Marco Missiroli - Il senso dell'elefante

C’era un uomo, all’uomo in questione andava così così, c’era il diluvio universale e lui stava sul tetto di casa per non affogare, chiede a Dio con tutta la sua fede di essere salvato e nel suo cuore sa che Dio lo salverà.
Arriva un’imbarcazione, l’uomo la rifiuta perché è sicurissimo che verrà il Signore a salvarlo per cui dice no grazie, nel mentre l’acqua cresce, arriva un’altra imbarcazione ma lui aspetta Dio. Intanto l’acqua gli sale al collo, passa una terza imbarcazione, no grazie. Allora affoga. Quando in paradiso vede finalmente il Signore gli dice: tu avevi promesso di salvarmi! Dio lo guarda, senti un po’ ti ho mandato tre barche, sa vot adés?

Fede. Fiducia. Fedeltà. Nelle poche righe che introducono Il senso dell’elefante, Marco Missiroli restituisce una parabola che condensa – ma quando mai un’allegoria lo fa? – le ragioni dell’intero romanzo: una storia di rapporti e di umanità, di legami e di memorie; una storia che fa i conti con le più difficili figure della nostra esistenza, quelle del Padre.

E lo fa con uno stile semplice, quasi ingenuo, da narratore che segue i suoi personaggi con curiosità e determinazione pari a quelle del lettore. La prosa paratattica sembra suggerire l’andamento del racconto: a lunghi momenti descrittivi in cui i dettagli la fanno da padrone come in mosaici di polaroid (Tastò il cassetto del tavolo e lo aprì senza abbassare la testa. Tastò ancora finché trovò un sacchetto che conteneva un avanzo di pane. Era secco, lo lasciò sul tavolo. Ne tagliò una fetta sottile che non si vedeva. […] Prese il pane, lo spezzò, mangiò. Prese il bicchiere e bevve. [p. 117]) si accompagnano pensieri e parole lasciati cadere nell’inconsistenza del momento benché carichi di significato (Cominciò a stringerlo, fa piano disse lei, Pietro strinse e lasciò, si tolse dalle sue gambe e le incorniciò il viso tra i palmi. La baciò sugli occhi. [p. 148]), mentre i dialoghi sono rapidi e ridotti per lo più a brevi scambi di battute in cui le virgolette vogliono costringere al non detto ciò che gli sguardi non possono tacere (Si cercarono nella sabbia. «Dagli la lettera, ti prego.» Si tennero nella sabbia. [p.216]).

Missiroli adotta un registro linguistico perfettamente consono alla sua storia, preferendo formule colloquiali ma raramente confidenziali nei dialoghi così come nella prosa, nella quale nomi di celebri marchi (Bianchi; Tamoil) e oggetti comuni si annodano nella trama di parole quotidiane. Comuni al punto che anche gli innesti dialettali suonano naturali senza configurarsi come connotativi geografici. Ma sono sempre risultato. Come il sa vot adés dell’introduzione o il A m arcord ad vò [p. 192], quasi omaggio all’espressione che è diventata modo di dire.

Protagonista del romanzo è Pietro, ex prete riminese assunto a Milano come portinaio di un condominio. Lo conosciamo in terza persona ma nulla accade senza la sua presenza.
Quand’era prete, Pietro ha conosciuto una strega. L’ha amata. Il segreto che si porta dentro lo conduce in quel condominio di Milano, a osservare i suoi abitanti, a entrare di nascosto nell’appartamento di Luca Martini, di sua moglie e della piccola Sara. Solo Anita, sua amica, conosce la verità, mentre Poppi, un vecchio avvocato omosessuale, per quanto sappia, non sembra mai sazio di segreti altrui.
Luca Martini è un medico, di quelli che assumono a missione il proprio lavoro. Piange la perdita dei suoi pazienti e si occupa di offrire una morte dignitosa a chi non ha più vita degna di tal nome. Pietro gli sta vicino, lo studia e, discretamente, lo ama accompagnandolo in un percorso di affermazione di paternità – biologica o affettiva – che sconvolgerà, nel finale, le vite di entrambi.

«Un libro molto crudele.» Così, in una recente intervista, Missiroli ha definito il suo Il senso dell’elefante. Distante anni luce dalla crudeltà dei condominî raccontati da Ammaniti in L’ultimo capodanno dell’umanità, quella dell’autore romagnolo non è così trasparente e facilmente spiegabile; la crudeltà di questo romanzo non colpisce allo stomaco ma si fa strada lungo i numerosi, brevi capitoli: di fronte alla fede, all’amore e ai tradimenti, alla morte e alla sua attesa, il lettore è costretto a fare i conti con una realtà caratterizzata soprattutto dalle proprie assenze.

Dopo il riconoscimento del Campiello Opera Prima nel 2006 per Senza coda (Fanucci, 2005), Marco Missiroli è tra i cinque finalisti del Premio Campiello 2012 con questo romanzo.

Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda, Parma 2012

Le nostre recensioni della cinquina finalista del premio Campiello 2012:

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi
Francesca Melandri, Più in alto del mare, Rizzoli
Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli

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