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Anche se non perfettamente riuscito, Mood indigo è un’animata e affollata favola nera che sa veicolare con efficacia e originalità una visione tragica dell’esistere.

Tratto dal famoso romanzo di Boris Vian La schiuma dei giorni, Mood Indigo racconta la storia di Colin (Romain Duris), giovane parigino abbastanza ricco da non dover lavorare, che, con l’aiuto dell’amico-maggiordomo Nicolas (Omars Sy), conosce Chloé (Audrey Tautou) e se ne innamora. I due si sposeranno, ma presto lei si ammalerà e, a causa di insistenti amici squattrinati e delle ingenti spese per le cure dell’amata, Colin si troverà presto al verde e costretto ad abbandonare la sua vita di rendita per cercarsi un lavoro.

Letteralmente massacrato dalla critica il nuovo film di Michel Gondry non è così spregevole come molti lo hanno descritto. Devo tuttavia ammettere di non aver letto il libro e probabilmente ciò mi consente una prospettiva privilegiata, visto che molti hanno criticato Mood indigo proprio per una sua incapacità di trasporre lo spirito del romanzo.

Ciò che affascina dell’ultima fatica del regista francese è il continuo compenetrarsi di piani appartenenti ad ambiti semantici e narrativi molto diversi. Lo stile di Gondry si trova esattamente su quello spartiacque dove fantasia e concretezza si possono intrecciare, un po’ come nel dormiveglia dove il limite tra sogno e realtà sembra sparire. In un certo senso potremmo definire il film come surrealista: la realtà in esso descritta è una realtà smaccatamente artificiosa, ma non completamente avulsa dal reale, in quanto in essa ogni singola cosa è un compenetrarsi di molte altre, in un continuo e dinamico processo trasformativo dove ciò che è vivo si contamina di elementi inanimati e ciò che è inanimato si contamina di elementi vivi. Viene così a crearsi un universo di improbabili freaks, di uomini dalle gambe lunghissime e snodabili, di conigli che producono piccole biglie metalliche, di fucili che nascono da noci o da tumori che divengono splendide ninfee.

Dal personaggio, all’oggetto, all’edificio, ogni singola cosa sembra essere dotata di una volontà propria, di una vita propria. Il mondo di Mood Indigo è un mondo animatissimo dove ogni suo più piccolo elemento diventa viva espressione non solo di se stesso, ma anche di tutto ciò che lo circonda. Viene così a crearsi un suggestivo scardinamento tra i principi di interno ed esterno, che si fondono e si intrecciano diventando l’uno l’espressione dell’altro. Così una coppia soffocata da una società crudele può vedersi riflessa in una casa che rimpicciolisce e si sporca, ma che si sporca dall’interno, quasi come se la corruzione del mondo fosse un morbo di tale violenza da penetrare nel nocciolo di ogni cosa e annichilire ogni singola traccia di bontà.

Ciò che è ancora più affascinante è che questo percorso di connessione e fusione tra interno ed esterno sembra coinvolgere lo stile stesso del regista. La regia di Gondry si anima e diventa partecipe del mondo descritto nel film, fino ad esserne espressione diretta. Così, con il progressivo rimpicciolirsi e sporcarsi della casa dei protagonisti, anche le inquadrature si rimpiccioliranno e perderanno via via il colore, fino a giungere al bianco e nero nelle scene conclusive.

Attraverso questa tensione rivelatrice della realtà e questo mondo che diventa parlante, appare chiaro come l’universo metamorfosato di Mood indigo non sia frutto di un semplice gioco estetico o intellettuale, quanto di un preciso intento simbolico, teso a veicolare un messaggio tramite forme metaforiche.

Il lungometraggio, infatti, è impostato come una vera e propria favola, non solo per l’uso di personaggi romantici e zuccherosi o di scelte stilistiche e scenografiche da film d’animazione, ma anche per il ricorso ad una narrazione metaforica, intenzionata ad alludere ben al di là dei meri eventi narrati.

Con il progredire della vicenda si vedrà come, al di sotto di questa patina mielosa, da favola, si celi una visione profondamente tragica dell’esistenza e della società, non così lontana dagli orrori descritti da Von Trier: la realtà di Mood indigo è dominata da una società egoista e materialista che esige dai suoi membri lo stesso egoismo e materialismo di cui essa stessa è composta e che soffoca e annichilisce chi non vi si integra.

I due protagonisti, Colin e Chloé, e il loro amore, rappresentano un’autenticità e una purezza che non può trovare spazio in una società simile e che quindi sarà condannata e trascinata in una spirale distruttiva che annienterà tanto Chloé che Colin: lei non potrà guarire dalla sua malattia, lui non riuscirà mantenere un lavoro e si rovinerà per curare l’amata e il loro amore finirà soffocato da mille paure e insicurezze.

Contrariamente da Von Trier, che squaderna con violenza gli orrori del mondo con un vero e proprio gusto nel far soffrire lo spettatore, la scelta di Gondry di ricorrere alla favola consente di veicolare un contenuto tragico simile, conservandone il dramma, ma senza risultare brutale o disfattista. Lo sguardo di Gondry non è arrabbiato né accusatore, bensì malinconico, triste, lucidamente consapevole di una società disumana alla quale non sembra possibile opporsi.

Tuttavia il meccanismo di Mood indigo non funziona così bene. Tutto questo mondo animato tende a sovraccaricare a dismisura il lungometraggio, appesantendone l’incedere e minandone l’autenticità. Questa quantità smisurata di elementi parlanti sembra a volte forzata, difficile e non di immediata comprensione, tanto da non sembrare sempre direttamente connessa con il mondo che dovrebbe esprimere, rendendone la comprensione meno immediata, più offuscata e tortuosa. Ciò che Gondry vuole comunicare arriva comunque, ma come filtrato e attenuato da tutta questa immensa, e forse anche un po’ ridondante, costruzione estetica, che da un certo punto di vista accentua il senso di soffocamento e annichilimento vissuto dai protagonisti, ma che da un altro tende a soffocare e annichilire il film stesso.

Mood indigo resta comunque un film di grande interesse, che, anche se non perfettamente riuscito, sa veicolare con efficacia e originalità una visione tragica dell’esistere, senza risultare brutale o disfattista, ma conservando tutta la poesia tipica delle favole.

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