Herta Müller

di Federico Donatiello.

La consegna del premio Nobel per la letteratura a una scrittrice come Herta Müller, cittadina romena di etnia tedesca, emigrata in Germania negli anni Ottanta poiché vittima delle politiche autoritarie di Ceauşescu, non ci offre soltanto la testimonianza di una sofferta esperienza di persecuzione operata nei confronti di un’intellettuale da uno dei regimi comunisti tra i più foschi e paranoici ma anche di quello spirito di difesa e di sopravvivenza che ha caratterizzato la storia di una minoranza etnica che ha subito i contraccolpi e le contraddizioni della storia, soprattutto quella intricatissima ed ancora controversa (e macchiata di sangue recente) che ha funestato l’area balcanica e quella mitteleuropea.

Herta MüllerNon possiamo che trovarvi numerosi ed attuali spunti di riflessione concernenti i problemi e le difficoltà delle minoranze culturali, spesso vittime ancor’oggi di politiche di assimilazione più o meno velate e non solamente nelle aree calde del continente ma anche nella nostra democratica Europa Occidentale. Storicamente il Novecento ha dimostrato come l’aggressività delle asserzioni identitarie e delle ideologie, che intendono definire una sorta di classificazione tra gli uomini e tra le culture, non possa far altro che generare i peggiori orrori della nostra storia: anche nel dato quotidiano l’appiattimento della società di massa e la sua esigenza di una cultura condivisa e ridotta in pillole hanno eliminato tutte quelle forme del peculiare che garantiscono un’opposizione al pensiero promosso dai gruppi che hanno in mano gli strumenti del potere. La preservazione di una salutare diversità culturale è l’unica possibilità che impedisca la deriva della cultura europea in quel pensiero unico e statico, orgoglioso della propria immobilità e delle proprie impermeabili tradizioni che nel Novecento i regimi totalitari hanno perseguito e che ora trova l’avvallo dei difensori oltranzisti dell’identità cristiana o dell’esportazione del sistema liberista in ogni angolo del globo. In questo contesto l’esistenza di una produzione letteraria di confine, testimone dell’assenza di un’identità forte e non intenzionata a seguire una delle tante forme di nazionalismo o di pericolosa ortodossia, è una ricchezza che non ha eguali: alcune aree europee, proprio quelle che hanno più subito, hanno pure tentato di istituire dei compromessi, mai facili, tra l’assenza di un punto di riferimento e il desiderio della pacifica convivenza.

Figure altissime come Ivo Andrić, Elias Canetti ed altri più noti o meno noti; ma il pensiero che le loro pagine comunicano va oltre il dato contingente, la Bosnia o la Mitteleuropa, in quanto la lezione di umanità e di amore per il vivente e per la parola dialogica sono armi per combattere la cultura sterile al servizio del fanatismo e degli odi.
Dato il carattere di semplice proposta di riflessione mi sento libero di inquadrare storicamente la regione del Banato, dove è vissuta ed è cresciuta spiritualmente Herta Müller, senza soffermarmi eccessivamente su dati storici e biografici troppo precisi: anche per quanto riguarda l’attività letteraria svoltasi in questa regione, ancora oggetto di mie ricerche e di approfondimenti tuttora in fase di svolgimento, saranno presenti suggestioni o conclusioni provvisorie (oltre che le traduzioni di testi di Petre Stoica).
Il Banato è una regione consistente in una porzione della pianura danubiana divisa geopoliticamente in un’area serba ed una romena: è una regione di passaggio per propria intrinseca natura trovandosi su quella tradizionale via di comunicazione naturale che è il grande fiume; simbolicamente sorge perciò a metà strada tra due grandi e secolari capitali culturali: Vienna ed Istanbul. Non sarà un caso, infatti, che alla secolare dominazione turca (secoloXVI-1718) sia succeduta la dominazione austriaca ed austro-ungarica (dal riconoscimento, dalla seconda metà dell’Ottocento, della parità di diritti tra l’etnia ungherese e quella tedesca) fino Mittleuropaalla spartizione della regione tra Romania, Serbia ed Ungheria con i trattati di pace successivi alla Prima Guerra Mondiale (e non senza dolorose traversie e conflitti politici ed ideologici). Quest’area dell’Europa dell’Est, come tante altre dalla storia simile, ha conosciuto la nascita dell’idea di stato nazionale ed etnico molto tardi, nell’Ottocento, e fino a quel momento ha visto insediarsi nei propri territori numerose etnie, in particolare valacchi (i romeni), serbi, ungheresi, tedeschi, rom, ebrei, armeni, turchi, etc.; per avere un’idea di questa allegra confusione tra lingue, ma anche dei reciproci odii e sospetti, può essere interessante leggere le bellissime pagine attraverso le quali Elias Canetti, altro premio Nobel dalle origini identitarie difficilmente classificabili, inizia la propria autobiografia. La Ruse di Canetti, una cittadina danubiana in terra bulgara che s’affaccia verso le pianure romene, era un vero e proprio crocevia di popoli dove si parlavano almeno otto lingue. Bisogna tuttavia stare attenti a non scadere in una certa mitologia del balcanismo: la letteratura di queste terre martoriate da conflitti e crisi di identità rappresenta bene uno dei problemi che più affliggono la storia dell’uomo contemporaneo, ossia la ricerca di un’identità e di categorie per la propria autoindividuazione: non per niente una delle voci più strazianti della letteratura di tutti i tempi, Kafka, nacque in una Praga trilingue.

L’avvento del nazionalismo e delle idee di superiorità razziale scientificamente corroborate si aggiunsero agli odi intestini: paradossalmente una convivenza tra popoli più o meno pacifica era stata garantita dal tanto detestato periodo della dominazione turca soprattutto se pensiamo ai genocidi che hanno caratterizzato il Novecento in questi territori e che, probabilmente, continueranno anche nel ventunesimo secolo. Ed il comunismo, almeno in Romania, non si è dimostrato migliore rispetto ai regimi fascisti degli anni Trenta: tentativi di romenizzazione forzata, politiche culturali volte all’eliminazione dei diritti delle minoranze, propaganda esaltata di un nazionalismo agrario, etc.; non è un caso che proprio nel Banato sia principiata la Rivoluzione romena nel 1989, momento storico molto controverso, ma sicuramente favorito nella Timisoara studentesca e culturalmente cosmopolita dalla presenza di minoranze linguistiche ungheresi e tedesche bene organizzate e consapevoli.

Possiamo individuare alcuni riferimenti letterari sul Banato come luogo del contatto tra popoli dove le identità si possono costruire solo artificialmente ed a suoni di proclami di stato (e di guerra) con la conquista e l’annessione all’impero asburgico nel 1718; il Banato sembrava uscito da una sorta di Medioevo, i turchi avevano ceduto la regione (profondamente orientalizzata) ed ai visitatori europei si presentava un paesaggio che doveva apparire più adatto a delle pittoresche e bizzarre turcherie piuttosto che alla civiltà dell’ordine e della ragione illuminista; non diversamente dalla Bosnia la dominazione turca si era dimostrata brutale sul piano delle leggi politiche, molto più morbida su quello delle culture e delle religioni: un impero multietnico almeno non conosceva il male del nazionalismo. Paradossalmente fu proprio il contatto con l’Occidente a “risvegliare” i popoli, come si tende a dire oggi, ed ad accelerare le carneficine e gli spargimenti di sangue: slavi e valacchi, soprattutto dopo il congresso di Vienna, cominciarono a desiderare indipendenza politica e culturale dalla capitale austriaca, a vivere i loro Risorgimenti che, come il nostro, nascondono più ombre e traffici diplomatici che veri atti di eroismo; allo stesso tempo la dirigenza asburgica operava un sistematico tentativo di germanizzazione (e poi di magiarizzazione) dell’area inserendo quadri germanofoni e tentando di costruire una borghesia produttiva dedita a Vienna ed a Budapest. Fu proprio nel periodo illuminista che avvenne la migrazione di tedeschi nella regione del Banato, quei tedeschi che saranno i progenitori degli svabi, la minoranza linguistica cui appartiene Herta Müller con la sua famiglia.

Rivoluzione RomenaSappiamo bene che le questioni delle minoranze dell’Est saranno una delle cause fondamentali dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e che avranno un ruolo molto importante anche durante il secondo conflitto quando, nel tentativo di costruire la Grande Germania, il nazionalsocialismo tenterà di annettere tutti i territori dove risiedevano minoranze tedesche.
Nel 1920 il Banato (in realtà la situazione è molto più complessa e meriterebbe un articolo a sé stante) è solidamente in mano alla Romania a Nord del Danubio, alla Yugoslavia a Sud: il crollo della rivoluzione di Béla Kun allontanò l’Ungheria dalla spartizione. I governi romeni, caratterizzati da un acceso nazionalismo e, spesso, da un bieco antisemitismo, ovviamente non tardarono ad emanare misure restrittive verso le minoranze. Per fare un esempio più vicino a noi lo stesso regime italiano non tardò ad emanare negli anni Venti leggi di aperta segregazione delle minoranze slave in Istria e nella Venezia Giulia: segno che questi comportamenti autoritari erano diffusissimi e non solo nell’area propriamente danubiana; anzi, sembra che proprio le misure del governo italiano (il fascismo in questo fu solo un continuatore) furono il modello per tutte i tentativi di eliminazione culturale delle minoranze.

La tragedia venne raggiunta negli anni Quaranta quando lo spirito di rivincita del nazionalismo magiaro, alleatosi con il nazionalsocialismo tedesco, portò alla conquista della Transilvania e del Banato che vennero ricondotti sotto il diretto controllo dell’alleanza magiaro-tedesca con vessazioni verso rom ed ebrei oltre che verso le popolazioni locali; quello che avvenne dopo è immaginabile con l’avanzata dell’Armata Rossa e la riconquista della regione alla Romania.
Gli şvabi che appoggiarono la riunificazione alla Germania hitleriana vennero deportati ed anche eliminati fisicamente; questo evento si inserisce nel più grande flusso di profughi di lingua tedesca che abbandonarono l’Est europeo (dove spesso vivevano da numerose generazioni) o vennero sterminati, soprattutto la Cecoslovacchia e la Polonia. Il padre di Herta Müller fu ad esempio un collaborazionista ed avendo approvato l’invasione hitleriana ed avendo aderito alle SS subì la repressione una volta terminata la guerra.

E le vessazioni proseguirono nei lunghi anni del regime comunista: la comunità tedesca aveva delle proprie istituzioni culturali tra le quali il dipartimento di Germanistica dell’università di Timişoara, luogo in cui i giovani svabi potevano venire a contatto con la grande letteratura tedesca ed acquisire una coscienza critica oltre che gli strumenti per esprimere la propria situazione esistenziale, che spesso rasentava quella di un’etnia ghettizzata.
Timişoara Aktionsgruppe BanatNegli anni Settanta nacque a Timişoara Aktionsgruppe Banat, un’esperienza di poesia e di letteratura, fortemente connotata politicamente ed organizzata da giovani desiderosi di una svolta democratica. In un’altra occasione parlerò dei testi e della poetica di questo gruppo che per ora conosco solo a livello di interviste, di citazioni e di qualche poesia tradotta in romeno: quello che è emerso fino ad ora è un “linguaggio delle cose”, degli oggetti, che privilegia l’elenco ed il riferimento al banale quotidiano ed una parcellizzazione della realtà. Una voce perciò particolarmente cacofonica, che dimostra una forte coscienza morale ma anche una volontà di distaccarsi dalle poetiche di regime fastidiosamente celebrative; anche l’assenza del folclore segna un opporsi alla celebrazione retorica delle tradizioni popolari agrarie.

Il fiorire di questo gruppo poetico avviene tra il 1972 ed il 1975 a Timişoara: lo scioglimento fu imposto dalle autorità e alcuni componenti furono arrestati, altri mandati in luoghi isolati a svolgere professioni come quella ricorrente di docenti di lingua tedesca.
Soprattutto con la recrudescenza degli anni Ottanta, forse uno dei periodi più neri per la storia romena, buona parte degli intellettuali del gruppo emigrarono all’estero, in Germania, patria elettiva, dove si inserirono, mantenendo inconfondibile una fisionomia d’oltre frontiera, nella realtà culturale tedesca.
Per quanto riguarda più da vicino Herta Müller, il conferimento del premio Nobel ha creato una lunga serie di polemiche in Romania che vanno dal trionfalismo al completo rinnegamento della figura della poetessa, dall’appropriazione tardiva e conciliante al ripudio; segno che la polemica non è ancora finita e che uno dei paesi europei storicamente con il più alto tasso di minoranze non ha ancora fatto i conti con la propria storia.

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