Lo Hobbit Desolazione Smaug Movie Review

Peter Jackson ha deciso di dedicare il secondo capitolo della nuova trilogia all’universo tolkeniano e permangono le perplessità sollevate da Un viaggio inaspettato. Lo Hobbit – la desolazione di Smaug è un giochino nerd, involuto e narcisista, un pasticcio confuso e squilibrato che emoziona a tratti, ma che più spesso annoia o, peggio, fa involontariamente ridere.

Si consiglia caldamente di NON vedere il film in 3D, non ne vale la pena.

Annunciato da un mastodontico battage pubblicitario, atteso come il film-evento dell’anno, giunge al cinema Lo Hobbit – La desolazione di Smaug, secondo capitolo della seconda trilogia (!!!) che Peter Jackson ha deciso di dedicare all’universo tolkeniano.

Dopo lo scontro con gli orchi di Azog (Manu Bennett) alle pendici della Montagne Nebbiose, Bilbo (Martin Freeman) , Gandalf (Ian McKellen) e la compagnia di nani capeggiata da Thorin (Richard Armitage)  riprende il suo viaggio verso il regno di Erebor, dentro la Montagna Solitaria.

La compagnia proseguirà attraverso Bosco Atro, dove verrà imprigionata dal re degli elfi, Thranduil (Lee Pace). Nel frattempo Gandalf, allontanatosi dal gruppo, scoprirà che dietro ai movimenti degli orchi si cela Sauron, che si sta segretamente riorganizzando nella fortezza di Dol Guldur.

Dopo una rocambolesca fuga in dei barili, Bilbo e i nani riusciranno a fuggire da Tharanduil e grazie all’aiuto di Bard L’arciere (Luke Evans), giungeranno ad Esgaroth, la città sul lago che fronteggia la Montagna Solitaria.

Decisi a proteggere il reame elfico di Bosco Atro dalle forze del male, il figlio di Thrainduil, Legolas (Orlando Bloom), e Tauriel (Evangelin Lilly) si mettono sulle tracce degli orchi di Azog, che continuano ad inseguire la compagnia di nani.

Dopo essersi accordati con il  governatore di Esgaroth (Stephen Fry), i nani riusciranno a giungere alla Montagna Solitaria. Bilbo entrerà nelle sale di Erebor nel tentativo di recuperare, di nascosto a Smaug da tempo addormentato, l’arkengemma, con la quale Thorin potrà rivendicare il suo trono e la sua supremazia sulle sette le famiglie dei nani. Ma qualcosa andrà storto e il drago si sveglierà.

La desolazione di Smaug è senza dubbio migliore del precedente Un viaggio inaspettato, ma nonostante il drago sia perfettamente riuscito e per quanto il film avvinca di più del suo triste predecessore, ciò non basta a convincere della bontà di un’operazione che, francamente, continua a sconcertare.

Pubblicato quasi vent’anni prima de Il signore degli anelli, Lo Hobbit di Tolkien è poco più di una favoletta, che introduce alcuni personaggi che poi ritroveremo nelle celeberrima trilogia, ma che non è concepita, ne nello stile ne nella struttura narrativa, come antefatto delle vicende di Frodo e della compagnia dell’anello.

Tradendo lo scrittore britannico, Jackson decide di fare del suo Hobbit l’antefatto alla trilogia de Il signore degli anelli, tanto nello stile che nella struttura narrativa. Forse spaventato all’idea di dover modificare troppo il precedente romanzo di Tolkien, il regista neozelandese cerca di coniugare la complessità di rimandi e l’epos de Il signore degli anelli con il tono più leggero e giocoso de Lo Hobbit, senza, tuttavia, tentare alcuna sintesi tra i due aspetti, ma semplicemente accostando li uni a gli altri.

Jackson mantiene inalterato lo spirito e gran parte delle vicende de Lo Hobbit, che riporterà con maniacale precisione, ma nel contempo allarga a dismisura il tessuto narrativo del romanzo per infilarvi una quantità vertiginosa di riempitivi, inventati o estrapolati da qualsiasi altro scritto tolkeniano, atti a creare una fitta rete di rimandi con Il signore degli anelli.

La desolazione di Smaug 1

 

L’idea era quella di ampliare il respiro de Lo Hobbit senza tradire troppo la sua natura. L’esito è un pasticcio confuso e squilibrato in quanto le vicende del romanzo non hanno nulla a che vedere con i riempitivi. Questi due aspetti della sceneggiatura sembrano correre su due diversi binari, come se stessero raccontando storie differenti. Inoltre i riempitivi non sono nemmeno coerenti tra loro, differendo troppo sia per tono che per efficacia, e finiscono per amplificare ulteriormente questa sensazione di confusione e di inconcludenza.

Così alcuni passaggi risulteranno trattati sbrigativamente, altri tirati troppo per le lunghe, soprattutto le interminabili e compiaciute scene d’azione (la sequenza della fuga con i barili è semplicemente patetica in tutto il suo virtuosismo tecnico). Alcuni momenti vivranno di un vero e proprio respiro epico, su tutte la splendida parte finale con il drago, altri invece saranno comici, altri invece ridicoli, in particolare l’imbarazzante triangolo amoroso Legolas-Tauriel-e il nano Kili.

Su tutto questo pesa (e tantissimo) la magniloquente e roboante regia di Jackson, che sfodera tutta la sua abilità in continui ed iper-spettacolari movimenti di camera. A volte il gioco funziona e lo spettatore rimane incantato,  altre volte tutto questo dinamismo appare così inutile e gratuito da stancare e vorresti semplicemente voltar lo sguardo per evitare di dar di stomaco. Jackson vuole immergere lo spettatore in un bagno sensazionalistico di puro spettacolo visivo, ma a volte questo bagno più che farti scorrere un brivido rischia di farti annegare.

Ed il 3D? Indecente. Jackson, o chi per esso, non lo sa usare. Punto. Il film è quasi completamente piatto, tranne qualche patetica scenetta o con l’ape o con la freccia che ti esce dello schermo tanto per dirti “ehi, non li hai buttati nel cesso i tuoi 3 euri in più, il 3D c’è anche qua ;)”. Ridicolo.
Sono passati quasi quattro anni (QUATTRO!) da Avatar, possibile che una produzione di tale livello non sia in grado di fare un 3D decente?

La desolazione di Smaug 4

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché tutto questo? Credo improbabile che la responsabilità di questo confuso e pasticciato lavoro risieda esclusivamente in qualche avido produttore cinematografico hollywoodiano che ha costretto il povero Jackson a cimentarsi in un’operazione folle per riempire di dollaroni i produttori spremendo i libri di Tolkien fino all’ultima goccia.

Penso che per quanto potesse essere monetariamente allettante l’idea di trarre una trilogia da Lo Hobbit, nessun produttore sano di mente avrebbe mai concepito un progetto simile. I rischi di un lavoro di questo tipo sono oggettivamente altissimi: stiamo parlando di un progetto ambiziosissimo, costosissimo, che lavora su di un genere di scarso successo al botteghino (il fantasy, tranne per qualche clamoroso caso, si è rivelato più fallimentare che vincente agli incassi), e che ritorna nell’universo de Il signore degli anelli con uno script sconfinatamente più debole rispetto a quello della prima trilogia, rischiando, così, di venir completamente annientato dal confronto con il precedente lavoro tolkeniano di Jackson.

THE HOBBIT: THE DESOLATION OF SMAUG

Solo il regista neozelandese avrebbe potuto concepire un progetto del genere, ma, soprattutto, solo lui avrebbe potuto realizzarlo. Dopo Il signore degli anelli, King Kong e perfino Amabili resti, abbiamo imparato a conoscere la vena eccessiva ed ipertrofica di Jackson: nessun altro regista avrebbe concepito un progetto così monumentale a partire da quel piccolo libro che è Lo Hobbit di Tolkien; e nessun altro regista avrebbe saputo far funzionare un lavoro del genere, perché, semplicemente, non avrebbe saputo come riempirlo.

Solo Jackson avrebbe saputo mettere in piedi la fitta rete di citazioni e rimandi che è la spina dorsale di questa nuova trilogia, e, soprattutto, solo Jackson avrebbe saputo dargli una messa in scena. Al di là dei suoi eccessi, il regista neozelandese conosce alla perfezione i punti di forza dello script che ha tra le mani e sa perfettamente come fare per renderli al meglio. Così dopo 2 film e quasi 5 ore di pellicola Jackson non sbaglia il momento cardine della trilogia, l’incontro con il drago Smaug, così come nel precedente Un viaggio inaspettato aveva fatto centro con la sequenza nodale dell’incontro di Bilbo con Gollum e dell’impossessarsi del primo dell’anello.

Smaug è uno dei vertici più straordinari del cinema di Jackson, e non ha nulla da invidiare ai fasti de Il signore degli anelli. Tutta la sequenza dedicata al drago è semplicemente perfetta: con un senso grandioso dello spettacolo ed una sorprendente fantasia visiva ed acutezza, Jackson da il meglio di sé, regalando finalmente un momento di grande cinema.
Smaug viene tratteggiato come una figura complessa e ambigua, dalla sconfinata conoscenza e furbizia e dalla terrificante forza e potenza. Tutto il dialogo tra Bilbo e Smaug è interamente giocato sulla furbizia dell’uno e dell’altro, in un teso e sagace scambio di battute. Infine la sequenza della fuga dei nani dal drago: un momento di epico e grandioso spettacolo.

THE HOBBIT: THE DESOLATION OF SMAUG

Questa splendida parte conclusiva insieme al generale maggior ritmo del lungometraggio, dovuto all’assenza di un prologo e ad una struttura narrativa inedita (che non sembra una copia di quella de La compagnia dell’anello), fanno della Desolazione di Smaug un film decisamente più riuscito rispetto ad Un viaggio inaspettato. Ma è solo apparenza.
Questo secondo capitolo è, di fatto, identico al precedente. L’operazione che ne è alla base è la stessa e non cambia l’impressione di trovarsi davanti a qualcosa di inutile e sbagliato. La sensazione di una maggior efficacia è semplicemente dovuta ad un diverso soggetto, che parte già in medias res e che per forza di cose si discosta da quello de Il signore degli anelli.

In fin dei conti La desolazione di Smaug altro non è che un giochino di un nerd. Una deriva narcisista e compiaciuta di Peter Jackson, che si sbrodola come un bambino nel ritornare nella sua amata e fortunatissima Terra di Mezzo e che si dimentica dello spettatore, che viene strapazzato da un pasticcio confuso e squilibrato che emoziona a tratti, ma che più spesso annoia o, peggio, fa involontariamente ridere.

Non basta Smaug a risollevare le sorti del lungometraggio: nonostante Jackson faccia centro con la sequenza nodale del film, questa rimane l’unico momento riuscito in un marasma confuso e soprattutto inutilmente lungo e, quindi, per quanto sia di alto livello non basta a giustificare l’intera operazione, fallimentare fin dai suoi presupposti.

La desolazione di Smaug 3

3 commenti a “ Lo Hobbit – La desolazione di Smaug [MOVIE REVIEW] ”

  1. JohhnyBanana

    JohhnyBanana

    MI dispiace paoletto ma mi trovi completamente in disaccordo con ciò che hai scritto. Difatti, in qualità di grande appassionato dei film tratti dai libri di Tolkien, trovo che questo capitolo della saga de Lo Hobbit sia un buon capitolo di mezzo, in quanto non smorza la tensione creatasi nel primo film, anzi la aumenta considerevolmente e prepara lo spettatore al capitolo conclusivo della saga. Assolutamente errata, secondo me, è l’affermazione nella quale tu, paoletto, affermi che il 3D non dia un ulteriore spessore alla pellicola, mentre è l’esatto contrario; invero enfatizza l’atmosfera fiabesca che distingue questa saga dalla precedente. Ad esempio, non hai apprezzato la scena del combattimento tra elfi, nani e orchi lungo il fiume? Personalmente l’ho trovata un piccolo capolavoro, in quanto fonde un’ottima coreografia ad una fotografia spettacolare, scena che sa essere sia a tratti anche comica.

    Rispondi
    • Paolo Radin

      Paolo Radin

      Resto della mia idea che il 3d de Lo Hobbit non valga la pena. In che modo un’ape o una freccia che escono dallo schermo incrementano l’atmosfera fiabesca del film? A mio avviso tendono piuttosto ad incrementare la spettacolarità del lungometraggio e quindi la sua gradisità ed epos, proseguendo sulla stessa linea de Il signore degli anelli, più che discostandosene (cosa che poi è confermata dall’intera impostazione del film).
      Se ti riferisci alla sequenza della fuga nei barili, io, francamente, l’ho trovata patetica. Credo sia innegabile la sua ottima realizzazione e conseguente spettacolarità, ma altro non è che uno sfoggio gratuito ed inutile di abilità tecnica che non aggiunge nulla al film ne in spettacolo (di cui il lungometraggio è già sovraccarico), ne in narrazione (essendo di fatto un punto morto smaccatamente dilatato non a fini narrativi).
      Credo che il 3d sia un mezzo espressivo dalle grandissime potenzialità, ma credo che ancora nessuno l’abbia sfruttato a dovere. Il più delle volte, come in questo caso, lo si usa solo per incrementare il prezzo del biglietto e incassare di più, senza avere nessuna precisa volontà espressiva se non quella di rendere una pellicola facilmente (e falsamente) più spettacolare. Di fatto un film rigorosamente in 2d come Inception, o il rencendete Hunger Games – La ragazza di fuoco, sono più spettacolari dell’80% dei film usciti in 3d.

      Rispondi
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )