Luciana Castellina - La scoperta del mondo di Alberto Bullado. Personalmente ho un qualche problema con le autobiografie poiché alle volte sono poco interessanti o scritte male. Senza contare che spesso queste tipologie di testi, al di là dell’interesse creato e suscitato dalla popolarità dell’autore, non riescono ad evadere da una propria fisiologica autoreferenzialità. Ad alimentare qualche dubbio vi è l’introduzione che Luciana Castellina fa precedere al proprio racconto, La scoperta del mondo (Nottetempo), tra i cinque finalisti del Premio Strega: «Quando mi è capitato fra le mani il mio diario, scritto da adolescente fra il 1943 e il 1948, ho pensato che sarebbe valsa la pena condividere queste memorie con i miei nipotini Alfredo, Fushu e Vito, perché si facessero un’idea di che cosa significava avere la loro età nei remoti anni ’40 (…). Questo libro – che su quel diario è fondato – nasce di qui». Tuttavia va subito detto che Luciana Castellina, classe ’29, militante e parlamentare comunista, radiata dal PCI nel ’69 quando, con Magri, Natoli, Parlato, Pintor e Rossanda, fondò Il Manifesto diventandone una delle voci più autorevoli, non è certamente una Nonna Papera a caso che scrive a Qui, Quo e Qua, ma una insigne testimone di un’epoca e di un mondo decisivi per comprendere la storia del nostro paese. Ma va anche aggiunto che l’artificio letterario, ribadito più volte anche in altre interviste, di volersi rivolgere alle giovani generazioni, è fin dalle prime pagine poco credibile: «Ringrazio Ginevra Bompiani per avermi dato la possibilità, pubblicandolo, di uscire dalla cerchia famigliare e di avvicinarmi a qualche altro nato negli anni ‘90». La scoperta del mondo è invece un libro maturo, scritto da una persona matura, per un pubblico maturo, forse nostalgico, date le numerose implicazioni che le sussidiarietà scolastiche di ragazzi dalla giovane anagrafe non potrebbero intendere, dal complicato contesto storico ai sottili (ed alle volte smaliziati) riferimenti politici di una donna intellettualmente cresciuta all’interno di un certo ambito. Inoltre abbiamo a che fare con un libro ricco, anzi, denso, anche se agile, che riporta non solo il racconto di un’iniziazione personale, dall’adolescenza alla militanza comunista, ma anche l’evoluzione di un’Italia che esce dalla guerra, vissuta in prima persona seppure con un certo distacco (Resistenza e antifascismo), dovuto dalla giovane età ma anche da un determinato contesto familiare (antifascismo moderato, perbenista, non militante e borghese). Di qui la curiosità fanciullesca espressa dalla giovane Castellina che traspare in ogni pagina, quell’attitudine che l’autrice del diario dimostra nel relazionarsi con un mondo che non conosce ma che vorrebbe scoprire. E che in questo libro funge non esattamente da cornice ma da implicito protagonista: un’entità bifronte, carico di paradossi, tra realtà ed aspirazione. Ecco perché La scoperta del mondo potrebbe anche essere letto non solo come «un’iniziazione politica» o «un’iniziazione alla vita», come riportato dalla critica oltre che nella nota introduttiva della figlia Lucrezia Reichlin, ma anche come fuga, un’evasione-espiazione ai danni di un censo borghese, dal quale la giovane militante intende prendere le distanze (amabilmente ritratta in una foto del ’47, all’università, con addosso una folta pelliccia), che in più punti del libro emerge anche in modo piuttosto esplicito: «ed è anche per questo che mi gettai subito a capofitto nella milizia politica: per farmelo perdonare». Dalle villeggiature, dalle buone frequentazioni, dagli agi, seppure sensibilmente compromessi dall’occupazione tedesca di Roma e dalla perdita di una zia, portata via dalla guerra, si giunge all’iscrizione al partito, al Festival della Gioventù di Praga, al comunismo internazionale, alla Jugoslavia di Tito ed alla ricostruzione di una ferrovia nella quale viene a contatto con la fatica del lavoro manuale, il sacrificio, ma anche la delizia condivisa di far parte di un’affiliazione collettiva. Tra le varie considerazioni, posteriori rispetto al diario – che nel libro è riportato in corsivo – vero e proprio, si legge: «la pietà che comincio a sentire per il prossimo più lontano dal mio ghetto sociale (…) mi ridà una dimensione collettiva, solidale» e nella conclusione del libro troviamo: «Se oggi mi si chiede qual è stata la ragione essenziale della mia scelta comunista, rispondo banalmente che vi ho visto il modo di non guardare più al mio ombelico, e nel PCI lo strumento per guardare al mondo, per non sentirmi inutile di fronte alle ingiustizie. A me, innanzitutto, il PCI ha evitato di restare stupida, come sarei stata se non fossi uscita dal mio ghetto di provenienza, se non avessi avuto la possibilità di condividere con i miei compagni “diversi” la passione più bella: quella di cercare di cambiare il mondo». Espressioni come «ghetto sociale» e «ghetto di provenienza» esprimono quel senso di rivendicata evasione dalla borghesia, rappresentata dalla militanza comunista e dall’iscrizione nel PCI: un comportamento che segnerà poi anche la borghesia studentesca degli anni della contestazione a cavallo tra i ’60 e ’70. La scoperta del mondo inoltre regala un affresco storico vivido: dal crollo del fascismo alla Liberazione, dalla morte di Roosevelt a quella di Hitler, dalla bomba di Hiroshima ai primi “aperitivi” di guerra fredda, senza contare il referendum per la Repubblica, i bombardamenti degli alleati e la fine della guerra. Tuttavia, nel suo complesso, non l’ho trovata una lettura molto appassionante e nemmeno troppo rivelatrice, ad eccezione di qualche curioso aneddoto. Inoltre va considerato il fatto che, trattandosi della trasposizione di un diario di un’adolescente, abbiamo comunque a che fare con passaggi biografici un poco gratuiti, come certe arzigogolate propedeutiche sulla famiglia dell’autrice (genitori, zii, parenti). Scorrendo il diario si passa in seguito dalla semplice cronaca (compresi gli spettacoli cinematografici frequentati dalla giovane Castellina) alle impressioni adolescenziali (amori, incertezze, ingenuità) di una ragazzina dei Parioli che scopre l’esistenza degli altri quartieri di Roma, Garbatella, Tributino III, Primavalle, e delle borgate («non so nemmeno dove si trovino»), da Roma città aperta e da quelle trasmissioni radio che descrivono i bombardamenti sopra i tetti dell’urbe eterna. Quindi il ritratto sincero di una ragazzina inserita in un certo ambiente, che gode la possibilità di andare in villeggiatura in piena occupazione, che coltiva la passione per l’arte e per certe frequentazioni, che a cavallo tra il ’45 e il ’46 frequenterà molte feste «che cominciano a chiamarsi “party”», che passa il tempo a cavalcare per le rive del Tevere, e che poi partirà per quella scoperta del mondo del titolo, viaggiando tra Parigi, Praga e la Jugoslavia comunista. Ma una delle osservazioni principali che si dovrebbero muovere contro La scoperta del mondo è certamente la netta cesoia che separa la Castellina del diario e la Castellina autrice e donna (rimarcata, peraltro, dall’espediente tipografico). Una scelta discutibile che rende l’opera  più vicina ad un’autoconfutazione piuttosto che ad una narrazione, senza contare i numerosi stacchi tra la contemplazione giovane e schietta e sguardo adulto, a metà tra l’analitico ed il nostalgico, che si susseguono fino alla fine.                  Peccato che la critica, riferendosi al libro di Luciana Castellina, lodi una “freschezza” che in realtà è alle volte compromessa dalle frequenti digressioni, dalle precisazioni dell’autrice-donna, dalle confutazioni posteriori e da delucidazioni che interrompono una scrittura sicuramente scorrevole, perché sgravata da inopportuni espedienti retorici, ma che paga l’alternanza di corsivi e monologhi, parentesi e incisi biografici. Un racconto, quindi, che malgrado l’innegabile forza testimoniale e la personalità della voce narrante, scende troppe volte a compromessi che remano contro un’integrità di un lavoro di composizione letteraria che dovrebbe quantomeno giustificare la considerazione ricevuta dalla giuria dello Strega. Intendiamoci: La scoperta del mondo rimane un libro con un proprio perché, ma un conto è la libreria, un altro il riconoscimento letterario e la considerazione che normalmente si dà ad un’opera degna di un qualsivoglia primato artistico. Personalmente avrei gradito un resoconto più esaustivo dell’esperienza della Castellina, e mi riferisco non solo a quei primi anni del dopoguerra, peraltro stra-percorsi dalla nostra letteratura e dal nostro cinema, ma soprattutto a quelli successivi, spesso abusati e strumentalizzati ma poco narrati con dovizia e serenità e che l’esperienza politica dell’autrice nel PCI e giornalistica poi ne Il Manifesto avrebbero potuto arricchire. Invece il libro si interrompe nel ’48, con il conseguimento della tessera, lasciando un po’ di amaro in bocca, considerando, inoltre, il finale intriso di una «struggente nostalgia» per  un partito artefice di quel tempo e di quell’Italia (anche queste considerazioni per un nato nei ’90?). In conclusione rimane inoltre da capire come e perché un titolo del genere, presentato a Roma, al Teatro Tordinona, alla presenza di Alfredo Reichlin, marito della Castellina, e di Nichi Vendola (giusto per descrivere il contorno di un’opera che non nasce in un ambito conforme alla realtà certamente più dimessa di molti altri scrittori italiani), possa essere finito nella cinquina finale dello Strega. Dubbi che come al solito alimentano le consuete ed immancabili polemiche legate attorno a questa kermesse, la cui deontologia ha destato, com’è emerso nei nostri dibattiti, più di qualche dubbio. Ma al di là di queste considerazioni, il libro restituisce certamente il frammento autentico di un’esperienza di vita privilegiata, esemplare ma incompleto, proveniente da un mondo borghese e progressista del dopoguerra, il cui interesse o valore editoriale è rimandato al gusto soggettivo ed ai sentimenti del lettore, ma che sembra più che altro emanare dai meriti extra letterari legati alla personalità dell’autrice. Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Strega 2011: Storia della mia gente di E. Nesi (Bompiani) – 60 voti Ternitti di M. Desiati (Mondadori) – 49 voti L’energia del vuoto di B. Arpaia (Guanda) – 49 voti La vita accanto di M. Veladiano (Einaudi) – 49 voti La scoperta del mondo di L. Castellina (Nottetempo) – 45 voti
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