ConAltriMezzi è orgoglioso di ospitare il reportage di viaggio dei ragazzi impegnati nel progetto Palestine Poetry Network promosso dalla onlus MAIA (Make An Impact) di Trento.

Di cosa si tratta?

Cinque ragazzi: due filmakers, uno scrittore, un poeta e un rapper alla ricerca di storie, parole, versi provenienti da una realtà difficile. Un mese immersi nella realtà palestinese, un’avventura ed un’esperienza umana davvero interessante, che vogliamo aiutare ad emergere e a promuovere. Manterremo, per quanto ci sarà possibile, i contatti con loro, per farci raccontare in presa diretta la loro esperienza.

In bocca la lupo ragazzi!

 

Immagine © MAIA International

 

Domenica 07 ottobre

…E il settimo giorno Dio riposó.

Ma non Allah. E nemmeno noi: Stamattina alle undici meno dieci il buon Mahmoud, tassista dal sorriso contagioso, clacsonava per comunicare a me, Luca e Alessandro di scendere per portarci al nostro appuntamento con il giovane Rami, poeta 24enne di Yabat (un villaggio che, se fossimo in Italia, sarebbe “in provincia di” Jenin, da cui dista 17 km).

Dopo esserci salutati e presentati, ci ha condotti attraverso le strade deliranti di anarchico traffico arabo fino a un shisha-cafe, al quarto piano di un palazzo del centro di Jenin.

Abbiamo preso posto a un tavolo vicino a una larga finestra senza vetri, con una stupenda vista sulla città.

Entrando nel locale avevo notato che, come in altri posti, il bagno non aveva la porta, il che mi ha indotto a ordinare un tè al posto del consueto caffè mattutino (non so se mi sono fatto capire).

[A proposito dei bagni senza la porta: Alessandro mi ha assicurato che non solo é normale, ma che anzi da queste parti si ha l’abitudine a canticchiare o fischiettare quando ci si trova in bagno, di modo che chi si avvicinasse sappia che c’é già dentro qualcun’altro.]

Rami-poeta é una giovane promessa della poesia araba, che ha appena firmato un contratto con la quarta emittente televisiva in tutto il mondo arabo per importanza, dopo Al Jazeera e altre due che non mi ricordo.

Rami-uomo è una persona simpatica, umile, loquace, ospitale. Si è subito dimostrato estremamente interessato nel nostro progetto, collaborativo al punto da darci la sua piena disponibilità per tutti i giorni che saremo qui.

Dopo aver pranzato nel suo felafelaro preferito, (e aver scoperto che quello che noi chiamiamo kebab loro chiamano shawerma, e che se ordini un kebab ti portano un panino con dentro delle ottime salsiccette speziate) ci siamo salutati dandoci appuntamento per domani a Yabat, dove ci accoglierà nella sua casa.

Nel tardo pomeriggio ho accompagnato Luca (in grave astinenza da strumenti musicali) a comprare una chitarra, che al nostro ritorno in Italia lascerà in dono alla blind schola. La chitarra in questione merita una descrizione a sé in quanto, oltre a essere blu-lapislazzulo e di dimensioni inferiori alla media, ha sei corde di cui quatto MI e due SOL, o meglio, aveva, ora ha soltanto due SOL: tutte le altre corde sono saltate durante l’accordatura. Ma ai bambini va bene lo stesso: strimpellano quelle due corde come fossero sei, emettendo gli stessi suoni dissonanti che emetterebbero se avessero in mano una stratocaster.

P.S. per dovere di cronaca voglio precisare che quando ho letto agli altri l’incipit di questa “puntata”, Nicholas ha brontolato: “A parte che Allah É Dio… comunque anche Allah ha riposato al settimo giorno, solo che gli arabi li contano in un’altra maniera.”

 

Lunedi 08 ottobre

Sono grato di non essere mai stato una cima in matematica dal momento che, considerando che la nostra prima giornata è stata dura, la seconda un po’ piú dura, la terza piú dura della seconda, e oggi (aka la quarta) dura come mai prima, se fossi in grado di mettere questi dati in un’equazione probabilmente domani mattina mi sveglierei con un brutto presentimento.

Dopo aver dormito 4 ore (anche grazie al mio amico #muezzin che alle 4 e 20 salmodiava a volumi da discobalera estiva a Milano Marittima) oggi il direttore della Blind School ci ha tirati giú dal letto anzitempo per comunicarci che la stanza dove dormivamo serviva ai bambini, e che quindi noi dovevamo spostarci con in nostri bagagli in una piccola casetta staccata di un paio di metri dalla scuola.

[Si tratta di un rettangolo di cemento alto due piani: l’unica stanza abitabile é al secondo, e vi si accede salendo una scaletta esterna di ferro, stretta e ripida. il piano di sotto é una sorta di rimessa impolverata]

Il suddetto edificio, palesemente abbandonato a sé stesso da molto tempo, è formalmente di proprietá del ministero degli affari sociali, il che comportava dover raccogliere tutto il delirio che c’era dentro  (tavoli, sedie, macchine da scrivere, tostapani, tazzine sporche di caffé ammuffito etc.) e spostarlo al piano di sotto (unico tragitto possibile: passare per la scaletta esterna e fare tutto il giro perché i due piani non sono collegati all’interno da alcuna scala).

Nel frattempo un delegato del ministero ci osservava attentamente sfacchinare su e giú bestemminado, stracarichi di roba, scrutandoci senza muovere un dito (e c’é da ammettere che, considerate tutte le differenze tra i nostri due paesi, incontrare un politico che ti guarda lavorare e non fa un cazzo, tutto sommato, ti fa sentire un po’ a casa).

Alle undici e mezza, affidandoci come sempre alla guida esperta del buon tassista Mahmoud, siamo partiti alla volta di Yabat, un villaggio poco distante da Jenin, per andare a trovare, a casa sua, il poeta Rami.

Il pranzo preparato in nostro onore da sua madre si è presentato, al nostro arrivo, come la meritata ricompensa offertaci da un Dio transculturale per il grande sforzo appena compiuto: due megapiattoni pieni di Maklouba e Moujéttara (riso con pollo patate cavolfiore e piselli il primo, riso con cipolle melanzane ceci e arachidi il secondo) troneggiavano al centro del tavolo, circondati da piccole terrine riempite fino all’orlo di fresche salse yogurtose e golosi condimenti verdureschi. E quando, tra un boccone e l’altro, Rami ci ha confidato che sua madre é nota a Yabat per essere la migliore cuoca del villaggio, la notizia ci ha sorpreso ben poco.

Dopo aver parlato per ore di poesia (ma non solo) con un Rami microfonato e loquace, siamo tornati alla Blind School che era giá buio pesto. Non avremo il tempo di sentire la sua mancanza. Infatti domani mattina abbiamo un appuntamento importante con tre aspiranti traduttori (la traduzione ci serve per fornirci dei sottotitoli delle interviste tenute e delle poesie lette in lingua araba all’interno del nostro documentario).

Poiché il budget per il nostro progetto è limitato, l’appuntamento di domani sará di fatto un provino, in base a cui sceglieremo il migliore dei tre candidati. E Rami ci raggiungerá a Jenin domattina alle 9 per aiutarci in questa scelta.

Ci vediamo tra 5 ore, caro Rami!

Nel frattempo, buona notte!

Palestine Poetry Network - foto di gruppo
Martedi 09 Ottobre

“Luca ti prego dammi un deca dalla cassa che mi compro una Rabdúl”. Questa frase, apparentemente incomprensibile, è la prima cosa che un Luca (che svolge l’autorevole ruolo di cassiere e contabile del PPn) dagli occhi cisposi e assonnati si é sentito dire questa mattina.

Spiego: Avendo un appuntamento col poeta Rami in città alle 9 (per prenderlo e portarlo con me alla Blind School), alle 8 e tre quarti, dopo quasi 4 ore di sonno, ero in piedi e mi stavo vestendo. (SempreSulPezzoStateOfMind).

Mentre mi lavavo i denti in attesa dell’arrivo del buon tassista Mahmoud, la mia immagine riflessa nel piccolo armadietto a specchio sopra al lavandino in bagno, mi ha convinto che era il caso di concedere un piccolo aiuto artificiale alla mia lucidità mentale. La Redbull, che in Palestina apparentemente non esiste, è rimpiazzata nei frighi dei negozietti alimentari dalla “XL” (energy drink del tutto equivalente) che, essendo ai nostri occhi “la Redbull araba”, è stata da Luca argutamente ribattezzata Rabdúl.

Di ritorno alla Blind School insieme a Rami, eravamo finalmente pronti a valutare i candidati per il ruolo di traduttore del documentario PPn. Dei 3 aspiranti traduttori se ne sono presentati solo 2: Karim e Ahmed.

Il test, suddiviso in due parti, consisteva nel tradurre, dopo averle sentite in cuffia, un pezzetto di intervista e una poesia, che  Rami aveva reccato per noi (per i non rappusi: reccare = registrare al microfono).

Mentre scrivo queste righe Nicholas sta comunicando ad Ahmed che ha ampiamente superato la prova.

Mentre i provinanti venivano provinati, pochi metri piú in lá, attorno a un tavolo a lato del portone d’ingresso della scuola, io stavo facendo la conoscenza di Saber, giovane rapper di Jenin.

Saber é un ragazzo del ’91, sgaio ed espansivo, che parla un inglese relativamente scorrevole e cosparso ampiamente dell’espressione “fuckin‘” a introdurre aggettivi e sostantivi: “fuckin’ nice man!” “my fuckin’ ex girlfriend“.

Abbiamo parlato di lui, della sua vita passata e presente, e abbiamo ascoltato assieme le sue canzoni caricate su Youtube.

Con la stessa serenitá con cui parlava della musica, mi ha raccontato dell’uccisione di suo padre durante la seconda intifada (seconda per noi, terza per il popolo palestinese: quella del 2002) e di un’infanzia passata a lanciare sassi ai carrarmati israeliani senza sapere bene perché, un po’ come fosse un gioco.

Le sue canzoni trattano tematiche a carattere fortemente sociale, quali l’occupazione israeliana, i costumi del suo popolo, profondamente oppressivi sotto certi aspetti (l’occupazione delle terre da parte dello straniero rapportata all’occupazione autoimposta della mente), la condizione delle donne, che nella societá palestinese non hanno le stesse opportunitá e gli stessi diritti degli uomini, l’imperialismo economico dei paesi occidentali.

Il pomeriggio, trascorso a svolgere separatamente ciascuno i propri compiti, è stato accompagnato da una prospettiva piacevole: verso le sei infatti, Mahmoud ci aveva invitato ad andare tutti assieme a bere un cocktail in un locale a lui caro, che si trova nella periferia di Jenin.

[Cocktail: Se c’é, tra chi stesse leggendo, qualche peccatore che, alla vista di questa parola si sia figurato un grande bicchiere pieno di qualche miscuglio fortemente alcolico, si ricreda immediatamente (e si redima finché é in tempo): l’alcol infatti é severamente ripudiato nella cultura araba e qui, per cocktail, si intende una sorta di banana milkshake servito in trasparenti tazze da tè]

Le due ore trascorse nello spazioso giardino del locale, fumando il narghila (se ho capito bene qui dicononarghila perché dire shisha è da grezzoni), bevendo il milkshake-cocktail, comunicando un po’ a parole e un po’ a gesti, che sarebbero state giá di per sé fantastiche, sono state impreziosite dalla presenza al nostro tavolo di un ragazzo 20enne che lavora lí come cameriere (ma che al momento si trovava lí fuori dall’orario lavorativo) rivelatosi un rapper talentuoso e molto interessato al reciproco scambio di strofe: Rami 27.

Io gli ho rappato, su sua insistente richiesta, un pezzo di Ho avuto dei problemi (prima strofa che mi é venuta in mente con flow serrato e incastri fitti) e lui mi ha rappato una sua strofa, strafiga sotto almeno tre aspetti: l’ottima interpretazione vocale attentamente studiata, il flow  reso interessante da un’interessante utilizzo della tecnica delle pause, e gli incastri fitti e individuabili anche da chi, come me, non stesse capendo una parola del testo.

Mentre ci accordavamo per il come e il quando intervistarlo, ho avuto la sensazione che ogni cosa stesse andando naturalmente al suo posto.

– Dutch Nazari (membro della squadra di PPn) –

 

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Recapiti:  makeanimpact.info@gmail.com – contatto telefonico +393396179439 Giovanni Fassina, vice-presidente MAIA

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