Andrea Molesini - Non tutti i bastardi sono di Vienna

di Isacco Tognon.

C’è una guerra in corso, le cose non vanno per niente bene. Gli italiani sono reduci della disfatta di Caporetto e le linee dell’esercito austro-ungarico avanzano nel Nord Italia, senza prendersi la briga di chiedere permesso per sostare, accamparsi, saccheggiare, far violenza: la guerra ha le sue regole, che niente hanno a che vedere con l’umanità di chi le detta, degli ufficiali preposti a farle rispettare. Così Capitan Korpium arriva a villa Spada, in un paesino del trevigiano, con una ventina fra ufficiali e attendenti e con la sua bardatura di buone maniere, buon italiano; la voce ferma è quella di chi comanda. “Ci sistemiamo qui”, dice a zia Maria senza ammettere repliche.

Gli occhi di chi racconta sono quelli di Paolo, orfano di padre e di madre; tocca al più giovane il compito di narrare cosa succede a Refrontolo, a pochi passi dal Piave, prima che le sorti della guerra tornino a sorridere al fronte italiano. Villa Spada è un microcosmo di personaggi e storie che si intrecciano. La famiglia è signorile, ma la guerra annienta le distanze fra padroni e servi, riesce a distinguere gli uomini dal colore della divisa e non più dalle differenze di censo e di educazione. Paolo ha perso i genitori quando era bambino; vicino a lui zia Maria, donna elegante e decisa, accerchiata da un alone di malinconia che si può solo intuire in filigrana; nonna Nancy, vero perno della casa, impassibile nel suo ruolo dominante a villa Spada, dotata di una cultura molto vasta che la innalza sul di un piedistallo da direttore d’orchestra: se c’è una bacchetta da tenere salda, se c’è ancora qualcosa da poter dirigere anche dopo l’arrivo degli austriaci, è lei che detta i tempi. Nonno Guglielmo è burbero e saggio, sforna proverbi e sentenze in ogni occasione, vive rintanato in una stanza fingendo di lavorare al libro che non riuscirà mai a scrivere. A villa Spada vivono anche la cuoca, sua figlia Loretta e Renato il custode, uomo alto dalla parlata toscana, unico in casa a godere della massima fiducia della nonna.

Refrontolo diventa il punto privilegiato in cui la microstoria, le giornate e le vicende di una famiglia si intrecciano fino a sovrapporsi con la Storia – la Storia dei grandi eventi – non appena la guerra bussa alla porta portando il nemico nel cortile di casa. Paolo segue le orme di Renato, che lo coinvolge ad essere parte attiva nella guerra contro gli austriaci: il custode fa parte dell’S.I, Servizio Informazioni dell’esercito italiano, e insieme a Paolo aiuta a nascondere Brian, tenacissimo pilota americano atterrato nella zona. Paolo inizia così le sue fughe in incognita da Villa Spada, le corse per i boschi eludendo i turni di guardia dell’esercito nemico; i suoi passi intersecano l’andirivieni di Giulia, ragazza più vecchia di qualche anno di cui si scopre innamorato. Villa Spada è protagonista e fondo scena al contempo: racconta essa stessa in prima persona, attraverso i soprusi degli invasori, lo stravolgimento degli edifici e dei ritmi quotidiani in tempo di guerra, ma è anche il fuoco in cui converge ogni azione, in cui ogni scatto narrativo conosce la propria genesi.

Villa Spada è il mosaico di facce che la abitano, è un piccolo formicaio sul quale Molesini scolpisce in bassorilievo i personaggi, lavorando di cesello su alcuni, altri lasciandoli un po’ – forse troppo – abbozzati. Lungo il filo della narrazione sono i personaggi ad alternarsi in un gioco di luci e ombre che mette in risalto di volta in volta le debolezze, le convinzioni e le virtù degli inquilini della villa, costretti a vivere la scomoda e difficile condizione che li vede al contempo ospiti, ostaggi e interlocutori privilegiati del nemico.

La linea conduttrice è segnata dalla presenza degli austroungarici a Refrontolo, dai loro modi sfrontati tipici degli invasori, addolciti però dal savoir faire e dalle buone maniere del colonnello Korpium prima e di Rudolf von Feilitzsch poi, entrambi legati da un rapporto di rispetto e reciproca comprensione nei confronti di Zia Maria. Renato, e con lui Paolo e Giulia, segue gli spostamenti di Brian, aiutandolo a recuperare i contatti con l’aviazione: gli stessi abitanti della villa aiutano segretamente il pilota inventando un sistema di comunicazione con gli scuri di porte e finestre. Una volta ferito Brian trova rifugio a villa Spada, ma proprio lì grazie a una soffiata di Loretta viene catturato dall’esercito nemico, che ferma anche Renato e inizia a controllare a vista Paolo e nonno Guglielmo. Paolo scappa, aiutato dalla famiglia e da don Lorenzo, prova ad arrivare fino al Piave ma viene ripreso dagli austriaci e riportato a casa: lui, nonno Guglielmo, Renato e Brian vengono condannati a morte. Da lì in poi c’è spazio solo per il mesto epilogo, non privo però di un audace – e poco convincente – coup de théâtre.

Intorno alla vicenda si snodano gli amori nascosti e manifesti dei personaggi: Paolo cerca Giulia incessantemente, ma lei sembra sempre voler fuggire, sottrarsi all’ultimo. Eppure il ragazzo si sta facendo uomo, nella sua “maturazione forzata” dal ritmo della guerra riesce ad avvicinarsi alla ragazza, a tirarla vicino a sé, anche se per degli attimi che hanno al contempo il sapore dolce del tempo infinito e l’istantaneità di un raptus ferino. Renato viene sorpreso da Paolo nel fienile mentre si congiunge, sfiorando la violenza, con Loretta, che lo tradirà consegnando i segreti di villa Spada ai nemici. Ci sono poi le confidenze, gli scambi di cortesie fatti di inviti a cena e lunghe passeggiate con i quali zia Maria sembra avvicinarsi sempre più alle due figure degli ufficiali austroungarici. Ma questo rapporto è sempre al di qua della linea che trasforma l’empatia in affetto, l’affetto in amore: gli ufficiali sono pur sempre nemici che si sono appropriati indebitamente della Villa e che condannano a morte ben due suoi parenti. “Che Dio ti maledica, Rudolf von Feilitzsch!”, sono le sue ultime parole pronunciate nel libro.

Molesini sfrutta un pregevolissimo spunto narrativo, ovvero quello di scrivere un romanzo storico concentrandosi su un piccolo angolo di mondo che rispecchi in nuce gli avvenimenti dalla portata ben più grande che accompagnano gli ultimi mesi della Grande Guerra. È molto abile a definire i contorni dei suoi personaggi, caratterizzandoli e inserendoli al contempo in modo dinamico all’interno della narrazione; non sempre riesce, però, a svilupparli fino in fondo, a restituirci una immagine completa dei loro caratteri. Accade di trovarsi di fronte a dei punti di svolta nella storia e avere l’impressione che i personaggi si trovino davanti a ciò che li attendono un po’ abbandonati a sé stessi, con dei tratti -psicologici, emotivi- soltanto accennati. Ma la narrazione procede lineare, ben dosata è l’alternanza tra le ambientazioni all’interno di Villa Spada e i momenti in cui l’azione si sposta nella campagna trevigiana, tra i boschi o nella chiesa di Refrontolo.

Romanzo tra un sì e un no, quello di Molesini, si fa seguire per la semplicità della vicenda e il setting decisamente azzeccato di Villa Spada, per la compresenza sulla pagina di posti e persone che insieme concorrono a delineare la storia. Manca forse qualcosa ad alcuni personaggi, anche a Paolo, voce narrante; manca un finale che non tralasci niente, una conclusione un po’ meno sbrigativa, che abbracci anche Giulia, così vicina a Paolo e dimenticata nelle ultime pagine. Ma non tutte le storie hanno bisogno di una fine scritta, c’è sempre spazio per concluderle anche oltre la durata e la dimensione di un libro.

Conaltrimezzi ha deciso di recensire i 5 finalisti del premio Campiello 2011:

Ernesto Ferrero, Disegnare il vento (Einaudi), 9 voti
Giuseppe Lupo, L’ultima sposa di Palmira (Marsilio), 8 voti
Maria Pia Ammirati, Se tu fossi qui (Cairo Editore), 7 voti
Federica Manzon, Di fama e di sventura (Mondadori), 6 voti
Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), 6 voti

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