Luigi Meneghello

Non eravamo fatti l’uno per l’altro – Luigi Meneghello, intellettuale dispatriato.

“Sono nato e cresciuto a Malo, nel Vicentino, e lì ho imparato alcune cose interessanti. Ho fatto studi assurdamente brillanti ma inutili e in parte nocivi a Vicenza e a Padova; sono stato esposto da ragazzo agli effetti dell’educazione fascista, e poi rieducato alla meglio durante la guerra civile, sotto le piccole ali del Partito d’Azione. Mi sono espatriato nel 1947 e mi sono ristabilito in Inghilterra con mia moglie Katia.”. Così scriveva Luigi Meneghello in Il dispatrio, romanzo pubblicato in Italia nel 1993, riassumendo la sua vicenda biografica e tracciando i confini di un’esperienza personale e intellettuale estremamente semplice ma insieme molto peculiare, caratterizzata fin da subito da una sorta di doppio binario, di duplice, fondamentale relazione: da un lato un rapporto molto stretto, imprescindibile, quasi viscerale con la propria origine linguistica e culturale, con le proprie radici e la propria terra, e dall’altro la consapevolezza di guardare a quel mondo con l’ottica un po’ spostata di chi lo considera e lo conosce da fuori, con gli occhi dell’espatriato, se non dell’esule.Tutta l’esperienza intellettuale di Luigi Meneghello è racchiusa in questa duplicità, si riassume nel suo essere una vicenda fortemente legata alla vita e alla storia dell’Italia e della sua cultura, raccontata però da un uomo che, dalla giovinezza alla vecchiaia, ha per sua scelta trascorso la vita e portato avanti il proprio percorso intellettuale e culturale all’estero, guardando all’Italia dal di fuori. L’alterità è l’appartenenza sono le due chiavi per leggere e interpretare le opere di questo scrittore, alterità e appartenenza che vanno però sempre considerate in parallelo, come due facce di uno stesso percorso culturale, come l’unica strada attraverso cui questo percorso culturale poteva arrivare a una sintesi compiuta.


Aggiungere qualcosa al riassunto biografico fatto dallo stesso Meneghello può sembrare irrispettoso, e rischia di essere inutile, anche se farlo è probabilmente necessario per precisare meglio la personalità di questo autore, nato nel vicentino, a Malo, l’anno della marcia su Roma. Questi due elementi sono quelli che caratterizzeranno più tenacemente la vita di Meneghello e ne condizioneranno il percorso culturale: in primo luogo la nascita in un paese come Malo, capace di diventare ed essere, per lui, un intero universo, un microcosmo totalizzante a cui ricondurre ogni esperienza, ogni evento, ogni successiva ulteriore determinazione. Malo (lo si capisce senza ombra di dubbio leggendo la prima opera dell’autore, Libera nos a Malo appunto, pubblicata nel 1963) è, insomma, un mondo a parte in cui imparare a vivere, imparare a pensare in quella lingua del tutto peculiare che è il dialetto, le cui parole sono “sempre incavicchiate alla realtà, per la ragione che sono la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito, dopo che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua”. Il mondo di Malo, quindi, è la base da cui il percorso intellettuale di Meneghello prende il via, l’imprescindibile punto di partenza di una ricerca e una riflessione che, pur partendo da una dimensione singolarmente piccola e localizzata, si allarga a dismisura, senza però poter prescindere da un vocabolario fondamentale saldo e predefinito, da un orizzonte culturale preciso e fortemente determinato, imparato negli anni dell’infanzia e costantemente presente in tutte le esperienze successive.
L’altro elemento fondamentale nella vita di Meneghello è l’essere nato assieme al fascismo, e quindi l’essere stato allevato e istruito, dalla nascita all’università, nei ranghi e nella cultura del regime. Il fascismo è, per Meneghello, una sorta di secondo mondo culturale che si aggiunge a quello di Malo, un mondo esterno e non domestico, che però influenza indelebilmente la crescita dell’autore, che se ne allontanerà bruscamente solo nel 1940, pochi mesi dopo aver vinto i littoriali di cultura fascista ed essersi quindi candidato ad essere una delle punte di diamante della nuova cultura del regime. Lo strappo col mondo culturale fascista avviene in maniera rapidissima e definitiva, ed è proprio a partire da questa rottura che comincia il percorso che porterà Meneghello a tentare di dare applicazione pratica agli ideali antifascisti per mezzo della partecipazione alla Resistenza e poi, constatata l’impossibilità di costruire un paese nuovo fondato su presupposti radicalmente diversi da quelli fascisti, al dispatrio. La guerra partigiana, combattuta sulle montagne del vicentino assieme a quelli che lui stesso definirà i “piccoli maestri”,  è il grande punto di svolta nella vita di Meneghello, ed è insieme anche il momento in cui la sua esperienza intellettuale entra in più aperto contrasto con la realtà della situazione politica e culturale italiana. La guerra di liberazione, con i suoi errori e i suoi esiti, è l’evento che segna il definitivo distacco tra Meneghello e l’Italia. Nei Piccoli maestri, romanzo pubblicato in Italia nel 1964, scriverà: “è stata tutta una serie di sbagli, la nostra guerra; non siamo stati all’altezza. Siamo un po’ venuti a mancare a quel disgraziato del popolo italiano. Almeno io, gli sono certamente venuto a mancare: si vede che non siamo fatti l’uno per l’altro.”. La guerra partigiana, da Meneghello sempre vista e raccontata attraverso l’imprescindibile filtro dell’anti-retorica, con un atteggiamento costantemente rivolto ad evitare il rischio dell’autocompiacimento, dell’esaltazione smodata di persone o di idee, segna un punto di passaggio per il suo essere  un momento altissimo di opposizione al regime e a tutto ciò che aveva rappresentato per l’Italia, ma insieme per essere stata anche la dimostrazione che il tentativo di rifondare la cultura e la società italiana era destinato a fallire.
L’esperienza resistenziale di Meneghello è l’esperienza di un vero intellettuale che, grazie a una sua particolare visione del mondo, cerca di intervenire nella realtà delle cose per rifondarle radicalmente, ma che è poi costretto a prendere atto della sostanziale inutilità e inconsistenza del suo intervento. Nei Piccoli Maestri scriverà, ammettendo errori e sconfitta: “ Bastava conoscere i testi giusti, essere un po’ meno ignoranti. Si doveva proclamare l’insurrezione, subito. Non la resistenza, ma l’insurrezione. […] Era niente, in quei giorni, avviare la rivoluzione. L’Alto Vicentino avrebbe preso fuoco in poche ore. Bastava pensarci. Se c’è un comitato, nell’aldilà, questa non ce la perdoneranno mai. Naturalmente ci avrebbero presto sterminati, almeno la prima infornata, e poi anche la seconda e la terza. Ma almeno l’Italia avrebbe provato il gusto di ciò che deve voler dire rinnovarsi a fondo, e le nostre lapidi sarebbero oggi onorate da una nazione veramente migliore.”.

Dopo la guerra, e dopo aver assistito alla definitiva spaccatura del Partito d’Azione e alla sua sostanziale scomparsa dopo le elezioni del 1946, Meneghello si trasferisce all’università di Reading, dove rimarrà fino al 2004. Qui fonda e dirige la cattedra di Letteratura Italiana, portando avanti per tutta la vita i suoi studi sul rapporto tra la cultura italiana e quella inglese e insieme la sua attività di scrittore, tutta volta a mettere nero su bianco la sua esperienza personale e intellettuale, continuando a descrivere l’Italia, il suo passato e il suo presente, mescolando esperienza e distacco, appartenenza e dispatrio.

Non so se a Meneghello sarebbe piaciuto sentirsi definire “intellettuale”, quel che certo è che il suo profilo, la sua vicenda biografica, rimandano in qualche modo all’immagine classica dell’uomo che ha conosciuto profondamente e dall’interno una cultura e un sistema di pensiero, che fondandosi su questi ha costruito una propria idea del mondo, idea che ha poi tentato di concretizzare, attraverso l’azione, nei fatti. Non essendoci riuscito, ha continuato a portare avanti il suo percorso intellettuale senza smettere mai di riflettere sul mondo culturale cui per nascita apparteneva. Il percorso culturale di Meneghello, a prescindere dall’intellettualità o meno del suo protagonista e dall’indiscutibile qualità letteraria dei suoi romanzi e dei suoi saggi, è estremamente interessante e singolare nel panorama italiano, dominato da intellettuali totalmente autoriferiti oppure tenacemente organici al sistema. Quella di Meneghello è, invece, una voce disorganica, fortemente personale e, proprio perché proveniente da fuori, radicalmente “altra”, inconfondibile ma dotata di un’autorevolezza che nasce dal suo essere fortemente radicata nel mondo di cui parla, pur senza esserne succube.
Sempre nel Dispatrio, sarà lo stesso Meneghello a descrivere in breve la sua storia intellettuale e il suo percorso di letterato e di studioso: “Io volevo soprattutto imparare, nella vita, invece mi sono trovato a insegnare. Ho insegnato letteratura italiana all’università di Reading nella valle del Tamigi. Ho continuato inoltre a studiare e scrivere, confondendo un po’ i due processi; e poi ho lasciato l’insegnamento, nel 1980, per confonderli con più comodo. Ho pubblicato dei libri nei quali, come in tutto ciò che studio e scrivo, cerco di giustificarmi la natura delle cose, se c’è.”. Ecco, forse in queste parole c’è la risposta alla domanda sull’intellettualità del loro autore. Una risposta tanto chiara che ogni lettore potrà dedurla da sé.


Questo articolo rientra in un dibattito più ampio affrontato dal nostro ultimo numero di Conaltrimezzi:



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