di Isacco Tognon.

 

“Lì era come trovarsi in un tempo
sospeso a metà, nel tempo di mezzo,
non moderni, non antichi, ma sensibili,
esposti al contagio.”
p. 115

 

Se in Sardegna non c’è il mare, occorre cercare il cuore pulsante di quest’isola lungo strade terrestri e approdare al tempo sospeso che abbraccia Nuoro. Tanto vale, allora, farsi accompagnare verso la Barbagia con lo sguardo spaesato e attento dell’orfano che ritorna in una terra che è sua, in un posto da chiamare casa che non ha mai conosciuto prima. Lo ha promesso alla madre: se lei fosse morta, sarebbe tornato  a cercare la famiglia di suo padre.

L’orfano risponde al nome di Vincenzo, lo seguiamo mentre arriva al porto di Olbia o di Terranova (che differenza fa? “in tempi di regimi i nomi hanno un senso indiscutibile per chi li impone e relativo per chi li subisce”) nell’ottobre del 1943, possiamo capirne con un solo sguardo l’incertezza e la curiosità che lo accompagnano, le stesse che dovevano animare la ciurma di Colombo in tempi troppo distanti. Lui, Vincenzo Chironi, è nato in Friuli e suo padre morì con tanto di medaglia al valore militare nella Grande Guerra. È rimasto in orfanatrofio per anni, quel ragazzo figlio di madre triestina e di un padre immolato in nome della patria; poi è partito alla ricerca di sé stesso.

In quel sé stesso da conoscere e ritrovare c’è una famiglia paterna. O meglio, quel che ne è rimasto. Perché a Nuoro la sua famiglia è ridotta allo spettro di ciò che era un tempo: la sorte dei Chironi è legata a doppia mandata con due estremità che si incrociano e si allontanano: da una parte stanno l’agio e la fortuna nel lavoro, il nome rispettato, guadagnato con la professione di chi plasma il ferro;  dall’altra i lutti come appuntamenti inevitabili col destino della stirpe. Michele Angelo è nonno di Vincenzo: ha dismesso da anni l’officina di fabbro e vive in un guscio di solitudine che divide con la figlia Marianna, zia del ragazzo; ma solo lo spazio è condiviso, le parole sono solo quelle essenziali, non c’è comunione nella mancanza che li accomuna, o forse ce n’è troppa, così onnicomprensiva da esigere il silenzio. Il vecchio ha perso tutti i figli tranne l’unica femmina, lei, Marianna, che era andata sposa senza amore al commendator Serra Pintus. Ma il “fascistone” fu ucciso in un sequestro insieme alla figlia prima di raggiungere Ozieri, dove avrebbe dovuto fare da podestà. Ultima se n’era andata Mercede, madre e moglie, nonna e fantasma. Uscita di casa un giorno, non era più tornata, e per lei non rimane ora che un nome su una lapide e un posto nella stanza di Michele Angelo, dell’uomo che l’ha amata e la incontra e le parla nelle notte, nei confini indistinti tra sonno e veglia, tra vita e morte.

Quando il giovane Vincenzo arriva nella casa dei Chironi, il miracolo si condensa, “con una mano disfa ciò che ha fatto l’altra mano”. Identico a suo padre, per il nonno e la zia è impossibile non riconoscerlo. Riparte con questa epifania improvvisa la stirpe dei Chironi, e Vincenzo si fa sempre più uomo. Il nonno parla poco, lo ascolta e capisce, mentre Marianna vorrebbe controllare il nipote, in preda all’incubo che possa andarsene, che quell’uomo identico al padre possa restituire i due Chironi alla loro ancestrale solitudine. Ma Vincenzo è un uomo alto e bello, forte. Lavora alle prime disinfestazioni indette dall’ispettorato agrario. Poi, finalmente, l’officina riapre. Sono iniziati i lavori per la costruzione di una nuova chiesa: servirà il ferro; la stirpe ritorna in vita una seconda volta, riappropriandosi di un lavoro rimasto quiescente troppo a lungo.

Solo una cosa potrebbe alterare nuovamente i destini della famiglia ricomposta, una forza più grande del ferro e del ritorno di un uomo: una donna. Lei si chiama Cecilia, è poco più che ragazza ed è promessa sposa a Nicola Serra-Pintus, il nipote di quel Biagio che fu marito di Marianna. Vincenzo se ne innamora, la vorrebbe, lei in cuor suo vorrebbe altrettanto. Vincenzo è riservato, uomo onesto e rispettoso, appena sa delle nozze imminenti se ne sta lontano dal paese, lascia che le cose seguano il loro corso. Ma il giorno dello sposalizio Cecilia abbandona il marito davanti all’altare, perdendo di fatto un padre, infliggendosi un lutto necessario per continuare a vivere. Da lì alla loro unione il passo è breve, già scritto. Vincenzo la incontra per strada, la prende; i due si uniscono cercando la vita in un nuovo nido famigliare; ora è nelle loro mani la stirpe dei Chironi, la genealogia che dà e toglie allo stesso istante, seguendo le tracce di un destino rassegnato.

Cecilia non riesce ad avere figli. I due si amano, ma la mancanza di nuova vita diventa barriera che separa i corpi, le loro voci: li isola. Dopo due aborti, Vincenzo vede la sua sposa ritrarsi in un raccoglimento senza possibilità di appello. Continuano a vivere insieme, ma fra di loro c’è un abisso, non dividono più lo stesso letto, le loro carni non si toccano. Vincenzo comincia a bere, Cecilia non dà segno di voler tornare nel mondo dei vivi, nel mondo dove la vita concede sempre un’opportunità quando meno è richiesta. È l’inizio di una nuova fine. Ma, come ogni fine che segna la stirpe col suo marchio inesorabile, è gravida di vita. Morte e linfa nuova si abbracciano fino all’ultima generazione, dalle rovine del nuovo lutto rinasce, inaspettato, l’ultimo dei Chironi.

“Quella terra per Vincenzo era in tutto e per tutto simile al vecchio cieco che gli camminava davanti guidato da un capro, bestia mansueta che sacrificava la sua funzione primaria – la riproduzione – per una più alta. Era un salto di qualità che in quel breve spazio, più antico dell’antichità stessa, alla bestia ignorante era concesso di fare: e cioè trasformarsi da essere inferiore a mera funzione; da nulla a senso della vista per l’uomo che non lo possedeva. Tutto questo era possibile, perché in quel luogo, e questo Vincenzo lo capì immediatamente, avvenivano in un battito di ciglia processi millenari.” p. 22

Se c’è del marcio in Danimarca, in Barbagia ci sono storie che di marcio hanno solo il destino che le segue. C’è uno scrittore che sembra raffinare sempre di più la sostanza dell’arte preziosa e pericolosa di raccontare con la parola scritta la propria terra. Parlando di uomini, Fois ci parla di appartenenza, di sangue e discendenze. Con l’eleganza sobria, definitiva, che lo accomuna a pochi altri: a Del Giudice forse, sulla scia elettiva di chi riesce (è riuscito, sta riuscendo) a racchiudere in un libro leggerezza ed esattezza; a seguire, in fin dei conti, la sottile eredità che accomuna una nuova stirpe, quella che vanta come profeta uno scrittore leggero ed esatto, certo Italo Calvino.

 

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Strega 2012:

Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie (92 voti)
Gianrico Carofiglio, Il silenzio dell’onda, Rizzoli (70 voti)
Alessandro Piperno, Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori (68 voti)
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi (64 voti)
Lorenza Ghinelli, La colpa, Newton Compton (38 voti)

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Campiello 2012:

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi
Francesca Melandri, Più in alto del mare, Rizzoli
Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli

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