di Mattia Gazziero.

Quello che state per leggere è un’articolo di risposta ad una nostra precedente recensione, non certamente positiva, de Lo Hobbit, un viaggio inaspettato.

 

Non so se è perché sono ancora fresco di visione e mi trovo a passare la mattina su YouTube a riascoltare la canzone dei nani, ma mi sento di sentenziare che di zoppicante Lo Hobbit ha solo una cosa, ed è lo straniamento che ho avuto al cinema nel vedere che gli hobbit scrivono in inglese. Punto.

Jackson e Del Toro hanno, a mio avviso, svolto un lavoro magistrale, a livello registico e di sceneggiatura. Tutto nel film è funzionale al tentativo, perfettamente riuscito, di trasportare e immergere il lettore nella Terra di Mezzo.

L’idea che l’impianto narrativo alla base del film non fosse in grado di sostenere il peso della narrazione cinematografica poteva essere uno dei timori con cui si entrava in sala (e che io stesso avevo coltivato negli ultimi mesi a causa dell’hype che un’operazione del genere portava con sé), ma una volta uscito dal cinema e da una visione assolutamente NO 3D, la scelta dei tre capitoli mi è parsa del tutto giustificata.

Se il libro de Lo Hobbit offre una trama semplice e certo fanciullesca, è proprio la sua linearità a renderla estremamente solida e in grado di sopportare gli innesti e i focus a cui è stata sottoposta.

Questa credo fosse la consapevolezza degli sceneggiatori che sembrano avere scritto intere scene col libro alla mano. La spontaneità dei dialoghi, unita ad una minuziosa caratterizzazione dei personaggi, rendono a livello visivo l’atmosfera giocosa del romanzo, in particolare grazie alle vivaci e dolci espressioni dell’allegra compagnia (guardare il vecchio Balin per capire); e la fedeltà al testo contribuisce a dare al tutto una struttura che poggia su sicure fondamenta.

Tutto il resto (appendici e inserti inediti), è un valore aggiunto che rende l’esperienza ancora più grande e completa. Le prolissità descrittive sono, per il genere stesso, non solo fondamentali, ma in pieno stile Tolkien. Con Lo Hobbit: un viaggio inaspettato, Jackson e il suo forse “ubriacante”, ma di certo non “ubriacato” uso della macchina da presa, ti fa respirare a pieni polmoni l’aria di un mondo pulsante e in continuo movimento, che vive di leggi proprie (a parte l’inglese come lingua veicolare), e lo fa con una maestria che, mi permetto di azzardare, supera persino la trilogia precedente, e proprio grazie alla sapiente introduzione delle appendici, delle canzoni (pilastri dei romanzi) e delle lunghe digressioni, oltre che ad alcune furbe strizzate d’occhio al suo Signore degli Anelli.

Chiaro, ci sono punti morti e alcuni personaggi fanno la parte della macchietta, ma proprio perché su circa 170 minuti di film appaiono come piccoli e isolati momenti, possono essere considerati dei piccoli nei incapaci di intaccare l’opera nel suo complesso.

Infine credo che la vivacità della sceneggiatura riesca a restituire il carattere frivolo e simpatico del romanzo, senza scadere nel ridicolo. E la regia, certo iperbolica e monumentale (e per fortuna!), guida lo spettatore tra il riso spontaneo e i toni epici con sapienza e delicatezza: penso in particolare alla sequenza degli indovinelli nell’oscurità che vede protagonisti Gollum e Bilbo, in cui i toni sono continuamente smorzati e l’epos è sempre a portata di mano.

Insomma un film che non soffoca il romanzo, ma che lo nutre, lo esplora e lo celebra.

 

Minimalist movie poster by Jason Siner

 

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