attuale fa piuttosto schifo.

Sicuramente è più facile rifugiarsi nella realtà virtuale piuttosto che trovare un modo per affrontare la realtà vera e in questo senso gli intellettuali o gli artisti sembrano essersi arresi da molto tempo.
C’è anche da dire che evidentemente l’idea gnostica è ciò che Richard Dawkins definirebbe un meme, in poche parole un’idea che si trasmette di testa in testa, di era in era e nei diversi campi artistici e non, pressoché all’infinito. Del resto il titolo del film di Nolan deriva da questo, dal concetto di innesto: dopo che un’idea è stata innestata, essa è il peggior virus ed è quasi impossibile rimuoverla.

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