La colpa, finalista dello Strega 2012: un romanzo su tre adolescenze sfregiate, una parabola parabola moderna sulla condanna, la colpa degli innocenti.

La colpa di Lorenza Ghinelli parte male. È un libro brutto, condannato dalla tamarragine di un progetto grafico da thrillerone-best-seller anni ’90 tanto caro ai vertici della Newton Compton. Direte: embé che c’entra? C’entra. L’industria editoriale lo sa meglio di chiunque altro: il libro comunica già qualcosa prima che qualcuno ne possa leggere anche una sola riga. Lo sanno i lettori che si fanno un giro in libreria. E il messaggio che la copertina de La colpa vuole dare è a mio avviso fuorviante. Perché la Ghinelli non è Patricia Cornwell – altrimenti il suo nome avrebbe il corpo di carattere grande il doppio rispetto al titolo del romanzo, e non viceversa.

Ma non vorrei essere frainteso. Dico che il paragone non ha ragione d’essere non per demeriti letterari, anzi, ma perché credo che questo libro non sia ascrivibile a quel filone affollatissimo di thriller efferati, crime stories cupe, e un po’ gotiche, all’americana. No. In realtà Lorenza Ghinelli va oltre tutto l’ambaran, se non altro per lo stile, probabilmente l’aspetto che più mi ha colpito di questo romanzo. Una lingua spezzata, fatta di frasi brevi di impronta sì anglosassone, ma inframezzate da lirismi icastici improvvisi ed estremamente evocativi, che esplorano con maturità le pieghe lessicali di un idioma ricco e tipicamente italiano. Scommetto una cena che la Ghinelli, malgrado le cospicue differenze, è andata a prendere lezioni da Alan D. Altieri oltre che dai corsi della Scuola Holden dalla quale è uscita, apprendendo una tecnica pregevole, che potrebbe ricordare, consentitemi la metafora calcistica, i fraseggi degli spagnoli (pardon, ma devo ancora superare il trauma).

Un romanzo che si beve tutto d’un fiato: formula ritrita nel mercato delle pulci dei recensori letterari, ma che, paradossalmente, non si confà a questo romanzo. Mi ci è voluto un po’ per somatizzare tale prosa che ad ogni modo si integra perfettamente con una narrazione dai forti contenuti emotivi. Ovvero la storia di tre adolescenze sfregiate, tre segreti indicibili, tre percorsi introspettivi segnati da piaghe che si intrecciano in una trama incalzante, fatta di incontri, esperienze, scambi («non si può essere bambini se non te lo concedono»). Un romanzo tutto dolore e riscatto, dove Estefan, Martino e Greta, i tre protagonisti, sono costretti a vivere (a sopravvivere) malgrado chimere artigliate che grattano l’anima. Lutti provenienti dal passato, traumi laceranti, assenze insostituibili.

Estefan assiste alla morte del fratello neonato con il quale condivide la camera. Martino subisce lo stupro dallo zio, quello simpatico che gli regala i dischi dei Clash (ogni accordo di Strummer & Co, da quel giorno, lo rendono una bestia). Martina ha “ucciso” la madre tossicodipendente durante il parto. Insomma, tutta roba per un salotto di Barbara D’Urso che la Ghinelli rende letteratura implacabile, plasmando un percorso narrativo affilato e uno sviluppo e un finale convincenti.

La colpa è quindi un romanzo ben calibrato, che parla di vite violate, di sottrazioni crudeli, di ferite inestinguibili, e della cieca inettitudine del mondo adulto, incapace di comprendere e penetrare i segreti e i dolori dei propri figli. E allo stesso tempo una parabola moderna sulla condanna (La colpa, appunto) che ricade sulla testa di vittime innocenti sotto forma di un’inesorabile etichetta, quella dell’individuo “deviato”. Una ferita rimarginabile solamente dopo aver superato la via crucis della riappropriazione di una nuova identità. Non esattamente un horror contemporaneo come suggerito dall’artwork di copertina, e dal marketing che ne consegue, ma un libro che indaga tragedie con stile e maturità, senza scadere nel banale, usando gli strumenti della letteratura di genere, ma fino ad un certo punto, tessendo un intreccio tutto sommato accattivante, anche se non trascendentale, che ha inaspettatamente portato tale titolo alla cinquina finalista dello Strega 2012.

Di qui la mia simpatia verso questa giovane autrice (classe ’81), praticamente una coetanea, già così affermata e versatile (grafica pubblicitaria, web designer, fotografa, sceneggiatrice). La tipica “outsider” della kermesse, alla quale non auguro di vincere, per il semplice motivo che un tale successo potrebbe avere su di lei l’ambiguo potere di “divorarla” (Il divoratore, appunto, è il titolo del suo esordio di successo): do you remember Paolo Giordano? E quindi dico: bene così. La tua battaglia, cara Lorenza, l’hai già vinta. La colpa in finale sancisce il doveroso interesse verso una narrativa popolare di giovani autori che riescono ad emergere e ad imporsi sul grande pubblico con personalità, e questa è una notizia positiva. Il successo che può dare la vittoria in un simile concorso porta con sé un bel bagaglio di rogne.
Non comunque paragonabile alla cena che avanzo dall’/con l’autrice per la scommessa su Altieri.

 

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Strega 2012:

Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie (92 voti)
Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, Rizzoli (70 voti)
Alessandro Piperno, Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori (68 voti)
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi (64 voti)
Lorenza Ghinelli, La colpa, Newton Compton (38 voti)

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