Fry Take my money Cover

Noi italiani spendiamo 4.29 euro al mese per i libri. Ne spendiamo quasi il triplo per il vino e sempre una cifra maggiore per gelati, piante e giocattoli. Malgrado la crisi e dato l’acceso dibattito sul prezzo dei libri, voi quanto spende(res)te per i libri?

C’è crisi e questo l’avevamo capito. Tuttavia ciò che ci sfugge e che non viene sufficientemente precisato nei dibattiti che girano attorno al calo delle vendite e alla crisi editoriale è l’ammontare di un prezzo congruo per un buon libro.

Da una parte il prezzo di copertina, determinato dagli editori, in grado di preservare un margine di guadagno e la qualità della pubblicazione – ovvero coprire tutti i costi e i compensi dei lavoratori impegnati in un lavoro dignitoso improntato su alti standard di qualità, a tal fine si legga il veloce compendio dell’ottima Luisa Capelli in Alfabeta2 – dall’altra il prezzo che il consumatore-lettore è disposto a sborsare.

Insomma: quanti euri ci vogliono per far contenti tutti?

Verrebbe da dire che il prezzo giusto risulta essere un realistico compromesso tra i due. E invece no, troppo semplice, poiché dobbiamo considerare almeno 2 fattori:

a) la crisi, l’abbiamo già detto, che ci tormenta le tasche e che, di conseguenza, fa calare i consumi e la qualità delle pubblicazioni (di qui il vivace dibattito originato dall’interrogativo: in tempi di crisi pubblichiamo/leggiamo sempre più merda?)

b) Amazon, l’e-commerce e il digitale in sé, formato economicamente più competitivo, per tutte le ragioni che sappiamo già, e che apre nuove prospettive (e causa piagnistei).

Le due varianti influenzano l’andamento dei prezzi, alle quali va aggiunto un terzo e un quarto elemento che a mio avviso spesso ci dimentichiamo per strada: la reale domanda di libri che sussiste in Italia e la disponibilità di spesa pro capite che teoricamente – almeno a parole – siamo disposti a sborsare per l’acquisto di “merce intellettuale” (quindi non solo libri, ma anche cinema, dvd, giornali, musica etc…).

Queste due ultime considerazioni vanno contestualizzate in un mercato, quello italiano, in estrema sofferenza e che si rivolge a un pubblico particolarmente diseducato alla lettura.

Insomma, va detto che probabilmente non abbiamo bisogno di quasi 60.000 pubblicazioni annue, senza contare che, almeno stando ai dati relativi alle abitudini di lettura, i libri non sono una priorità degli italiani, i quali, da consumatori depauperati magari desidererebbero abbassare ulteriormente i prezzi per andare incontro alle loro esigenze, a prescindere da qualsiasi conseguenza. Una visione miope e irresponsabile, verrebbe da dire.

Fry Meme Poor Illitterate

 

Ora la questione mi sembra arenata su reiterati appelli esortativi alla lettura da parte di letterati, scrittori, intellettuali, blogger, professionisti dell’editoria e lettori appassionati. Della serie: leggete di più perché di sì, perché fa bene, perché ne avete (e ne abbiamo) bisogno. Appelli che personalmente giudico ossessivi, poco utili, anacronistici e un filino paraculi (di questo magari ne scriverò un altro giorno).

Ma come si è arrivati a tutto questo? E che ne è del famoso “prezzo ideale” del libro?

Nel 2011 il dibattito in materia era, culturalmente parlando, piuttosto animato. Rammento per i più smemorati:

A) i TQ, ancora giovani e gagliardi, erano impegnati nel loro hobby più appassionato: stilare manifesti programmatici di politica culturale che parlavano, tra le tante cose, di “decrescita felice dell’editoria”. Vale a dire, sintetizzo brutalmente, pubblicare meno e pubblicare meglio.

B) gli editori, chiamati in causa, rispondevano a tono, instaurando un dialogo ma soprattutto rendendo note le esigenze imprenditoriali e di mantenimento della filiera all’intera utenza: “ragazzi, le cose stanno così e colà. Se si pubblica di meno per pubblicare meglio siamo costretti a tagliare”, ad esempio, sul personale (già ridotto alla fame, ma questo lo aggiungo io).

C) la Legge Levi sulle politiche dei prezzi e degli sconti, contrastata dai piccoli editori tanto da creare controproposte, petizioni online e lettere al Presidente Napolitano.

D) le offerte “shock” della Newton & Compton, con i loro prezzi “anticrisi”, additati da alcuni come una deriva irresponsabile. Da una parte il baluardo delle edizioni economiche considerato un mostro editoriale stile McDonald, un discount di libri, dall’altra, al contrario, un’azienda in grado di sfornare trovate da genio del male, pardon… del marketing.

Per un veloce riassunto rimando a un post di Affaritaliani nel quale intervengono varie personalità che rappresentano molti gruppi editoriali come Gems, Feltrinelli, Marsilio, Newton & Compton, Transeuropa e Minimum Fax

Sempre su Affaritaliani, in questo articolo, si parla di costo dei libri orientati al ribasso: prospettive e conseguenze. E via alla carellata di opinioni e oroscopi per il futuro.

E ora che siamo nel 2014? Morale della favola: non è stata attuata nessuna descrescita felice dell’editoria. I TQ sono praticamente morti. La Legge Levi è passata. Le case editrici non hanno interrotto la loro produzione forsennata – secondo alcuni esperti proprio perché incalzate da Amazon o comunque impossibilitate nel fermare il ciclo produttivo. Newton & Compton ora pubblica romanzi anche a 99 centesimi. Il prezzo medio dei libri è diminuito (e secondo alcuni editori più sotto di così non si può più andare) con probabili contraccolpi sulla qualità delle pubblicazioni e sulla remunerazione dei lavoratori. Nel frattempo i numeri della crisi si fanno sempre più drammatici (si parla di meno 6% di vendite).

La situazione al giorno d’oggi si tinge di una nuova sfumatura di grigio: la spending review che arriva anche per gli scrittori. La crisi sgonfia gli anticipi. Fare soldi con i libri diventa sempre più difficile non solo per chi li produce ma anche per chi li scrive, con tutte le conseguenze e ripercussioni, anche letterarie, del caso (se devo scrivere/pubblicare lo faccio in primo luogo per vendere).

Su questo tema potete trovare gli interventi di Riccardo Cavallero, direttore generale Libri Trade Mondadori, degli agenti letterari Marco Vigevani, Roberto Santachiara e Piergiorgio Nicolazzini e molti altri in questo post.

Nel frattempo stiamo attendendo di capire se nel 2014 si procederà nella detrazione fiscale del 10% per l’acquisto dei libri cartacei (attenzione: cartacei) che dovrebbe essere prevista nel Decreto Italia approvato dal Consiglio dei Ministri (leggi qui). E se anche così fosse: tutto questo basterà per il rilancio dei consumi?

Boh. Per adesso possiamo semplicemente dire quanto noi concretamente spendiamo per i libri. E perciò quanto il loro acquisto incide sui nostri bilanci familiari.

I dati Istat – relativi al 2012 – in nostro possesso parlano di acquisti sotto la categoria “tempo libero, cultura e giochi” (giusto per rendere l’idea del mood dell’indagine). Vale a dire 100 euro al mese, considerando che per l’energia ne spendiamo 134, per i medicinali 88, per l’abbigliamento 120 e per i trasporti 350. Ognuno faccia le valutazioni che crede.

Nel frattempo nostro compito è specificare che in quei 100 euro mensili i libri non scolastici arrivano a 4.29 euro, che moltiplicato per dodici mesi, significa 51.48 euro all’anno. Nel 2011 si sfioravano i 60 euro.

Mentre spendiamo mensilmente 12.01 euro per il vino, 5.99 per la birra, 8.04 per i giocattoli, 7.18 per gelati, 6.89 per piante e fiori e 4.57 per lotto e lotterie varie. Ah già, le sigarette, 20.44 euro al mese.

Ok, e adesso, al di fuori dell’anonimato delle statistiche, voi, considerando la crisi, le vostre tasche e la sete di lettura, quanto spendereste per i libri nel 2014?

 

1 commento a “ Ok, ma voi quanto spende(res)te per i libri? ”

  1. A occhio e croce nel 2014 spenderò tra i 500 e i 1.000 di euro tra libri e fumetti. Roba che mia moglie mi ammazza… Anche se grazie al digitale più probabile che alla fine saranno 500, dato che, giusto per fare un esempio, oggi ho preso “Marvel. Storia di eroi e supereroi” della Panini a 6.90 in ebook perché per me 25 euro erano davvero troppi.

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