Berlusconi Referendum - 4 sì

Qualche giorno fa ci interrogavamo sul valore politico da attribuire ai referendum del 12-13 giugno, sulle incognite legate al raggiungimento del quorum e in particolare sull’uso che i partiti avrebbero fatto del risultato elettorale, qualunque esso fosse. Ora che lo spoglio è terminato e che il quorum è stato ampiamente raggiunto, proviamo a fare alcune considerazioni: 

1) Il primo e più importante dato da mettere in evidenza è che questo referendum ha indicato con forza, più di qualsiasi altra cosa, il desiderio e la disponibilità dei cittadini a mettersi in gioco quando si discutono questioni di interesse pubblico. La grandissima mobilitazione prima del voto, e i numeri dell’affluenza poi, hanno dimostrato che l’immagine di una società civile disamorata della politica in quanto tale e ormai appiattita su posizioni qualunquiste à la tutti rubano alla stessa maniera è sostanzialmente falsa, pronta ad evaporare di fronte alla realtà di un pulviscolo di associazioni, comitati, singoli e gruppi di privati cittadini pronti a spendersi in prima persona per esprimere un parere preciso su una specifica questione di interesse generale. Questo è senza dubbio il principale significato di questo referendum che, con la parziale eccezione dell’Italia dei Valori (unico partito che ha attivamente contribuito alla raccolta delle firme, in tempi non sospetti), ha ricevuto un supporto tardivo e tiepido anche da parte di quelle forze politiche che l’hanno nominalmente sostenuto.

Forse è eccessivo sostenere che questi due giorni abbiano rappresentato “la riscossa della società civile” o “il risveglio dell’Italia”, va comunque sottolineato – e questa è, a nostro parere, una buona notizia – che in questa campagna elettorale l’invito a non andare alle urne si è ritorto contro coloro che l’avevano formulato, e che questa circostanza non era affatto scontata in un paese che ha di per sé altissime percentuali di astensionismo elettorale e in cui in passato le campagne pro-astensione avevano sempre trovato fertile terreno per condurre al mancato raggiungimento del quorum (indimenticabile, a questo proposito, la ferocissima campagna portata avanti nel 2005 dalla stampa di matrice cattolica per portare all’annullamento del referendum abrogativo della legge 40 sulla procreazione assistita).

2) Andando al di là del significato sociale del voto, e volendosi concentrare su quello più strettamente politico, non si può evitare di sottolineare come questo esito possa essere letto, sostanzialmente, come un superamento delle dinamiche partitiche. Volendo rifarsi ai numeri assoluti, oggi possiamo affermare che la maggioranza assoluta degli italiani si è espressa in questi giorni contro l’accesso dei privati nella gestione dell’acqua, contro il nucleare, contro il legittimo impedimento. Va da sé che, all’interno di questa maggioranza assoluta, si contino elettori di tutti gli schieramenti politici e che quindi si possa tranquillamente affermare che, in questo caso, l’appartenenza partitica degli elettori è passata in secondo piano rispetto a considerazioni di altro genere. Ieri, dati alla mano, il presidente di Greenpeace affermava che l’unica lettura politica possibile di questo voto è quella che sottolinea come non esista oggi, in Italia, alcuna forza partitica in grado di creare un consenso e una mobilitazione paragonabile a quella a cui abbiamo assistito in questi giorni a proposito dei quesiti referendari.
Sarebbe ingenuo e falso, quindi, affermare che i vincitori di questo referendum sono i partiti di opposizione sostenitori del sì (la stessa Italia dei Valori, che pure avrebbe avuto credenziali superiori a quelle del PD per accaparrarsi il merito della vittoria, ha preferito tenere in quest’occasione un profilo basso e parlare di vittoria di tutti gli italiani), ma è d’altronde impossibile non notare che un segnale politico emerge, da questo voto, ed è quello relativo alla perdita di controllo sull’elettorato da parte di alcuni partiti di maggioranza e in particolare della Lega. Tanto il PDL che la Lega Nord sono partiti costruiti attorno ai loro leader, l’elettorato è fortemente legato alla loro figura, e in entrambi i casi si riteneva che l’opinione espressa da Bossi e Berlusconi, che avevano affermato che non si sarebbero recati alle urne, sarebbe stata letta dai loro sostenitori come un esplicito invito a fare lo stesso, al di là della formale indicazione di “libertà di scelta”. Il fatto, poi, che un’indicazione ancora più esplicita fornita dallo stesso Bossi domenica pomeriggio (“I referendum sono inutili, spero che la gente non voti”) non abbia influenzato in maniera sensibile il suo elettorato è di per sé un fatto significativo.
Leggere sui giornali di oggi commenti a proposito della preoccupazione interna al centro-destra perché “Bossi non controlla più il nord” fa riflettere sullo stato attuale della nostra democrazia, in cui viene salutata con stupore e preoccupazione quella che dovrebbe essere la più elementare forma di partecipazione popolare alle scelte portate avanti dal governo.

Il significato politico del voto di questi giorni, insomma, è un significato trasversale: i cittadini sono pronti a rinunciare ai partiti e alle loro indicazioni di voto, l’immagine del capopopolo che, con la sola parola, conduce le masse ha dimostrato di essere superata, trita, non più in grado di catalizzare consenso. Ogni partito dovrebbe portare avanti una riflessione sul proprio ruolo, a partire da questo dato di fatto.

3) L’informazione ha scoperto la Rete. Abbondano, oggi, sui giornali, le considerazioni a proposito del ruolo fondamentale giocato dai social network nel corso di questa campagna elettorale. Sono spesso considerazioni superficiali che lasciano il tempo che trovano, ma ugualmente sarebbe miope sottovalutare l’enorme ruolo giocato dalla Rete nella promozione e pubblicizzazione di un Referendum che solo servendosi di un eufemismo si potrebbe definire “sottovalutato” dai canali informativi tradizionali (spot televisivi trasmessi in scarsissimo numero e tutti al di fuori delle fasce orarie di maggior ascolto, telegiornali che diffondevano date scorrette o invitavano apertamente ad organizzare gite al mare per la domenica del voto, disinteresse massiccio da parte delle trasmissioni di approfondimento).

Quello che è particolarmente significativo notare è che la campagna a sostegno del “sì” portata avanti tramite la Rete è stata una campagna lunga, pervasiva e soprattutto nuova. Per molti mesi i sostenitori del Referendum hanno fatto circolare attraverso tutti i canali informazioni relative al voto, alle sue conseguenze, accompagnate dalla nota “il Referendum dobbiamo promuoverlo noi, perché né la televisione né la politica lo faranno al posto nostro”. Negli ultimi giorni, all’aumentare del numero dei convinti, aumentava esponenzialmente il numero degli inviti, degli appelli, dei memorandum. E, con l’aumento del numero, ne aumentava la qualità e la differenziazione. Dall’appello, alla citazione della fonte scientifica, al video di sfottò, tutto ha contribuito a fare massa e a creare un’onda di consenso che nessuno, in un primo momento, aveva previsto e che è assolutamente inedita nella storia recente del nostro paese.

La Rete non è la soluzione ai problemi della nazione, e non è nemmeno il canale attraverso cui partiranno riscosse o rivoluzioni in grado di rovesciare definitivamente uno status quo. Crederlo è utopistico e ingenuo. La Rete è però il solo mezzo che, in questo caso, è stato in grado di superare il disinteresse diffuso, di creare consenso intorno alle tematiche referendarie e di mettere alla berlina coloro che, per pura sciatteria o per calcolo, portavano avanti una massiccia opera di disinformazione. È stato un mezzo, per una volta, usato in maniera intelligente, critica e attenta, ed è proprio da lì che è partita l’ondata di partecipazione attiva che ha portato al raggiungimento del quorum.
Perché esprimere il proprio parere tracciando una croce su “sì” o su “no” non è, in fondo, così diverso dal ridere di coloro che boicottano una campagna elettorale con mezzi meschini e ridicoli, adatti forse per una società passata che si sta sempre più allontanando, lasciando finalmente spazio a qualcosa di nuovo.

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )