Iosi Havilio ROOKIE REVIEW

Nel suo romanzo d’esordio Opendoor, Iosi Havilio racconta la storia di una donna senza nome, che guarda il mondo con totale e disanimata indifferenza e che giunge per caso nella campagna argentina. Nel paese dei matti, dove intreccia la sua solitudine a quelle di altri, scopre la storia della prima colonia per alienati “a porte aperte”.

Il nome che Iosi Havilio ha scelto di dare al suo primo romanzo, Opendoor (pubblicato in Italia da Caravan) trae le sue origini dal luogo di ambientazione: Opendoor è il nome del villaggio sorto intorno alla Colonia Nazionale per Alienati del distretto di Luján, presso Buenos Aires, fondata nel 1897 dall’illuminato dottor Domingo Cabred. Lo psichiatra approfittò di una legge appena approvata per dare vita al primo centro in Argentina (e uno dei primi al mondo) in cui venisse data assistenza ai malati mentali secondo il metodo “puertas abiertas”. Il dottor Cabred riteneva che i matti, se rinchiusi in celle e puniti con metodi coercitivi, avrebbero fatto pochi progressi; credeva invece nel potere benefico del lavoro, in grado di dare serenità e gratificazione ai malati. Al di là del toponimo, in queste pagine si ha la sensazione che tutte le porte, reali e metaforiche, siano state lasciate aperte, e che ogni limite venga volutamente oltrepassato per indagare quanto profondamente i rapporti tra interno ed esterno possano diventare laceranti, imprevedibili, spossessanti. L’attraversamento della soglia è traumatico, tanto da trasformarsi di volta in volta in un passaggio più normale, più sopportabile, persino necessario.

La protagonista è una giovane donna di cui non si sa nulla, se non che esercita la sua professione di veterinaria in un negozio di animali di Buenos Aires. All’inizio del romanzo, la sua compagna Aída scompare, durante una sera estiva in cui le due si trovano insieme nel quartiere del porto, La Boca. Subito dopo aver perso di vista la compagna, la protagonista assiste ad un tentativo di suicidio compiuto da una figura completamente ignota, troppo lontana per capire di chi si tratti. Dopo qualche tempo, quando si capisce che Aída è svanita nel nulla, si fa avanti l’ipotesi che quella figuretta che cadeva dal ponte fosse proprio lei. Sembrerebbe un punto di svolta, una sorta di morte rituale necessaria allo sviluppo successivo della vicenda: la fine improvvisa e dolorosa di un amore che provoca il disfacimento del sé e l’abbandono, e forse prelude a una rinascita. Ma il romanzo si affretta a smentire queste supposizioni raccontando, con un veloce flashback, l’inizio della frequentazione tra la protagonista e Aída: si tratta di un incontro casuale, in un bar, un approccio come un altro in seguito al quale, altrettanto velocemente, la protagonista si trasferisce a casa della nuova compagna. Il loro primo incontro stabilisce una consuetudine fatta di sbronze e canne, che l’autore è in grado di rendere chiara in pochissime righe: la sveglia alle due del pomeriggio, la voce roca a causa delle sigarette della sera prima, l’accenno al “classico doposbronza”.

D’altra parte lo stile di Havilio è sempre così: asciutto, essenziale e perfino scarnificato, il suo linguaggio sembra voler sparpagliare casualmente degli oggetti, dei dettagli, che uniti tra loro rappresentano i luoghi, le situazioni e i personaggi. Non c’è alcun ordine in questa pioggia di elementi, ma a tratti una grande precisione descrittiva. Disordinata è anche la consequenzialità temporale, a causa di una schizofrenica e disorientante alternanza di verbi al presente e verbi al passato all’interno della stessa sequenza narrativa. La sintassi è estremamente semplice, secca; quasi esclusivamente paratattica, accosta e giustappone tutte le cose, a indicare l’assoluta indifferenza della voce narrante nei confronti del mondo, a esprimerne la disanimata noncuranza. Per contro, alcuni passi consistono in elenchi sincopati e asfissianti, che danno la sensazione di scatoloni il cui contenuto si rovescia all’improvviso dall’alto.

Già dalle prime pagine il romanzo appare come la perfetta traduzione in prosa del montaliano Spesso il male di vivere ho incontrato: il panorama è troppo disseccato, l’esordio della narrazione si colloca in piena estate, c’è persino un “cavallo stramazzato”. Continuando a leggere, ci si rende conto che Havilio va oltre al male di vivere: va talmente oltre che il male si fa impermeabilità, il tedio si fa quasi accettazione. L’indifferenza non è salvezza ma nichilismo.

Iosi Havilio ROOKIEButtata fuori di casa dalla zia di Aída, la protagonista va a vivere a Opendoor presso Jaime, che ha conosciuto durante una visita al suo cavallo (“l’altro Jaime”) malato di cancro. Questa azione, come tutte le altre compiute dalla protagonista, non ha affatto il sapore di una scelta cosciente, è piuttosto un movimento dettato da una forza d’inerzia che la sospinge avanti a prescindere dalla direzione. Inizia così un rapporto di convivenza, reciproca sopportazione, sesso annoiato o brutale, indifferenza e diffidenza. A Opendoor, dove non c’è nulla se non tutto ciò che è necessario a sopravvivere, avviene anche l’incontro con Eloísa, adolescente perversa e ambigua, dotata di una vitalità fresca e crudele. Quella che la protagonista prova per Eloísa è una fortissima attrazione, dettata forse proprio dalla natura crudele del loro rapporto.

Quando una sensazione simile all’infatuazione si manifesta nella donna, avviene un impercettibile mutamento nella narrazione: quasi l’ombra di una speranza, il tentativo incerto (nemmeno tentazione) di lasciar germogliare dentro di sé una qualche forma di vita o di passione. Sembra quasi possibile provare tenerezza per Jaime; sembra possibile lasciarsi trasportare dalla vitalità di Eloísa, pensare solo al divertimento di una corsa pazza in moto, e una volta tanto lasciar fluire dentro e fuori di sé il piacere. Trasformare l’inerzia in leggerezza. Ma questo momento si tramuta subito, sprofondando nuovamente nel nulla atroce e polveroso che predomina. La vita che la protagonista non è riuscita a lasciar germogliare dentro di sé ironicamente si manifesta in un bambino, non voluto e tuttavia lasciato nascere, simbolo apicale della casualità dell’esistenza.

La storia della protagonista inizia ad intrecciarsi con quella di Opendoor grazie alla noia. La prima volta che si reca nel villaggio, per visitare il cavallo Jaime, vive ancora a Buenos Aires con Aída. Non sembra presagire quanta parte questo luogo sperduto avrà nel suo destino, ma lo stesso osserva tutti i particolari della campagna con attenzione. E la profonda campagna argentina, polverosa e fangosa, abbandonata e brutale, diventa la rappresentazione del distacco dal mondo; l’indifferenza con cui ognuno si lascia vivere si fa consuetudine e cessa di stupire. Anche gli esseri umani sono parte del paesaggio e si amalgamano con la putrida ciclicità della vita che basta a se stessa.

In contrasto con questa totale assenza di senso, la presenza della religione è ossessiva e ridicola. Ricorrono delle pacchiane madonne di vari materiali, ma il più possibile appariscenti, meglio se corredate di aureole al neon; in camera di Jaime c’è un inquietante crocifisso di bronzo, ma è facile abituarcisi e comprendere la necessità della sua presenza. Nella pensioncina di Buenos Aires in cui la protagonista sta brevemente, prima di trasferirsi da Jaime, c’è una Bibbia in portoghese, che lei sfoglia leggendone un passaggio. Ma la salvezza chiaramente non esiste: quando si reca in obitorio per riconoscere quella che si suppone essere la sua compagna, si accorge che i cadaveri umani sono esattamente uguali a tutti gli animali morti che ha visto.

Gli animali, d’altra parte, sembrano vivere in modo più onesto degli uomini la propria esistenza. Qualche volta, tozzianamente, condividono l’umanità dei personaggi, come nel caso della pantegana che prima di essere uccisa da Jaime piomba sulla spalla della protagonista e la guarda negli occhi. Altre volte, invece, a causa della disumanizzazione stessa dell’umano, appaiono addirittura più intelligenti o più intuitivi dei personaggi: quando sembra che il cavallo si stia riprendendo, Jaime grida al miracolo, e il cavallo, dal canto suo, lo guarda “tra l’inerme e l’agnostico”.

Il rifiuto del dialogo e l’incapacità di dar voce ai pensieri più intimi caratterizzano la protagonista, che già all’inizio del romanzo scambia con Aída pochissime parole e con esse si limita circospetta alla superficie delle cose. Quando finisce ad Opendoor, sembra subito adattarsi al linguaggio brutale e scarno dei suoi abitanti. Sembra che abbia bisogno di questo linguaggio, e dei contatti brutali e scarni che ne conseguono, per celare qualcosa di se stessa. O perché non c’è nulla da celare.

A causa della solitudine a tratti melmosa a tratti pietrificata in cui vive la sua vita a Opendoor, la protagonista inizia ad interessarsi alla storia del luogo: attraverso un vecchio libro trovato in casa di Jaime, scopre la storia del dottor Cabred e dei matti che da sempre vivono lì, vicinissimo al villaggio. A mano a mano che la sua vicenda si sviluppa arrivando quasi al collasso, i suoi pensieri si concentrano sempre più ossessivamente sulla Colonia e sulla sua storia, in un avvitamento a spirale che fonde insieme la sua vicenda personale e quella del luogo. Qualcosa di molto simile alla pazzia prende possesso della sua mente: il fantasma di Aída le appare sempre più di frequente e perfino le parla; abbandonata da Jaime e da Eloísa, resta senza scorte di cibo e giunge a mangiare pezzi di intonaco. Sola nella grande casa, nella sterminata campagna, entra ed esce da se stessa, si divora, cammina nel passato e nel presente, evoca fantasmi di ogni tipo e diventa il fantasma di se stessa. Ogni limite è abolito, ogni soglia oltrepassata: le porte sono aperte e consentono la totale perdita di ogni sé.

 

Iosi Havilio, Opendoor, Caravan Edizioni, 2011, 256 pagine

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