Padova manifestazione

di Isacco Tognon.

Se arrivi prima sembra che sia tutto normale. Non c’è nessuno nella piazzetta e quasi ti viene la voglia di pensare che sia tutto un bluff. Anche la pioggia, anche il Bacchiglione che trabocca dal suo sonno vicentino e con lui fiumi e fiumiciattoli e Dio molaghe de trar so acqua che in Veneto se beve vin. Tutto un bluff.
Invece no. Camioncino di Sky con vista Feltrinelli e, a seguire, incolonnate e ordinate, le postazioni Rai, Mediaset, qualche sparuta presenza di tv regionali e altri canali. Angelo Macchiavello, di Studio aperto, passeggia con aria torva e agenda alla mano, l’aspetto è quello losco che neanche Cornelius in Brisby e il segreto del Nimh.

Andiamo con ordine. C’è sempre chi arriva troppo presto, quando ancora non c’è folla; gli striscioni, i megafoni, i “TU RUBY E NOEMI, NOI ALLUVIONI E PROBLEMI” sono ancora di là da venire. Ti ritrovi in Feltrinelli a guardare libri, come fosse un giorno qualunque.
Ma la città si sveglia in fretta, bastano pochi minuti e una piazza diventa sit-in, la quiete quasi tempesta. Perché mentre temporeggio in libreria i caschi blu sono già arrivati. E arrivano anche gli studenti, i disobbedienti e preoccupati studenti, o anche gli studenti e basta. Arrivano dal Liviano, dalla Facoltà di Lettere e Filosofia, armati di megafono. Fanno ingresso nella piazza correndo e dalla libreria si sentono i passi sul porfido e sulle rotaie bagnate del tram. Un’alfa grigia con sirena ha già bloccato la strada che arriva da Piazza delle Erbe, i caschi blu hanno stretto la cintura confinando ai bordi gli studenti, proprio davanti alla libreria.

Esco subito e la geometria è diversa. Le forze dell’ordine raddoppiano di numero in pochi minuti, dalla riviera Tito Livio arrivano camionette, Polizia e Carabinieri assieme. E arrivano altri studenti. I primi, quelli arrivati di corsa e subito messi in ordine, non sono più di quaranta. Ma altri si uniscono, si fermano, osservano. Cresce il numero di manifestanti e di curiosi, indifferentemente.

In tutto questo la gente comune che passa, che se ne frega, che impreca con gli studenti.
Una anziana imbellettata, borsa della spesa alla mano, mormora fra sé a voce un po’ troppo alta.
“Ma non avete nient’altro da fare?”
“E lei che cazzo sta facendo, signora? Ma scusa…”
Botta e risposta da marciapiede, ma tant’è. Dialogo che nasconde un dubbio, l’eterno dubbio che fa da anticamera a sconforto e rassegnazione: chi sono i cittadini che si oppongono? In quanti siamo, che cosa pensa la gente?Abbiamo idee ma non abbiamo interlocutori. Allora ha senso alzare la voce con i pezzi da novanta se il primo fallimento è il non saper condividere, estendere e far risonare una voce differente?

Perché a Padova ci sono gli studenti che per l’ennesima volta provano a muoversi e, certo, la presenza della banda bassotti in città fa gola. Bossi e Berlusconi, forse Bertolaso. Troppa gola. Diciamo la verità, l’alluvione non c’entra molto. È un buon motivo, è un pretesto, ma cosa volete farci? C’è di mezzo un governo che fa acqua anche senza Bacchiglione & Co., ci sono studenti che rifiutano il ddl Gelmini che a breve sarà discusso e approvato alla camera. Onorevole Presidente, venga pure, ma non si aspetti sorrisi, accondiscendenza. Le mani sono bagnate e gli applausi vengono proprio male, abbia pazienza.

Prima carica. Gli studenti fanno cori e parlano al megafono che passa di mano in mano tra i soliti noti: chi studia a Padova e non si rintana dietro i libri come fossero barricate isolanti e onnicomprensive sa bene chi sono. Alzano il tono e alzano le mani. Al cielo, non per menare. Non volano i sanpietrini, non volano neanche i petardi. La carica è una questione d’ordine: bisogna sbloccare la riviera dei Ponti Romani, bisogna far passare i tram, bisogna disperdere un po’ dei manifestanti più agguerriti. I poliziotti spingono, gli scudi della tenuta anti-sommossa non incontrano resistenza e fanno indietreggiare una cinquantina di studenti fino all’incrocio con via Cesare Battisti. Qualcuno grida “vergogna”, qualche altro sbotta e si prende qualche manganellata non troppo convinta che va a segno, violenza di routine.

Il blocco degli studenti più agguerriti in quanto a cori e striscioni e megafoni si assesta sul tratto di via San Francesco che arriva dal Bo e dà su piazza Antenore. Nel frattempo la folla cresce, cresce il numero delle forze dell’ordine, la pioggia va e viene, cresce la tensione nelle parole, non nei gesti dei manifestanti. Tensione da stadio, adrenalina da divise in tenuta anti-sommossa. Troppe divise.
L’incontro è già in corso nel Palazzo della Provincia, e qualcuno ancora si ostina a credere che Berlusconi arriverà di lì a poco, che passerà sotto gli occhi della piazza. Invece no, in piazza il presidente non ci mette il naso. Dura fino alle quindici il presidio. Nel frattempo altre due cariche, l’ultima accompagnata dallo scoppio di un petardo, da un petardo che suona come una bomba. Non in piazza Antenore, dove l’eroe troiano, bontà sua, riposa ignaro di armi così rumorose, dove il petardo resta un petardo e basta, neanche troppo violento. Il suo effetto è tutto sui giornali, sul colabrodo dell’opinione pubblica che, ora sì, può credere che gli studenti siano anche o solo un manipolo di violenti e facinorosi.

Tiriamo le somme, se qualcosa si può tirare senza troppo strepito.
In piazza c’erano studenti e cittadini, curiosi e passanti. Soprattutto studenti. Quelli più incazzati, organizzati e rumorosi (tra loro i volti noti dei centri sociali e dei disobbedienti), e quelli più quieti ma non meno presenti. Niente violenza in ogni caso, solo un sacrosanto diritto di protesta.
Quello che è successo in piazza Antenore lascia un ricordo abbastanza triste. Polizia che dà spettacolo a un pubblico non pagante, studenti che lanciano slogan e cori. Un petardo esplode, legittimazione tardiva del dispiegamento di forze dell’ordine. Mancanza di stile forse, o confusione di intenti. Ma il sit-in lancia comunque un segnale, nell’unico modo in cui si può lanciarlo e avere riscontro al giorno d’oggi. Acquistando visibilità in qualche modo, a spese nella fattispecie degli alluvionati e compagnia bella. I ricercatori protestano e i giornali non ne parlano. Gli studenti sono in fermento in tutta Italia e l’unica notizia è che gli anni accademici sono partiti tardi.
Non si risolve il problema,
insomma. Chi siamo noi che protestiamo? Chi sono i nostri interlocutori? Quali sono i mezzi di informazione possibili? Gli studenti, e con loro una piccola parte della popolazione, cercano spazi altrimenti non concessi. Per non essere d’accordo, per continuare a sperare in un’idea diversa di università, di Paese.
Ma continueranno a vivere con l’ombra di queste domande.
Fino al prossimo scoppio.


1 commento a “ Nessuno svegli Antenore ”

  1. Sakyamuni

    Sakyamuni

    Quid tibi vitandum praecipue existimem quaeris? TURBAM.

    La folla – o meglio, la folla turbolenta, la confusione – è il monstrum horrendum dal quale quasi venti secoli fa Seneca metteva in guardia. Ma il messaggio, con l’iter che è proprio di ogni saggia parola, si è smarrito e continua a vagare in cerca del suo destinatario.
    Gli studenti, i poliziotti, i dissidenti e i pezzi da novanta: dove sono le persone? Non vedo altro che scatole etichettate e sigillate come latte a lunga conservazione. Pronte, magari, all’uso dei media. O della bassa intellettualanza da talk-show e campagna elettorale.

    Sono d’accordo con te, Isacco, quando parli di ‘tensione da stadio’ e non posso esimermi dal provare vergogna e disgusto dinanzi a questo triste ritratto: disgusto, perché quando “studenti” significa “ultras” anche il latte a lunga conservazione puzza di rancido e, di fatto, non è più latte; vergogna, perché in quella scatola c’è chi mette anche me e tanti che, meglio di me, cercano ben altra dignità.
    Della polizia non parlo. Quelli, sì, una massa. Quelli sempre in uniforme. Quelli sempre a rispondere agli ordini dei “pezzi da novanta”. Quelli solo – si fa per dire! – a fare quello per cui sono pagati. Che, poi, il petardo sia partito prima o dopo le cariche non conta. Non è importante che fosse una miccetta o un botto di capodanno.

    Ciò che ‘resta’ è la parola: gli STUDENTI hanno urlato e creato confusione; i CELERINI hanno caricato; gli SPETTATORI hanno goduto.

    Ma c’è una cosa che non si riesce a trovare: il ‘quoziente’ di questa operazione. Anzi c’è. Ma ha tutta l’aria di un errore di calcolo: “Eppure questa mattina leggendo i giornali vedo i titoli che dicono ‘Berlusconi contestato in Veneto e in Abruzzo’. Io non mi sono accorto di nulla, sono stato accolto benissimo”. Berlusconi dixit. (http://www.repubblica.it/politica/2010/11/10/news/maltempo_berlusconi_300_milioni_al_veneto-8954714).

    P.S. Mi scuso per il carattere approssimativo del mio intervento ma ho la batteria scarica.

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