mariapia veladiano

“La vita accanto”, romanzo di esordio di Mariapia Veladiano, è la storia di una famiglia segnata da indicibili dolori e da trame segrete e morbose, colpe dei padri destinate a ricadere inesorabilmente sui figli e a distruggerne le vite. La vicenda si svolge nell’ambiente provinciale, ipocrita e moralista di una Vicenza fuori dal tempo, abitata da una società crudele e conformista di fronte alla quale ogni anormalità va negata, tenuta nascosta tra le mura di casa, sottratta alla vista e lasciata sepolta a marcire e a tramandarsi alle generazioni future.

Protagonista assoluta del romanzo è Rebecca, voce narrante e soggetto attorno a cui si svolge l’intera vicenda. Rebecca – e questo è e rimane l’unico vero centro della narrazione – è nata brutta. Bruttissima. Talmente brutta che non vale nemmeno la pena di soffermarsi a descrivere questa sua bruttezza, un orrore per cui non esistono parole, come spiega lei stessa fin dalle prime pagine del romanzo:

“Io sono brutta. Proprio brutta.
Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà.
Ho tutti i pezzi al loro posto, però appena più in là, o più corti, o più lunghi o più grandi di quello che ci si aspetta. Non ha senso l’elenco: non rende.”

Questa bruttezza inesprimibile segna indelebilmente l’esistenza di Rebecca, ed è il filtro attraverso cui lei racconta al lettore la sua vita. Accanto a lei si trovano a vivere un padre e una madre totalmente devastati dalla sua presenza, incapaci di fare i conti con la sua bruttezza ma anche chiusi nei loro molti dolori privati, diversi e sfuggenti, che nascono da antiche colpe e di cui Rebecca è solo l’ultima concretizzazione.
La madre, donna bellissima e fragile, tormentata da un passato familiare che ricade su di lei come una maledizione da tragedia greca, dopo la nascita della figlia si chiude in un mutismo quasi totale e sprofonda in una depressione senza ritorno; il padre, uomo affascinante e rispettato ma anche profondamente incapace, inerte e debole, prova ad assumere su di sé il peso di quanto gli accade attorno, senza però riuscirci e rimanendo sempre, in fondo, un estraneo per la sua stessa famiglia, dominata invece dalla figura della sua sorella gemella, zia Erminia, donna volitiva e sensuale, decisa ad assumere su di sé il totale controllo di quanto accade in casa.

E’ proprio zia Erminia a scoprire il talento per la musica di Rebecca e a spalancarle davanti agli occhi un orizzonte di bellezza possibile anche per chi, come lei, dal mondo dell’armonia è stato escluso fin dalla nascita. La zia, però, nasconde un passato torbido e poco chiaro, e il sostegno che offre alla famiglia di Rebecca non è altro che il segno del suo morboso attaccamento al proprio fratello, l’espressione del suo desiderio di esautorare definitivamente la moglie depressa e inconsistente per prenderne, una volta per sempre, il posto in seno alla famiglia.
In tutto questo, le uniche persone in grado di comprendere veramente la protagonista sono Maddalena, la domestica di casa, voce della donna del popolo, religiosa e semplice ma anche capace di esprimere una saggezza sconosciuta a coloro che la circondano, e Lucilla, ragazzina semplice e senza remore, serena nelle sue imperfezioni e capace di travolgere Rebecca, fin dal primo giorno di scuola, con quel mare di parole che nessuno, nella sua famiglia muta e oppressa da infiniti dolori, le ha mai rivolto. Oltre a loro, l’unica altra compagnia della vita di Rebecca è la musica, sola forma di contatto con la bellezza ma anche solo tramite attraverso cui la protagonista può entrare in contatto con un mondo che vada al di là delle opprimenti pareti del palazzo in cui vive con la famiglia, nel centro di Vicenza, città che agisce per tutto il romanzo da vera comprimaria dell’azione, centro di voci, pettegolezzi e dicerie, occhio spalancato davanti a cui ogni alterazione dell’ordine, ogni segno di disagio e di anormalità va nascosto e messo a tacere.
Proprio grazie alla musica Rebecca conoscerà, nelle ultime pagine del romanzo, un’anziana pianista, ritenuta da tutti ormai vicina alla demenza, che  le svelerà alcuni dei segreti relativi alla sua famiglia e al suo passato, consentendole di comprendere per la prima volta il dolore di sua madre.

Tutto il romanzo è costruito come una narrazione a tesi, giocata sul conflitto tra la bruttezza della protagonista e l’apparente perfezione di coloro che la circondano – i genitori, la zia musicista, tutta la borghesia cittadina benpensante posta sullo sfondo della vicenda  – che però nascondono dietro il velo della loro esteriorità una serie di traumi, di turbe e di tare ereditarie innominabili e in grado di distruggere per sempre le loro vite e quelle di coloro che li circondano.
Quello che poteva essere uno spunto interessante, ovvero quello di partire da una protagonista volutamente fuori da ogni canone, viene così ridotto a qualcosa di molto simile a un cliché, quello della bellezza esteriore che non sempre è specchio di un’analoga bellezza dell’anima. La bruttezza della protagonista, che è l’unico vero centro della vicenda, diventa così un puro espediente narrativo, una specie di condizione di partenza che però non viene né sviscerata né descritta (tanto che, per il lettore, anche solo immaginarla finisce per essere arduo: chi legge deve limitarsi a prendere per buono qualcosa che non gli viene nemmeno raccontato) e che si riduce a una serie di considerazioni della protagonista su cosa significhi avere un aspetto così ripugnante e quanto sia limitante per una bambina essere prigioniera di un difetto fisico tanto totalizzante.

Anche la trama non è del tutto convincente: l’intera vicenda è risolta e “spiegata”, nel finale, dall’intervento dell’anziana pianista che prima spinge Rebecca a cercare i diari scritti dalla madre dopo la sua nascita e poi le confida di aver conosciuto la donna di persona. Sarà proprio lei a spiegare alla ragazzina i motivi della depressione di sua madre e del suo sempre più drastico distacco dal mondo, motivi non totalmente riconducibili alla bruttezza della figlia e che quindi consentiranno in qualche modo a Rebecca di liberarsi dalla condanna rappresentata per lei dal pesantissimo silenzio della madre. Nei capitoli finali, insomma, la vicenda viene spiegata da una voce che è di fatto quella di un narratore onnisciente, consapevole di cose che nessun altro sa, del tutto estraneo alla logica intrinseca del racconto. Anche gli altri personaggi risultano stereotipati e, nel complesso, assai poco credibili: dal padre vacuo e vittima delle circostanze alla zia maliarda e morbosa, alla domestica semplice ma affettuosa, ignorante ma saggia, tutti sembrano più dei caratteri che delle vere persone, e la loro presenza sembra essere puramente funzionale all’esposizione della tesi di partenza dell’autrice. Il personaggio più penalizzato in questo senso è proprio quello della madre di Rebecca, presentata per tutta la durata del racconto come una sorta di automa, del tutto incapace di provare o di esprimere un qualsiasi sentimento, completamente rinchiusa nel suo silenzio egoista e autistico, che nel finale viene di colpo viene descritta, attraverso i suoi diari, come una donna acuta e affettuosa, che ha sempre amato la figlia e che credeva, con il suo silenzio, di proteggerla da più grandi dolori. Non convince, inoltre, la resa di alcuni passaggi della storia, che vengono preparati e annunciati da allusioni e accenni e che poi, quando vengono finalmente spiegati, non risultano così pregnanti come ci si poteva aspettare.

A livello stilistico, il romanzo paga la scelta narrativa di mescolare vari piani temporali e sostituire a una narrazione lineare della vicenda una serie di capitoli non strettamente concatenati ma in cui frammenti di trama vengono accennati e poi abbandonati, per essere ripresi più avanti magari in forma diversa. Si passa da brani raccontati al presente dalla voce della narratrice Rebecca a episodi riferiti sottoforma di dialogo, da inserti raccontati come in presa diretta a capitoli in cui lo svolgersi della vicenda è sospeso per lasciare spazio alla voce narrante che inanella una serie di riflessioni attorno al tema della bruttezza. Non sono chiari i motivi di questa scelta che frammenta una storia che è, per volontà dell’autrice, una storia fortemente unitaria, tutta centrata su un solo personaggio, sulla sola voce di Rebecca.

“La vita accanto” è un romanzo che, pur partendo da buone premesse e da uno spunto che poteva rivelarsi interessante, finisce per rimanere bloccato in un intrico narrativo poco chiaro e tutto rivolto a dimostrare la morbosità della famiglia della protagonista e della vita di provincia che la circonda. Quel che ne risulta è un romanzo troppo teso a portare a termine la dimostrazione della sua tesi per costruire una struttura narrativa solida, abitato da personaggi sempre un po’ sopra le righe, eccessivi e proprio per questo incapaci di portare avanti in maniera convincente la storia. L’esito è un romanzo ben scritto, che colpisce per la forza di alcune riflessioni che vi sono condotte e di alcune affermazioni poste in bocca alla protagonista, ma che si rivela, a livello narrativo, piuttosto inconsistente, e di conseguenza delude le aspettative del lettore.

Mariapia Veladiano, La vita accanto, Torino, Einaudi, 2011.

Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Strega 2011:
Storia della mia gente di E. Nesi (Bompiani) – 60 voti
Ternitti di M. Desiati (Mondadori) – 49 voti
L’energia del vuoto di B. Arpaia (Guanda) – 49 voti
La vita accanto di M. Veladiano (Einaudi) – 49 voti
La scoperta del mondo di L. Castellina (Nottetempo) – 45 voti


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