Dopo anni e anni di travagliata produzione, finalmente sbarca nelle sale il tanto atteso Lo Hobbit, un viaggio inaspettato, primo capitolo della nuova trilogia che Peter Jackson ha deciso di dedicare a Tolkien e alla Terra di Mezzo.

Il film si sviluppa grosso modo entro i primi sei capitoli del romanzo, il cui filo narrativo viene intrecciato ed arricchito con una serie di episodi o recuperati da altri libri e racconti tolkeniani, o inventati appositamente dagli sceneggiatori per agganciare maggiormente il film con la precedente trilogia dell’anello.

Recuperando l’impianto narrativo della Compagnia dell’anello, il lungometraggio si apre con un (abnorme) prologo in cui ritroviamo un Bilbo Baggins anziano (Ian Holm) che ci racconta in lungo e in largo l’antefatto storico alle vicende de Lo Hobbit: il terribile drago Smaug che cacciò i nani dal loro regno sulla Montagna Solitaria, Erebor.

Segue poi l’inizio vero e proprio della vicenda con l’arrivo inatteso dello stregone Gandalf (Ian McKellen) nella Contea e con il suo tentativo di convincere un giovane e ostentatamente tranquillo Bilbo (Martin Freeman) a seguirlo in un viaggio alla riconquista di Erebor al seguito di una compagnia di nani capitanata da Thorin (Richard Armitage). Il lungometraggio continua con il viaggio del gruppo attraverso le Terre Selvagge fino a Gran Burrone, poi attraverso le Montagne Nebbiose, nelle quali Bilbo incontrerà Gollum (Andy Serkis), fino alle soglie di Bosco Atro al centro del quale si trova la tanto agognata montagna da riconquistare.


Lo Hobbit, Un viaggio inaspettato, pur conservando la magnificenza estetica e stilistica della trilogia dell’anello, manca della solidità e della grandezza narrative caratteristiche dei tre film precedenti. Soffocato dall’eccesso registico di Jackson, il lungometraggio parte male, anzi peggio, ma nel finale riesce in parte a riscattarsi, fecendo ben sperare per i capitoli futuri.

Quel gusto per campi lunghi particolarmente scenografici e per virtuosistici movimenti di camera, tipico del Jackson de Il signore degli anelli e dei film successivi, viene portato ne Lo Hobbit, Un viaggio inaspettato al suo apice: lo sguardo del regista neozelandese è uno sguardo avido ed insaziabile, smanioso di rendere ogni dettaglio e ogni particolare.

Il regista vuole mostrarci tutta la magnificenza della sua ricostruzione della Terra di Mezzo e lo vuole fare nel modo più spettacolare possibile, il suo è un occhio iper-visivo e iper-cinetico che vuole immergere lo spettatore nel bagno sensazionalista di uno spettacolo estetico senza pari.

Questo è tipico di molti blockbuster americani recenti, ma Jackson non è il solito e anonimo artigiano hollywoodiano: il suo virtuosismo è tutt’altro che comune, oltre ad essere dotato di un gigantismo ed una monumentalità inaudita, è arricchito da una fantasia visiva davvero smodata, che sa scovare una quantità incredibile di soluzioni, di inquadrature e movimenti sempre diversi e ricercati e tutti perfettamente riusciti nella loro sorprendete spettacolarità.

 

Ma l’estetismo de Lo Hobbit, Un viaggio inaspettato è incontrollato e debordante, barocco nel senso più puro del termine. Il regista neozelandese sembra non riuscire a gestire con efficacia un registro più dimesso che giochi sulla sottigliezza dell’inquadratura e non sull’esuberanza visiva. Proprio per questo mancano nel lungometraggio delle scene o sequenze che siano veramente memorabili. Il film è all’insegna dell’eccesso, il tono generale è troppo sopra le righe, impendendo, così, ad una sequenza di spiccare in modo netto su di un’altra.

Questa linea barocca si rispecchia anche nella sceneggiatura, ideata anch’essa da Jackson, in collaborazione con Guillermo del Toro (che in origine doveva anche dirigere il film), Philippa Boyens e Fran Walsh. L’idea di trarre una trilogia da un libro tutto sommato semplice e fanciullesco lascia perplessi: la necessità di aggiunte per riempire ben tre lungometraggi a partire da un soggetto che starebbe comodamente in uno, non fa altro che incentivare la deriva iperbolica e barocca del cinema jacksoniano, giustificandone gli eccessi estetici e la mancanza di sintesi.

Sull’esile struttura dei primi sei capitoli de Lo Hobbit, Jackson accatasta e accumula una serie di prolissità descrittive e di nuovi episodi narrativi con la volontà di allargare l’originaria impostazione del romanzo, semplice, giocosa e fiabesca, per ampliarne il respiro deviandolo verso la magniloquenza e l’epos de Il signore degli anelli.

Ma, per quanto Jackson possa fare, quest’ultima non può essere ricreata, proprio perché la base su cui questi innesti narrativi vogliono inserirsi è inadeguata per supportarli. Inoltre Jackson non vuole rinunciare del tutto alla vena leggera e comica de Lo Hobbit, ma non riesce a raccordarla con efficacia alla prospettiva monumentale che vorrebbe dare al film: molti momenti comici rischiano di cadere nel ridicolo, altri stridono con il ricercato epos (il re dei goblin, ad esempio) e alcuni tentativi di alleggerire certi personaggi finiscono per renderli inutili e macchiettistici (Saruman e Galadriel) oppure, anche se riusciti, avulsi rispetto al contesto tolkeniano (Radagast il bruno ricorda un po’ troppo l’universo della Rowling e di Harry Potter).

 

Ne risulta una sceneggiatura annacquata e prolissa. In primis tende a smarrirsi l’identità stessa del film, che arranca tra l’epica de Il signore dell’anello e l’originaria leggerezza comica e giocosa de Lo Hobbit senza riuscire a pendere in modo decisivo ne da una parte ne dall’altra, rischiando di scadere troppo facilmente nell’anonima ed infantile esuberanza del comune blockbuster fantasy hollywoodiano. In secondo luogo tende a perdersi anche il filo narrativo del film, soffocato dalla ridondanza dei dettagli.

Di questa sceneggiatura narrativamente debole e deficitaria di un’identità forte ne risentono anche i personaggi che, anche se supportati da bravi interpreti (McKellen per Gandalf o Freeman per Bilbo) o con l’adeguato spazio nella narrazione (Thorin), faticano ad emergere ed assurgere a quel fascino e carisma che avevano i personaggi de Il signore degli anelli.

Jackson sembra voler ubriacare lo spettatore con la vistosità estetica del suo film e con la sua infinità di rimandi e agganci senza riuscire a stratificare significati (tanti psicologici, che narrativi) ne a valorizzare nel modo adeguato la già fiacca sceneggiatura. Il film gira troppo frequentemente a vuoto, appare scomposto e squilibrato, alternando sequenze efficaci (l’incontro tra Bilbo e Gollum) ad altre decisamente meno riuscite (il consiglio tra Gandalf, Saruman e Galadriel a Gran Burrone) ed inoltre appare letteralmente spaccato in due con una prima parte eccessivamente lunga e prolissa in rapporto alla sua pochezza narrativa, ed una seconda parte tesa ed emozionante che ridona vitalità al lungometraggio, riportandolo a galla e facendo ricordare i fasti de Il signore degli anelli.

 

Peter Jackson – Clase Premier, november cover

Lo Hobbit, Un viaggio inaspettato è un film descrittivo, vuole essere un sontuoso e monumentale affresco della Terra di Mezzo, recuperando il maggior numero possibile di personaggi e leggende e squadernando tutta la bellezza e incanto dei suoi luoghi e paesaggi. Un lungometraggio che soffoca il romanzo di partenza con un progetto completamente sproporzionato rispetto alla sua struttura narrativa, che piega il libro riducendolo a mero pretesto per un ritorno infantile, compiaciuto e commerciale alla fortunata (forse anche troppo) Terra di Mezzo.

Certo il finale e la sua impennata di vitalità riscatta in parte il film e fa ben sperare per gli episodi futuri, ma ciò non toglie l’amaro in bocca per un’operazione tanto spettacolare, quanto eccessiva, e forse anche un po’ gratuita ed autoreferenziale.

 

illustration by Brandon Riesgo

2 commenti a “ Lo Hobbit, un viaggio zoppicante ”

  1. Mattia

    Mattia

    Non so se è perché sono ancora fresco di visione e mi trovo a passare la mattina su youtube a riascoltare la canzone dei nani, ma mi sento di sentenziare che di zoppicante lo hobbit ha solo una cosa, ed è lo straniamento che ho avuto al cinema nel vedere che gli hobbit scrivono in inglese. Punto.
    Jackson e Del Toro secondo me hanno fatto un lavoro magistrale, a livello registico e di sceneggiatura. Tutto nel film è funzionale al tentativo, perfettamente riuscito, di trasportare e immergere il lettore nella Terra di Mezzo. L’idea che l’impianto narrativo alla base del film non fosse in grado di sostenere il peso della narrazione cinematografica poteva essere uno dei timori con cui si entrava in sala (e che io stesso avevo), ma una volta uscito, la scelta dei tre capitoli mi è parsa del tutto giustificata. Lo hobbit ha una trama semplice, fanciullesca, come dici tu, ma solida, e questa è perfettamente restituita nella pellicola, quasi a livello letterale (penso alla sequenza dei troll e al capitolo degli indovinelli nell’oscurità). Tutto il resto (appendici etc) sono un valore aggiunto che rendono l’esperienza ancora più grande e completa. Le prolissità descrittive sono, per il genere stesso, non solo fondamentali ma anche in pieno stile Tolkien. Con lo Hobbit, Jackson ti fa respirare a pieni polmoni l’aria di un mondo pulsante e in continuo movimento, che vive di leggi proprie (a parte l’inglese come lingua veicolare), e lo fa con una maestria che supera la trilogia precedente, proprio grazie alla sapiente introduzione delle appendici, delle canzoni (pilastri dei romanzi) e delle lunghe digressioni, oltre che alle furbe strizzate d’occhio al suo Signore degli Anelli. Chiaro, ci sono punti morti e alcuni personaggi fanno la parte della macchietta, ma sono piccoli nei.
    Infine credo che la vivacità della sceneggiatura riesca a restituire il carattere frivolo e simpatico del romanzo, senza scadere nel ridicolo. E la regia guida lo spettatore tra il riso spontaneo e i toni epici con sapienza e delicatezza: penso in particolare alla sequenza con Gollum, i cui toni sono continuamente smorzati e l’epos è sempre a portata di mano. Insomma un film che non soffoca il romanzo, ma che lo nutre, lo esplora e lo celebra.

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  2. Paolo Radin

    Paolo Radin

    Dipende molto dal punti di vista con cui ti approcci al film. Credo che da fan del libro, e in generale di Tolkien, tutti i continui rimandi alla trilogia e al Silmarillion siano delle chicche che arricchiscono lo sviluppo narrativo.
    Io non mi ritengo un fan, Tolkien mi piace ma non ne vado pazzo, e tutti quei continui rimandi, tutti quei continui dettagli, mi son parsi inutili.
    In primo luogo perché, a volte, sono descrittività eccessive e ridondanti che non servono al fine di una maggior comprensione del film (per esempio il prologo: è veramente troppo, ma troppo lungo, racconta l’antefatto per filo e per segno, ma non se ne sentiva la necessità, e poi che senso ha tirar fuori Frodo e i preparativi alla festa di Bilbo? la saga dell’anello è arcinota, l’inserimento di questo episodio e totalmente gratuito).
    E in secondo luogo perché spesso queste lungaggini sono inserite male: nella prima parte ci saranno 20 min. di flashback-spiegone su un totale di un’ora di narrazione, nella seconda parte nulla. Strutturalmente la sceneggiatura è completamente squilibrata, una distribuzione più attenta e “furba” di queste parti descrittive avrebbe giovato al film.
    Le varie parti, narrative e descrittive, sono in generale mal raccordate e mal sviluppate: alcune scene d’azione sembrano piombare a caso nella scenggiatura (come la scena della lotta dei giganti di roccia), altre sono introdotte da secoli di descrizione/spiegazione (la cena in casa di Bilbo, preceduta dall’abnorme prologo).
    Senza contare quella che, secondo me, non è una felicissima integrazione tra ricercata magniloquenza e comicità. Ad esempio la scena nella montagna: spettacolari e monumentali movimenti di macchina, montaggio accellerato e suspance narrativa, per la paura che i nani vengano catturati, accostati alla figura del re dei goblin, che vorrebbe essere comica, ma che nel contesto non è altro che ridicola.
    Infatti, a mio avviso, la lentezza de “lo Hobbit” è solo lentezza, non ha nulla a che vedere con il fascino, la solennità e la magniloquenza della lentezza narrativa della precedente trilogia di Jackson.
    Boh, alla fine il film mi è parso tanto autoreferenziale, mi sembra che Jackson non abbia fatto altro che accumulare dettagli e particolari, dando massima liberta al suo estreo creativo, completamente incurante di tutto il resto.

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