Massimo Carlotto - Respiro corto

Torna in libreria il maestro del noir italiano, con il suo romanzo più “internazionale”. La criminalità ora ha cambiato pelle, in una storia trascinante, ambientata in una Marsiglia che trabocca di giovani gangster e sbirri male in arnese. Tutto questo per Einaudi.

Incontriamo Massimo Carlotto il giorno stesso dell’uscita di Respiro corto. Una buona occasione per scambiare quattro chiacchiere a proposito di molti argomenti (CAM#07 work in progress… di più non vogliamo rivelarvi), tra cui l’ultimo romanzo edito da Einaudi. Per queste ragioni ci troveremo a parlare di Marsiglia, teatro di una nuova guerra criminale, e dell’ascesa di una nuova generazione di gangster con la ventiquattrore in mano, usciti direttamente dall’università.

«Se un gangster con la pistola incontra un gangster con la ventiquattrore, il gangster con la pistola è un uomo morto»

Massimo Carlotto - Respiro cortoRespiro corto sembra voler percorrere l’evolversi della nuova criminalità, sempre più globalizzata ed implementata nel nostro sistema economico. I cattivi non sono più ruvidi gangster di strada ma criminali sofisticati e preparati. È questo l’ultimo step della criminalità organizzata che il romanzo vuole raccontare?
La mia lettura è quella di una società criminogena che sviluppa crimine e difese contro la criminalità in una spirale senza fine. Una società che non riesce ad evadere da questa logica, portata a sviluppare sempre nuove forme di criminalità. Secondo me il salto compiuto in questi ultimi anni è dato dalla globalizzazione che ha spostato l’assetto delle mafie da una dimensione agro-pastorale a una professionista. Questo significa vivere in un mondo criminale molto più complesso e molto più in contatto con la società e anche con l’università. Ho girato alcuni atenei europei ricreando una mappa delle presenze di figli di mafiosi: il romanzo nasce proprio da questa ricerca. Il fatto che tutti questi rampolli facciano economia, o che frequentino master in mercato immobiliare, mi fa pensare male. Anche perché si tratta di un fenomeno internazionale molto esteso, eppure si verifica una concentrazione, non tanto negli Stati Uniti, bensì in una serie di università europee. Un fenomeno secondo me significativo. Quindi il problema del futuro è proprio questo: avremo una criminalità stratificata a due culture, quella che conterà sempre di più sarà quella che viene fuori dall’università.

In questa sorta di trapasso tra malavita “vecchio stile” e nuova criminalità organizzata, si può avvertire, nei suoi romanzi, una sorta di nostalgia, di patina romantica nei confronti di un certo passato?
Io non sono mai stato romantico. La vecchia criminalità era diversa da questa perché aveva delle regole, tuttavia non bisogna avere verso questa realtà nessuna forma di indulgenza o nostalgia. La cosa interessante è invece che questa nuova criminalità organizzata riesce comunque a generare, dal punto di vista culturale ed umano, dell’interesse da parte dei lettori, un aspetto su cui riflettere. Perché questi criminali sviluppano comportamenti e relazioni umane molto diversi da quelli della gente comune.

Il commissario Bernadette Bourdet (detta B.B), nuova protagonista di Respiro Corto, si circonda di poliziotti male in arnese e di brutte amicizie. Inoltre ha un modo di operare al limite della legge che ricorda il modus operandi dell’Alligatore. È possibile fare un confronto tra i due personaggi?
Le mie scelte nascono sempre dalla realtà. Nel senso che questo è quello che sta accadento a Marsiglia, dove si sono instaurati diversi livelli di conflitto. Alcuni di questi coinvolgono anche vecchi poliziotti che possiedono una visione molto “marsigliese” nel combattere il crimine, quasi extra-legale. Persone che hanno a che fare con ragazzi di 19 anni armati di kalashnikov che cercano di controllare il narcotraffico. E che quindi si muovono in un determinato modo, adottando i vecchi sistemi, i quali non hanno nulla di romantico, se non il fatto di nascere dalla seria convinzione che in questo modo si possa difendere la legalità e la sicurezza della città.

Dietro ai suoi libri c’è sempre un lungo lavoro di ricerca e documentazione. Quanto c’è voluto per scrivere questo romanzo?
Due anni e mezzo, tra raccolta di materiale e scrittura.

La scelta di Marsiglia presumo non sia casuale.
Marsiglia è la città europea dov’è nato il più grande conflitto militare all’interno delle organizzazioni criminali. Nessuno ne parla, ma lì si stanno ammazzando tutti. Non ne parlano i giornali italiani, ma nemmeno in quelli francesi si trova molto. Un conflitto in una città sempre meno europea e sempre più mediterranea.

Lei ha scritto romanzi ambientati a Marsiglia, in Sardegna, in Sud America e in molti altri luoghi. Quando, e se, tornerà a parlare del nordest?
Il mio penultimo romanzo, Alla fine di un giorno noioso, era ambientato in questo territorio che ho abbandonato dal punto di narrativo perché non sta succedendo nulla di nuovo. Finché non accadrà qualcosa, non avrò altro da raccontare. Sono in attesa: mi piacerebbe continuare a scrivere a proposito del nordest, ma il fatto è che questo territorio si è cristallizzato in una situazione che per ora non ha subito modificazioni.

Le conseguenze di una crisi senza reazione?
Sì, la mancanza di un conflitto. Allo stesso modo anche il mondo criminale si è cristallizzato. Si sono creati degli equilibri piuttosto grandi e finché in questo territorio non ci sarà una grande inchiesta e un grande processo, finché non verrà colpita quella grande zona grigia che si è venduta al crimine, e che costituisce una parte diffusa della società – con una serie di agganci con le istituzioni – non ci sarà molto di interessante da raccontare.


Massimo Carlotto, Respiro corto, Einaudi, 2012, 201 pgg

 

 

ANTICIPAZIONI:

«Il crimine è un buon affare solo se corre alla velocità imposta dall’economia. Domanda, offerta, costi, ricavi. Tutto il contrario delle organizzazioni criminali che impiegano troppo tempo a capire che un’attività non è più remunerativa e ci rimettono soldi e uomini. Ai cattivi ragazzi di Leeds interessa solo il denaro. In realtà non è esatto, la loro ambizione è correre più veloce di tutti, inebriati dal respiro corto della sfida».

«La prima regola che si erano dati quando avevano deciso di essere una gang era stata: non entrare nel mondo del crimine se non sei laureato, non parli almeno tre lingue e non hai mai viaggiato in lungo e in largo per il mondo. Sono la Dromos Gang, nata in un pub di Leeds. Si sono conosciuti all’università, erano i migliori del loro corso. “È stato un onore avervi qui con noi ragazzi” aveva detto il preside di Economia».

«“Marsiglia, – pensò. – Non ci sono mai stato”. Gli venne in mente un vecchio film americano sul traffico di droga che aveva visto in un cineclub di Leeds. Frugò nella memoria a caccia di immagini. Gangster e zuppa di pesce».

«Il commissario Bernadette Bourdet, detta B.B, aveva avuto carta bianca e l’ordine di fare piazza pulita. Aveva raccattato tre ispettori sull’orlo del baratro professionale, tre bravi poliziotti destinati al macero della burocrazia. Li aveva rimessi in piedi e aveva iniziato ad operare, usando metodi poco ortodossi ma decisamente efficaci. Aveva stretto un patto col boss della mala corso-marsigliese Armand Grisoni. B.B era convinta di difendere la città».

Sullo sfondo di una Marsiglia mai così affascinante, difesa da inguaribili romantici come il commissario Bourdet e il boss Armand Grisoni, una generazione di criminali del tutto nuovi scende in campo. Hanno studiato. Sono giovani, spregiudicati, e corrono terribilmente veloci. Potranno mai fallire?
Dopo averci raccontato come nessun altro i misfatti del Nordest italiano, e averci appassionato con le indagini dell’Alligatore, Massimo Carlotto ha deciso di allargare lo sguardo, e andare al cuore del crimine dei nostri tempi, globale e senza frontiere. Con i pregi che l’hanno fatto amare da tanti lettori: lo stile essenziale, la perfetta padronanza dell’intreccio, i personaggi che nella loro amoralità e crudeltà riescono ad affascinare, perché li sentiamo veri, umani nella loro disumanità. O nelle loro ossessioni, come la straordinaria coppia della poliziotta B.B. e del boss Grisoni, unici a contrastare l’avvento della Dromos Gang.

Come una danza leggera e sapiente, ma implacabile, uno tra i più amati scrittori italiani ci conduce nella orgogliosa arroganza del nuovo crimine. E racconta da par suo una grande storia, che spazia dai boschi radioattivi di Cernobyl ai caveau delle banche svizzere. Con una irresistibile gang di privilegiati.
Zosim, Sunil, Giuseppe, Inez. La Dromos Gang. Si sono conosciuti studiando Economia a Leeds. Brillanti, impeccabilmente vestiti, del tutto amorali ma tra loro fraterni, quattro giovanissimi con pesanti famiglie alle spalle piombano su Marsiglia da ogni parte del globo, per prendersela tutta. Sono convinti che il mondo è di chi corre veloce come il denaro, di chi corre più veloce di tutti, e il resto non merita di vivere. È subito guerra con i vecchi arnesi: un tenace boss corso di lunga carriera, e una poliziotta in disgrazia che ha un’idea tutta sua della giustizia. Mentre un narcotrafficante allo sbaraglio, che porta il nome fatale di un grande calciatore, proverà a giocare la sua esilarante, tragica partita.
E Marsiglia, il luogo oggi dello scontro criminale per eccellenza, dove i conflitti si risolvono a colpi di kalashnikov, diventa l’epicentro di un sisma vastissimo, dalle conseguenze del tutto imprevedibili.

Recensione del Corriere della Sera.

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