Micheal Cunningham

Michael Cunningham appartiene a una generazione successiva a quella di Philip Roth, ma condivide con lui il merito di tenere alta la bandiera del realismo in ambito statunitense. Lo fa accogliendo la contemporaneità nei suoi romanzi, sia per quanto riguarda i temi generali, sia per quanto riguarda i particolari della quotidianità. Allo stesso tempo attinge con sapienza dalla modernità primonovecentesca.

Cunningham cita Proust, Mann, Rilke e Woolf. A quest’ultima è ispirato Le ore, il suo primo romanzo, dal quale è stato tratto il celebre film con Nicole Kidman, Meryl Streep e Julianne Moore. La sua ultima fatica letteraria, Al limite della notte, è ambientata a New York ed ha come protagonista un quarantenne gallerista innamorato della bellezza in sé. Il mondo dell’arte è descritto con un’onesta precisione che non nasconde i capricci degli artisti e l’egemonia del dio denaro. Quest’ultimo cambia la percezione della realtà: «Ritrovarsi al centro di tante attenzioni (e sì, di tanto denaro), sembra quasi eccitare le molecole dell’opera d’arte, dell’attrice o del politico in questione.»

Ma Peter, il protagonista, vive il suo lavoro anche come una ricerca della perfezione e un modo di fermare la morte. Morte e bellezza si manifesteranno e inseguiranno per tutto il romanzo. In questo senso l’opera d’arte può essere incarnata anche da una persona; è il caso della moglie Rebecca, ma anche di suo fratello Ethan, la cui bellezza fa rivivere il ricordo della gioventù della moglie e del fratello di Peter, prematuramente scomparso. Ethan è un ragazzo che si è perso, che non vuole uscire dal tunnel della tossicodipendenza e che piomba nelle loro vite imperturbabili ed apparentemente felici come un incidente, profetizzato dal cavallo morto in strada all’inizio del romanzo. Alla fine uscirà di scena lasciandoli soli con la consapevolezza della morte e della fine. Forse si lasceranno, forse invece cercheranno di sopravvivere insieme e di trovare nuovi stimoli.

Il modo di raccontare è moderno, ma non avanguardistico: viene usata la terza persona oggettivante che però non è più il narratore onnisciente ottocentesco, bensì una voce molto vicina ai personaggi, un buon compromesso tra il “mostrare” e il “dire”.

Al limite della notte - Micheal CunninghamSe spesso Cunningham si è ispirato a Proust e Woolf, in questo caso vengono citati direttamente altri due autori del primo Novecento che però intrattengono rapporti ambigui con il modernismo: Rilke e Mann. Del primo si riporta in epigrafe al romanzo un celebre verso delle Elegie duinesi: «Denn das Schöne ist nichts als des Schrecklichen Anfang» tradotto in almeno due modi: «Poiché del terribile il bello non è che il principio», oppure «Nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo». In Appunti sulla melodia delle cose, scritto a fine ‘800, Rilke scrive anche: «E l’arte non ha fatto altro che mostrarci il turbamento in cui spesso ci troviamo.» Cunningham riprende e contestualizza nell’attualità questo concetto per cui il bello si manifesta come una catastrofe e l’arte non fa altro che rivelarcelo e mostrarci il nostro stesso turbamento. Da Morte a Venezia viene invece ripresa l’idea del rapporto tra bellezza e malattia.

In questo modo Al limite della notte riesce ad unire il piano descrittivo con quello meditativo e a raccontare la contemporaneità senza dimenticare gli insegnamenti della modernità.

 

Michael Cunningham, Al limite della notte, Milano, RCS Libri, 2010.

 

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