di Annalisa Scarpa. “…che venire dalla stessa madre non ha mai reso parenti neanche i gatti. […] Non c’è niente di intuitivo nella generazione: il sangue segue percorsi torbidi e per questo nessun ragazzino crede davvero che basti condividere il cognome di un padre per rivendicarsi seme comune.” Questo, Michela Murgia lo scrive nel suo ultimo libro, L’Incontro (Torino, Einaudi, 2012, pag. 7). La parentela vera, anzi “più alta”, tra i ragazzini di Crabas è quella del corsivo che apre il libro: Abbiamo giocato nella stessa strada. E tanto basta per creare un “noi”, un soggetto presente plurale, fondato non sul sangue ma sull’appartenenza. La parentela si può mettere in discussione, il senso d’appartenenza mai. Radicale e radicato al punto da diventare occasione di guerra aperta quando si passa, come si dice, all’altra parrocchia. Il tono della narrazione si fa leggero ed ironico, non distante dal Benni de La Compagnia dei Celestini, forse anche per la presenza della strada, dell’adolescenza e della religiosità popolare. Ma questa leggerezza non deve trarre in inganno. Il tema della libera scelta – soprattutto in ambito affettivo – è cruciale per la Murgia, e non è un caso che il convegno del Forum di Ateneo per le Politiche e gli Studi di Genere (coordinato da Saveria Chemotti) sia stato aperto proprio da lei, quest’anno, lo scorso 13 novembre. Affettività elettive. Relazioni e costellazioni dis-ordinate: amicizia, famiglia, amori che non trovano riconoscimento. Non parliamo solo di coppie di fatto: gli esempi letterari e cinematografici si spingono fino a marionette e androidi. Amori che si fondano solo – e scusate se è poco – sulla libera scelta. L’autorità della Murgia in merito deriva dalla duplice esperienza, personale e letteraria, di uno status riconosciuto dalla sua comunità ma non dall’ordinamento giuridico, quello di fill’e anima, “figlio d’anima”. Che è quasi come dire “figlio adottivo”, solo che il rapporto con la famiglia originaria non si interrompe. Che è quasi come dire “figlio affidatario”, solo che non necessariamente alla base c’è una situazione di grave disagio, né si intende tornare alla famiglia d’origine dopo un certo periodo. Non solo, chi diventerà fill’e anima viene prima interpellato: ha possibilità di scelta; come ce l’ha chi diventa genitore in questo modo e non attraverso l’accettazione di una creatura ancora sconosciuta. Questa è la storia di Accabadora (romanzo vincitore del Premio Campiello 2010), in cui questa libertà è esaltata da più punti di vista: in Italia è stato recepito meglio l’aspetto problematico legato alla fine della vita, ma il romanzo è anche quello della relazione tra le due donne protagoniste, la storia di una genitorialità elettiva, non basata sul sangueLibera scelta: un valore anche nel discorso pubblico corrente… a meno che non si parli di famiglia. Allora ecco la Natura che torna a prevalere sulla Cultura, ecco i dogmi, ecco le dinamiche di potere, i padri che si impongono sui figli per esclusivo diritto di sangue. Di tutto questo la Murgia al Bo ha parlato ampiamente, facendo una panoramica dei nodi problematici di tutta la questione famiglia, a partire dall’eredità cattolica, per lei centrale anche nella rappresentazione del femminile. E pensare che tutto è cominciato con una vergine che senza chiedere il permesso a nessuno dice di sì ad una gravidanza che definire miracolosa, oltre che certamente extraconiugale, è evidentemente riduttivo. Se non è stata una famiglia dis-ordinata quella…  Il problema sta nella pretesa di definire “naturale” ciò che invece è concordato: «Matrimonio fa rima con Patrimonio». Libera scelta, quindi, ma non certo natura… Il discorso è stato ben più ampio, e la stessa Murgia richiama al “dovere della complessità”. Ci saranno gli atti, per esaminare con calma argomenti e meriti del convegno intero. Nonostante l’ammirazione per le aperture proposte da un’autrice apertamente cattolica, non credo che siano stati necessariamente i contenuti il punto forte del discorso. Michela Murgia continua a mostrare la sua esperienza ed avvedutezza soprattutto negli aspetti comunicativi, in un senso e nell’altro: costruzione e decostruzione. La prima è quella che potremmo chiamare, classicamente, retorica: scelta accurata degli argomenti e delle parole, organizzazione funzionale, efficacia. In un certo senso la Murgia è una narratrice a tutti gli effetti anche quando argomenta, e consapevolmente. La seconda operazione è la stessa che si svolge, a proposito del femminile, in Ave Mary (Torino, Einaudi, 2011), la stessa che anche altre autrici (Lipperini e Zanardo, solo per citare quelle più attive nel campo dei media e della formazione) stanno portando avanti con spirito militante. Non si tratta d’altro che di smascherare proprio quegli artifici retorici e simbolici (e iconografici) che hanno dato forma, nei secoli, al nostro immaginario. Di solito, il problema è più nella propaganda che nelle fonti, più nel marketing che nel prodotto. Chi controlla le parole controlla anche l’immaginario: questo è il pensiero che la Murgia propone a monte di tutto il resto, questa la consapevolezza e la responsabilità che mostra di avere ben presente quando decostruisce. E anche quando (ri)costruisce, non rinunciando a rendere letteraria (con tutti i rischi che questo comporta: ormai siamo avvertiti) la sua argomentazione. In omaggio alla libertà di scelta ma forse più ancora al potere creativo, ed eversivo, della parola.
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