Gabriele Picco Milano

Mezza giornata gigante sospesa: la personale di Gabriele Picco in corso a Milano da Francesca Minini, tra quadri fatti con pagliette saponate e con lo “sporco” raccolto in casa con l’aspirapolvere, bucce di banana in bronzo e un clown sorridente in una bara. La mostra ci è piaciuta e abbiamo colto l’occasione per fare qualche domanda all’artista e scrittore bresciano.

Gabriele Picco è nato a Brescia nel 1974 ed è laureato in Lettere Moderne a Milano. Oltre a essere artista visivo piuttosto noto, è anche uno scrittore e ha finora pubblicato due romanzi, Aureole in cerca di santi (2002) e Cosa ti cade dagli occhi (2010).

Non di rado le parole e le immagini s’intrecciano nelle sue opere visive e letterarie. Succedeva nella sua ultima personale italiana Disegnatore di parrucche messo al muro (nel 2009 da Massimo Minini), e anche in Cosa ti cade dagli occhi, il suo romanzo più recente. In copertina si vede la scultura The Tears’ Swimmers, che raffigura un uomo dai cui occhi scendono due enormi lacrime piene di pesci. Inoltre, tra un capitolo e l’altro, si possono ammirare suoi disegni che non illustrano bensì fanno parte della storia narrata.

L’indole surreale, ironica e malinconica che da sempre contraddistingue il lavoro di Picco, si ritrova anche in Mezza giornata gigante sospesa, la sua personale in corso alla Galleria Francesca Minini di Milano.

The tears' swimmer - G. Picco

In mostra sono esposti quadri fatti con lo “sporco” raccolto in casa con l’aspirapolvere – polvere, ma anche vari detriti e piccoli oggetti –  con le pagliette saponate della Brillo (tra l’altro il contenuto delle famose scatole warholiane). Troviamo poi, sparse sul pavimento, delle bucce di banana in bronzo e la scultura di un clown che sogghigna in una bara in marmo di Carrara.

L’insieme riflette una quotidianità in cui realtà e immaginazione si confondono dando luogo a un’atmosfera onirica, sospesa, ben percepibile in galleria, ma intuibile anche dalle immagini fotografiche.

Il lavoro di Picco negli ultimi anni sembra essersi sviluppato in una forma ibrida, a mezza via fra “pittura” e scultura. Anche i quadri fatti con lo “sporco” prendono il posto delle sculture fatte con la stessa materia, forse più audaci a livello tecnico, ma meno adatte a mostrare quei detriti e piccoli oggetti che Picco raccoglie con l’aspirapolvere in casa come specchio di un vissuto quotidiano, testimonianze marginali e di poco conto, ma proprio per questo interessanti.

Sculture vere e proprie sono invece il clown nella bara e le bucce di banana sparse sul pavimento. E forse l’ironia del trattare questi simboli popolari fra loro correlati, nobilitandoli attraverso l’utilizzo di materiali classici, è una chiave di lettura che spiega solo in parte tale scelta. Di questo e altro l’artista  ha accennato nell’intervista, in sette risposte alle nostre domande.

«Sogni: se dovessi descrivere il metodo e le motivazioni che stanno alla base dei miei lavori, partirei proprio da lì, dai sogni, perché non si possono spiegare fino in fondo, si fanno con gli occhi chiusi, e hanno a che fare con i nostri  desideri» (Gabriele Picco)

Moka Painting - G. Picco

 

Mi racconti come nasce e si sviluppa l’idea di Mezza giornata gigante sospesa?

Io sono di quegli artisti che per una mostra raramente partono da un’idea. Tutto nasce dal lavoro che sto sviluppando. Negli ultimi tempi ricorrevano nella mia ricerca  un certo tipo di lavori e pian piano si sono condensati in una mostra.

 

In mostra non ci sono pittura e disegno, tecniche con le quali ti sei fatto conoscere. Si trovano invece sculture e quadri con oggetti o vari materiali incorporati, a metà tra collage e assemblage. Come scegli i materiali per le opere?

Se per pittura intendi olio su tela sì, ma per me è pittura anche la polvere o le pagliette saponate, dal momento in cui decido di disporle su una tela appesa a una parete.
Diciamo che sono partito dalla mia idea di scultura-assemblaggio, che era presente fin dai miei esordi, per sviluppare una nuova tipologia di dipinti.
I materiali spesso sono loro che si fanno scegliere. Per esempio le pagliette sono nate dopo che avevo sperimentato i Moka Paintings, dipinti eseguiti con le macchinette del caffè. Passavo molto tempo nei supermercati a scegliere le moka, e lì mi sono imbattuto nelle pagliette, che ho trovato subito interessanti da un punto di vista pittorico. È a New York che però ho trovato le pagliette Brillo, che hanno un sapone colorato oltre che profumato. Sono convinto che le opere, come le storie, siano presenti attorno a noi, e che bisogna saperle aspettare.

(Courtesy of Francesca Minini, Milan)

Mi pare ci sia meno pop in questi tuoi lavori. Tra l’altro hai utilizzato anche materiali classici: il marmo in cui hai scolpito il clown nella bara, il bronzo delle bucce di banana che hai sparso sul pavimento. La consideri un’evoluzione nel tuo percorso artistico?

Se vogliamo le pagliette sono un elemento pop. Anche la figura del clown lo è, come le banane sebbene i materiali siano classici. Se sia un’evoluzione non lo so. Posso solo dirti che mi sento abbastanza libero di poter sperimentare, e anche di sbagliare. Il mio percorso rispecchia molto la mia essenza. Mi stufo abbastanza velocemente e ho bisogno sempre di nuovi stimoli.

 

In alcune opere si possono vedere dei riferimenti a celebri artisti del passato. Penso in primo luogo ad Andy Warhol, ma anche a Yves Klein e Mark Rothko. Cosa rappresentano per te?

In generale quei nomi rappresentano le pagine dei miei vecchi libri di storia dell’arte. Warhol mi aveva fatto impazzire a 16 anni, quando capii che davvero tutto poteva diventare un’opera d’arte, anche una lattina di minestra.

(Courtesy of Francesca Minini, Milan)

Hai visitato l’ultima Biennale di Venezia? Nella mostra internazionale ai Giardini, che rappresentava la parte più surrealista, connessa alle “immagini interiori”, secondo me ci sarebbero stati bene i tuoi dipinti, o i tuoi disegni. Mi dici un’opera che ti ha colpito tra quelle del Palazzo Enciclopedico di Gioni?

Ho guardato con molta attenzione gli italiani, e mi ha colpito molto la scultura gigantesca e misteriosa di Roberto Cuoghi all’Arsenale.

 

Sei anche uno scrittore. Nel tuo romanzo più recente, Cosa ti cade dagli occhi, in copertina c’è una tua scultura collegata alla storia narrata nel libro. Inoltre all’interno si trovano parecchi tuoi disegni che sono attribuiti al personaggio di Kazuko. Stai lavorando a un nuovo libro? Ci sono analogie con questa mostra?

Il nuovo libro l’ho già scritto quasi due anni fa ma non ho ancora trovato l’editore giusto. Devo ammettere però che il romanzo che rispecchierà i miei ultimi lavori artistici devo ancora scriverlo.

 

CAM nasce come blog prevalentemente letterario. Se dovessi consigliare un romanzo pubblicato nell’ultimo anno quale sceglieresti?

Sette diavoli di Marco Archetti. Lo conosco anche di persona ed è un autore vero, con la passione pura per le storie.

Belinda - Roberto Cuoghi

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )