Il nuovo libro di Massimiliano Nuzzolo

L’ultimo libro di Nuzzolo è costruito su più livelli e quindi si può leggere in vari modi. Ma soprattutto si può leggere  varie volte, perché consente alcune riflessioni.

Questo libro mi ha fatto capire una cosa. Non è vero che c’è una differenza tra scrittori e scrittrici. Mi spiego meglio: spesso si considera la scrittura femminile come più votata alla leggerezza e ai sentimenti. Questo può essere vero in alcuni casi, ma in linea di massima è un pregiudizio la cui precarietà si manifesta maggiormente se lo volgiamo al contrario, cioè se pensiamo che la scrittura maschile sia per forza “seria” e meno incline a sentimentalismi vari. Ovviamente non intendo dire che sentimenti (o sentimentalismi) siano cose poco serie, anzi sono molto importanti nella vita delle persone. Del resto ho iniziato parlando di pregiudizi. E del resto un bravo scrittore deve essere androgino, capace di pensare sia come un uomo che come una donna (anche se non è detto che abbiano pensieri tanto diversi).

In Fratture Massimiliano Nuzzolo ci racconta l‘amore ai tempi della crisi, attraverso un percorso niente affatto lineare, che passa attraverso una serie di crisi personali e, appunto, di fratture. Thomas, uno dei due protagonisti, dovrà addirittura perdere se stesso per trovare l’amore e ripartire da zero. Thomas ha trent’anni, una fidanzata, un buon lavoro e una famiglia affettuosa. Un incidente cancellerà tutto, ma solo così, facendo il vuoto, potrà avvicinarsi alla verità. In mezzo c’è un numero di telefono scritto nel cesso di un locale, non è la “pubblicità” di uno spacciatore o di un trans o di una donna che offre favori sessuali, ma l’appello disperato di una ragazza che cerca l’anima. La ragazza si chiama Elisa ed abita a Roma, mentre Thomas sta su al Nord, a Mestre. Elisa si era già persa dopo il liceo, tentando il suicidio. Viene da una famiglia benestante che la manda a studiare a Roma, dove lei esplora ed alimenta la sua passione per la fotografia. Ad un certo punto le viene un’idea: realizzare un documentario sull’anima. Poi arriva l’idea dell’appello, a cui Thomas risponde. Inizia così un dialogo telefonico, riportato nel romanzo alternando le voci dei due protagonisti. I due ragazzi si raccontano tutto, dal loro passato (o quel che ne rimane) al loro presente. E alla fine divengono l’uno l’unica certezza dell’altro.

Il romanzo scorre veloce, tra una citazione musicale e una cinematografica, aprendo ogni tanto scorci sulle realtà contingenti i due protagonisti: crisi matrimoniali, crisi economiche, tradimenti, gelosie, dolori e anche storie di emarginazione sociale ed esistenziale, come quella del “matto del quartiere”. Il linguaggio è molto semplice, aderente al modo in cui parla la gente di solito. E del resto il vero linguaggio pare essere quello delle immagini, descritte o evocate, tanto che tutto il libro mi pare abbia una struttura piuttosto cinematografica. Il background letterario del romanzo probabilmente ha le sue radici negli Stati Uniti, anche se mi ha ricordato molto lo stile di Mauro Covacich, un altro scrittore del Nordest. Nuzzolo costruisce così un romanzo forte ed esuberante, ricco di pathos e di sentimenti (e sensazioni) che vengono messi sul piatto senza filtri. Un’altra caratteristica è quella di offrire diversi livelli di lettura.

Ad una seconda lettura, però, emergono degli spunti di riflessione ulteriori e diversi. La copertina di questo libro infatti non deve trarre in inganno. È vero che all’inizio del romanzo troviamo l’espressione “fare l’amore”, ma la struttura narrativa è circolare, perciò quell’immagine che si apre al lettore all’inizio del libro è in realtà la fine, il punto d’incontro. Quel che sarà dopo non è dato sapere, e nemmeno ci interessa. La relazione tra Thomas ed Elisa, quindi, se mai sarà, avverrà in un tempo e uno spazio esterni, successivi al romanzo. Il quale più che raccontare una storia d’amore vuole raccontare due percorsi esistenziali. Si parla di sentimenti, in senso etimologico. La parte del romanzo più spinta in questo senso è quella dedicata a Elisa. Ma forse quello che accomuna i protagonisti è la voglia di tornare a sentire la vita e a sentirsi vivi. Thomas ed Elisa vengono entrambi da Mestre, solo che lei, dopo aver tentato il suicidio, si è trasferita a Roma per studiare. Thomas invece è un trentenne apparentemente realizzato (lavoro, amici, fidanzata), che ha un terribile incidente nel quale perde la vita un’intera famigliola. Lui ne esce vivo, ma privato di una cosa fondamentale: la memoria. Senza di essa le persone care e la stessa esistenza non hanno più senso. Se Francesco Orlando parlava di oggetti desueti, unendo Marx e Freud, qui si può parlare di oggetti consueti, cioè cd, magliette, poster, fotografie, che costituiscono un elenco in una scena interessante del romanzo. Sono oggetti che dovrebbero avere un significato particolare per Thomas, ma ovviamente, essendo svaniti i ricordi a loro legati, non ce l’hanno più. Senza ricordi tutti gli oggetti, tutte le città, tutte le persone, sono uguali. Forse l’anima, che Elisa sta cercando, è proprio la memoria. I due entrano in contatto perché Thomas trova il numero di Elisa e, senza sapere nemmeno perché, la chiama. La tecnica narrativa non è classica, non c’è il narratore esterno onnisciente. I protagonisti si raccontano da soli, dialogando tra loro per telefono. Thomas del resto deve scoprire chi è e quindi non può raccontarsi al lettore e nemmeno, più di tanto, a Elisa, perché deve prima raccontarsi a se stesso. Il lettore quindi lentamente, attraverso dettagli, conosce i due protagonisti, attorno ai quali ruotano una serie di personaggi satelliti, per lo più con storie difficili (fallimenti, divorzi, stupri, omicidi, follia), tanto che se il cuore in copertina fosse nero invece che rosso forse la scelta sarebbe più azzeccata, perché nonostante l’ironia di Nuzzolo che rende il romanzo anche divertente (si veda per esempio l’episodio di Licia Colò), l’oscurità è sempre presente. E del resto i Cure, uno dei gruppi cosiddetti dark nominati spesso nel romanzo, hanno ben presente Lo straniero di Camus, che è un autore a cui Nuzzolo si ispira e da cui deriva anche il titolo. Elisa è figlia della buona borghesia, ma ha tentato il suicidio perché su Mtv non passano più i video che le piacciono e per una serie di altri motivi elencati in una surreale lettera d’addio. I motivi non sono così gravi e seri da giustificare un tale atto, ma indicano il vuoto esistenziale, un vuoto pieno di oggetti desueti e inutili, pieno di vizi, di comodità borghesi che servono solo ad assuefare e narcotizzare la coscienza e che finiscono col nauseare Elisa. Thomas, che a mio avviso è il personaggio più interessante, ha un futuro e una famiglia umile ma con saldi valori, ma perde tutto ed è costretto a ripartire da capo, a fare il vuoto, secondo un’espressione della filosofia orientale. Un vuoto che significa principio assoluto, purezza, a differenza invece del vuoto nichilistico che percepisce Elisa e che la spinge a cercare la morte. Thomas È un personaggio un po’ pirandelliano, che come Serafino Gubbio o Vitangelo Moscarda azzera se stesso cercando di ricostruirsi un mondo e facendo questo percepisce concretamente la differenza tra quello che si è per se stessi e quello che si è per gli altri: «è difficile accettare di essere come ti racconta qualcun altro(pag.85)». E in questo ciclo di distruzione e ricostruzione è implicita anche una visione sovversiva, perché Thomas si rende conto, grazie alla possibilità di osservare ed analizzare la sua vita da una posizione estranea e straniante, che la sua esistenza così com’era gli andava stretta. E la cambia. Il romanzo è ricco di citazioni di gruppi musicali, film, romanzi ed opere filosofiche. Non sono citazioni ludiche e casuali, ma servono per dare delle coordinate (e in questo senso un altro riferimento è David Foster Wallace e il suo modo particolare di interpretare il postmoderno), come la citazione di Houellebecq all’inizio, e far capire in che ambito ci si sta muovendo e dove si vuole andare a parare.

 

Massimiliano Nuzzolo, Fratture, Ancona, Pequod, 2012.

 

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