di Emanuele Caon.

“Mario Rossi è uno pseudonimo. Uno pseudonimo ma anche un pretesto. È l’alibi perfetto. È un’entità ambigua, proteiforme. È l’uomo che potresti o non vorresti mai essere. È un elogio all’anonimato come diritto da difendere e dovere da esercitare”.

Quando ho preso in mano il libro e ho letto il nome dell’autore non ho potuto fare a meno di ridere e di provare simpatia per la persona che si nasconde dietro a questo pseudonimo. «Sai, sto leggendo un romando di Mario Rossi», «Mario Rossi? E chi è? Non l’ho mai sentito». Battute a parte, il libro si presenta subito come un caso particolare, un libro anomalo: i personaggi attorno ai quali si sviluppa la narrazione sono tre e ad ognuno è attribuito un colore del testo diverso (blu, rosso e verde). Leggere un romanzo a colori non è esattamente usuale.

Il trio è composto da personaggi che non si conoscono e che sono completamente diversi tra loro, tranne per un particolare: sono insoddisfatti dalla vita e si sentono chiusi nella gabbia della propria esistenza. Il primo che incontriamo è Dante, un uomo cinico, si tratta di una persona colta che forse da giovane sognava di cambiare il mondo ma che poi è rimasta delusa dalla vita e ha trasformato le sue passioni in odio totale verso gli altri e verso se stesso. Dante accarezza l’idea del suicidio, ma non ha il coraggio di fare la scelta finale e per questo il suo odio continua a crescere a dismisura. Tenterà perfino di suicidarsi semplicemente smettendo di bere acqua, certo verrebbe da dirgli che è un idiota, però tra i tre è il personaggio più riuscito e io lo adoro.

Il secondo personaggio è Giulia, moglie e madre, sposata con un uomo che non ama e intrappolata in un matrimonio di convenienza. Non provo pietà per lei, perché è consapevole della vita che ha scelto e non tenterà una fuga ma una semplice evasione momentanea, in poche parole: non vuole fare altro che prendersi un bel cazzo e poi tornarsene a casa a fare la brava mogliettina.

Il terzo personaggio lo odio. Andrea è un ragazzo giovane , bello, attento al proprio fisico, al vestiario, sogna di diventare famoso ed è irrigidito dalle inutilità che deve imporsi pur di apparire. È un operaio che vive a casa con i genitori e spende lo stipendio tra palestra e locali, non prova la minima pulsione a migliorarsi.

La storia si sviluppa nell’arco di una notte e porterà a far incrociare i tre personaggi. Tra alcol, sesso e droga verranno raccontate tre vite. La scelta di utilizzare tre colori diversi è funzionale al romanzo, in cui discorsi taglienti si mescolano a lunghe introspezioni. Però non tutti i personaggi convincono nello stesso modo, questo perché tutti e tre riescono ad analizzarsi lucidamente e con estrema crudeltà. E se questo mi sembra possibile per Dante che è un uomo colto e in qualche modo votato alle riflessioni sulla natura umana, mi appare più difficile per Giulia ed Andrea.

Può Giulia analizzare la sua vita in maniera così fredda e continuare allo stesso momento a volerla vivere? Ma soprattutto Andrea può avere un giudizio così lucido su sé stesso? Nel senso: ne ha le capacità culturali ed intellettuali? Forse però questa non è una carenza del libro ma un mio pregiudizio verso gli stereotipi che questi due personaggi incarnano, resta il fatto che in più di un’occasione ho percepito una mancanza di verosimiglianza con la realtà che voleva essere narrata, in certi casi quella che doveva essere la rappresentazione di due vite mi è sembrata apparire come pura finzione letteraria.

Il romanzo però nel suo complesso è riuscito, in 144 pagine, nonostante qualche incertezza, vengono raccontate tre personalità diverse che incarnano tre tipi di esistenza. Lo stile dell’autore si adatta e si modella di volta in volta in base al personaggio rappresentato, realizzando così linguaggi diversi legati a persone diverse. Il libro riesce a percorrere un viaggio dentro all’animo umano, dentro alle delusioni della vita e alle brutture dell’uomo, l’esplorazione interiore di tre persone conduce il lettore a porsi qualche domanda non molto piacevole. Si tratta anche di uno sguardo, di una possibilità di riflessione sulla società e sulle gabbie che riesce ad imporre agli uomini. Alla fine di tutto si tratta di tre vite imprigionate da un ruolo sociale e dalle debolezze della specie umana.

Ed è Dante a farci da vera guida in questo viaggio di scoperta ed analisi dell’uomo, lo fa con un cinismo esasperato che mi è piaciuto fin dalla prima riga. Si definisce :«cibo per acari», dice della vita: «non è un dono divino. La vita è un martirio lunga una vita» e dell’umanità: «orda belante incapace di riscatto». Potrei continuare ancora per molto e con esempi più perfidi, per molte delle pagine del libro e tutte le volte che ne ha occasione, Dante dimostra una capacità di offesa dell’altro e di insulto alla società non indifferente. È lui l’eroe del libro, quello che regala una doppia sorpresa, colpo di scena nel finale con ripasso nell’epilogo. Una doppietta che mette voglia di leggere qualche storia sporca, fatta di sesso, sangue e insulti all’umanità.

In attesa di leggere qualcos’altro di Mario Rossi vi lascio con un’ultima battuta di Dante mentre guarda i suoi cooprotagonisti che scopano. La mamma – naturalmente quella degli altri – che vorreste portarvi a letto è piegata in avanti e con il sedere ben messo all’indietro così che l’idiota palestrato possa darle tutto il sesso orale che vuole, Dante commenta: «Avrei potuto essere io quello carponi che ti annusa l’ano, che strofina la faccia nel sudore, che brama il lezzo dei tuoi residui fecali». Fantastico, almeno per me, perché dopotutto le storie sporche sono uno sfogo e un modo per liberarsi da tante costrizioni quotidiane, per leggere quelle cose che in un modo o nell’altro ci passano per la testa ma che per fortuna non possiamo e non vogliamo fare.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )