Siamo orgogliosi di ospitare il reportage di viaggio dei ragazzi impegnati nel progetto Palestine Poetry Network promosso dalla onlus MAIA (Make An Impact) di Trento.

Di cosa si tratta?

Cinque ragazzi: due filmakers, uno scrittore, un poeta e un rapper alla ricerca di storie, parole, versi provenienti da una realtà difficile. Un mese immersi nella realtà palestinese, un’avventura ed un’esperienza umana davvero interessante, che vogliamo aiutare ad emergere e a promuovere. Manterremo, per quanto ci sarà possibile, i contatti con loro, per farci raccontare in presa diretta la loro esperienza.

In bocca la lupo ragazzi!

Per seguire tutti i reportage dei ragazzi di Palestine Poetry Network clicca qui.

 

Immagine © MAIA International

 

10 Ottobre, mercoledi

Stamattina è iniziata la fase delle interviste. Ad inaugurarla è stato Fadi, un giovane poeta di Jenin. Minuscola digressione: è notevole come il carattere della gente del luogo ci stia dando un aiuto gigantesco nel trovare persone da intervistare per il documentario. Appena qualcuno scopre le ragioni della nostra presenza qui subito comincia spontaneamente a coinvolgere parenti, conoscenti, amici, amici di amici che possano avere a che fare con l’oggetto del nostro interesse, e a tutte le ore i nostri telefoni squillano per le chiamate di sconosciuti che hanno saputo del nostro lavoro e vogliono prenderne parte.

Alle quattro e mezzo eravamo al Cinema di Jenin, per un’intervista con un poeta amico del fratello di una signora che conosciamo, in quanto ci aveva aiutato a trovare gli aspiranti traduttori per il documentario.
Io sono rimasto con loro solo dieci minuti, perché avevo preso accordi con Al Rapper Saber per raggiungerlo al Freedom Theatre. Il mio tragitto verso il teatro è un perfetto (ed ennesimo) paradigma di quanto la gente qui è genuinamente e spontaneamente generosa.

Sto camminando da cinque minuti quando inizio a rendermi conto che le indicazioni che avevo per raggiungere il Freedom Theatre (Masrah Al Horriya in arabo) erano eccessivamente semplicistiche (sempre dritto) e che ho la netta impressione di non essere nella direzione giusta. Mentre sto facendo questi pensieri, passo davanti al negozio di un barbiere, dentro ci sono due giovani ragazzi: “Do you speak english?” chiedo. “Yes, a little bit!” risponde uno dei due. Io: “Do you know where I can find the Freedom theatre?”. Lui: “…” (espressione sbalordita di chi non ha capito una mazza). Io: (mimando con una gestualità al massimo dell’eloquenza) “The Freedom Theatre? You know, there is the Cinema, and there is the The Teatre, which is a little like a Cinema but with live actors” (nel dire actors ho improvvisato un balletto, rendendomi subito conto che un attore anglofono che fosse passato di lì probabilmente mi avrebbe preso a pugni). Lui:”AAAH! Masrah! Masrah al Horriya! Come, come with me!”. Io: “Oh shukran! Grazie davvero!”.

Iniziamo a camminare facendo un po’ di conversazione basica (What’s your name? where do you live? Do you study or work? eccetera, tutto propriamente mimato). Gira a sinistra. Gira a destra. Di nuovo a sinistra (mannaggia a Saber e al suo always straight ahead and you will find! penso tra me e me).

A un certo punto Ahmed (questo il suo nome) ferma un taxi, e in quel momento mi rendo conto di non avere un soldo in tasca. Cerco di insistere sul fatto che sarebbe meglio camminare, poi di fronte alla sua insistenza cedo: “I have no money”. Non l’avessi mai detto: “Money? I have money! no problem my friend! Come! Come!”.

Arrivato al teatro, dopo aver salutato Ahmed (ma non prima di aver preso il suo numero e avergli promesso che lo chiamerò per offrirgli un narghila da qualche parte) ho provato a immaginare come sarebbe andata a un arabo che, entrando dal barbiere a Limena, o a Vigodarzere, o in qualche altro paese della provincia veneta, parlando una lingua straniera, avesse chiesto aiuto al gestore.

[Il freedom Theatre, che oggi ho solamente visitato, è un posto bellissimo, di cui parlerò meglio in futuro, quando andrò a incontrare i referenti per raccontare loro del nostro progetto e cercare di proporre loro una collaborazione]

Uscito dal Freedom Theatre, scioccamente senza aver chiesto indicazioni per raggiungere il Cinema dove il resto della squadra mi stava aspettando, mi rendo conto che sono più o meno daccapo. Devo girare a sinistra qua o alla prossima? O era quella prima? Cammino.E’ buio e sono in periferia. Ai lati della carreggiata, lavatrici abbandonate e calcinacci. A un tratto, quando stavo cominciando a preoccuparmi seriamente, sento il rombare di un motore che rallenta, e una voce che grida: “Duccio! Ahlam hasholla safja yahalla??” (queste sillabe totalmente casuali simboleggiano una frase in arabo che immagino volesse dire qualcosa tipo “Che minchia ci fai qui da solo a quest’ora?”).

Dal finestrino del posto-guidatore del suo taxi sporgeva il faccione sorridente di Mahmoud, tassista e santo protettore dei pedoni smarriti. “Go to Cinema?”, “Yes but look Mahmoud, I have no money”. Nessun problema. Ovviamente. Al punto che quando, qualche ora dopo, ci ha riportati tutti assieme a casa, non ha voluto saperne di accettare il prezzo anche di quella tratta, da lui offerta in segno di amicizia.

 

11 Ottobre 2012, giovedi

Stamattina ho fatto la mia prima intervista a un rapper per il documentario. L’intervistato è Rami 27, MC conosciuto per caso, nel baretto dove lavora, una sera che eravamo andati a berci una cosa insieme al tassista Mahmoud.

Abbiamo parlato per circa un’oretta, dopodichè l’abbiamo filmato mentre rappava, acappella, due pezzi a sua scelta, il primo dedicato alla sua terra (ho capito solo “Arafat” e poi, a una certa, “Jenin”) e il secondo scritto dopo la rottura con la sua ex ragazza (non ho capito una parola, ma con la scelta dell’argomento s’è conquistato una grossa fetta della mia solidarietà artistica).

A pranzo abbiamo mangiato la “patucca”, strana verdura non meglio identificata che Alessandro e Luca avevano preso al mercato ortofrutticolo, ribattezzata tale in quanto ha l’aspetto esterno di una zucca e il sapore di una patata. Era squisita e ho anche caricato una foto a ora di pranzo ma l’ho scattata col photo booth scrausone del Mac e a rivederla bene effettivamente non rende molto la golosità del prodotto.

A cucinarla, per noi occidentali che onestamente non avremmo saputo che farne, sono state le gentilissime signore della cucina della Alnoor Blind School che, dopo aver scavato via i semi dall’interno, hanno farcito ciò che ne rimaneva con un gustosissimo miscuglio pastoso di riso e carne macinata.

Poco dopo la fine del pasto si è consumata una piacevolissima scenetta da commedia degli equivoci. Facendo conversazione (perlopiù gestuale) con le signore, anche in segno di gratitudine e considerazione, @livuoiqueikiwi (aka Francesco) ha reintrodotto l’argomento della buonissima pietanza appena consumata, avanzando l’ipotesi di una versione alternativa, col cous cous al posto del riso. Al suono della parola “cous cous” tra le donne è esplosa un’isteria esilarante: tutte a darsi a pacche sulle spalle ridendo sguaiatamente.

A spiegare la situazione è intervenuto Nicholas, a cui la stessa scena era capitata in un mercato al Cairo un anno fa: cous, in arabo, è il nome dell’organo femminile. Il nostro cous cous, qui si chiama cous coussy. In pratica Francesco aveva proposto una pietanza a base di Figa Figa.

 

Nel pomeriggio siamo stati da un’associazione culturale che ha sede in centro a Jenin, per parlare del nostro progetto e chiedere collaborazione. Nello specifico vorremmo andare (e adesso si può dire che “andremo”) domani ad assistere alla raccolta delle olive, pianta estremamente tipica in Palestina, a riprendere qualche scena, e a filmare alcuni poeti che si raccontano con alle spalle il suddetto scenario bucolico.

Abbiamo anche raccolto il numero di due rapper, che incontrerò la prossima settimana. Siamo rimasti lì, tra una chiacchiera e l’altra (per la maggior parte chiacchiere frivole, a dire il vero), per quasi un’ora e mezza, ma io devo confessare che non ero molto sul pezzo: avevo la mente piena di rime, e ogni dieci minuti approffittavo dei momenti in cui l’attenzione non era su di me per andare in bagno, e scriverle su un foglietto. Quello che stiamo facendo, infatti, e in particolare l’aver dovuto stilare una lunga lista di domande da fare ai rapper locali, mi sta portando a fare molte riflessioni sulle mie risposte personali a tali domande e questo mi porta a scrivere molto. Se il tempo a disposizione me lo permetterà, credo che tornerò dalla Palestina con qualche pezzo in più rispetto a quando sono partito.

Domani, dopo essere stati alla raccolta delle olive, non ritorneremo a Jenin, bensì ci dirigeremo direttamente a Ramallah, dove sabato incontrerò Rami GB, che mi è stato indicato come una tra le figure in assoluto più significative per il movimento hip hop palestinese, il primo in assoluto che ha iniziato a rappare nei territori occupati. Oggi l’ho sentito al telefono, ci siamo accordati per incontrarci sabato a mezzogiorno e devo dire che sono abbastanza emozionato.

 

12-13 ottobre, venerdi-sabato

Mentre scrivo queste righe, sulla destra, a pochi metri da me, scorrono sterminati campi di olivi. Sullo sfondo colline, disseminate qua e là di piccoli agglomerati di case bianche, per la maggior parte a forma cubica: in Palestina, sto notando, quasi tutte le case hanno forma cubica (o parallelepipedica che non si dice, però dai, si capisce), con il tetto orizzontale e calpestabile.

[Molti anni fa la mia maestra Alberta alla scuola elementare Randi mi aveva spiegato che la funzione dei tetti appuntiti che ci sono da noi è di fare scivolare la neve durante l’inverno in modo che non se ne accumuli così tanta da sfondare il tetto: per questo più si sale verso nord, più è acuto l’angolo formato dal cucuzzolo. A rifletterci, col senno del poi, dubito che la mia maestra Alberta potesse vantare alcun tipo di competenza in materia di architettura o ingegneria edile, ciononostante questa mi pare un’interessante chiave di lettura per motivare la totale assenza di tetti dalla superficie obliqua in queste terre dal clima caldo e secco.]

Il confine ideale tra me e il paesaggio che si presenta ai miei occhi è rappresentato dal finestrino aperto del taxi-castello che, da Ramallah, ci sta riportando a Jenin.

Ieri mattina, di buonora, ci siamo alzati per andare a una raccolta solidale delle olive poco fuori da Jenin (organizzata da un’associazione di Ramallah in collaborazione con un’associazione di Jenin con cui siamo in contatto) con lo scopo di filmare alcune scene legate alla tradizione locale da montare per il documentario, e di intervistare un rapper che vi avrebbe partecipato (in realtà quello non era nei piani, ma è capitato: il rapper si chiama Mc Abdallah, ha 19 anni e rappa da 4 anche se, devo dire, onestamente a sentire il suo rap smetricato e senza rime non si direbbe proprio).

Arrivati all’oliveto ci hanno dato dei guanti in lattice e una specie di pettine arancione in plastica dura, con fessure larghe un centimetro tra un dente e l’altro. A dire il vero da parte nostra non era previsto che avremmo lavorato, ma le incomprensioni dovute alle barriere linguistiche a volte comportano qualche piccolo sacrificio. In ogni caso a vedere gli altri lavorare la cosa sembrava davvero divertente e nel giro di pochi minuti Luca, Alessandro ed io (mentre Nicholas e Francesco giravano tra gli alberi muniti di telecamera e spallaccio) pettivanamo di buona lena cantando a squarciagola Bella ciao, ma anche Il capitano della compagnia, la Brum del capo ha un pss nella mmh e Carramba beviamo del whisky carramba beviamo del gin (che per essere antisgamo in modo da non rischiare di urtare la sensibilità dei locali0 è diventato “carramba beviamo la grappa carramba beviamo del vin”).

Il meccanismo è semplice: pettinando i rami le olive si staccano, cadendo su dei teli neri sistemati sotto all’albero, in modo da agevolare la successiva raccolta e quando è arrivata l’ora di smettere per intervistare Abdallah ci siamo tutti e tre rimasti un po’ male.

A Ramallah ci siamo arrivati nella Mazda di Steve. Steve è un cittadino americano, originario di Sto Hudson (aka Idontknowville), che abita e lavora a Ramallah da 7 anni per un’associazione che fornisce programmi di sostegno all’educazione infantile e che aveva organizzato la raccolta delle olive, dove lo abbiamo conosciuto.

A Ramallah avevamo pianficato di dormire, presso una struttura di proprietà del Goethe Institut, ma siccome Schumacher (il tizio tedesco che dovevamo contattare per prenotare le stanze e sapere dove andare una volta arrivati in città) non rispondeva al telefono abbiamo chiesto a Steve se conosceva posti dove dormire a pochi soldi: Steve, che evidentemente dopo 7 anni in Palestina ha ormai acquisito i costumi locali, ci ha subito detto di non preoccuparci, che potevamo dormire da lui.

[Casa di Steve si è rivelata uno spazioso appartamento al terzo piano di un palazzo vicino a tra Ramallah-centro e Ramallah bassa arredato con eleganza e in cui vive solo. Per ricambiare la sua ospitalità gli abbiamo cucinato un’ottima pastasciutta, e abbiamo passato la serata chillati sui suoi comodi divani a raccontarcela sorseggiando birra Taybeh, ottima birra palestinese fabbricata appunto a Taybeh, villaggio rigorosamente cristiano (cristiani beoni!)]

 

Il motivo per cui ci trovavamo a Ramallah è il seguente: oggi all’una avevamo appuntamento a casa di Rami GB (un’altro Rami: in Palestina ci sono più Rami tra le persone che sugli alberi) che è un rapper parecchio grosso: non solo per i suoi centocinquanta chili portati con possente eleganza ma soprattutto perché, rappando da 12 anni, è il primo rapper in assoluto di tutti i territori occupati.

Ma ciò che più lo lega all’oggetto della nostra ricerca è il fatto di essere originario di Jenin. E’ lí infatti che si trovava quando nel 2000 ha scritto il suo primo pezzo rap, e da lì si è spostato a vivere a Ramallah nel 2005.

Essendo parecchio emozionato mi ero preparato bene, raccogliendo tutte le (poche) informazioni che ero riuscito a reperire su di lui su internet e ascoltandomi bene i suoi pezzi. Quando sono arrivato a casa sua avevo con me, scritta a penna su un foglio a righe, un’intervista studiata “ad personam”.

Le risposte che ha dato alle mie domande erano mature e ponderate. Mi ha raccontato le difficoltà di iniziare a rappare in una città piccola e molto tradizionalista, l’impatto dell’occupazione sulla scena culturale del luogo, il trauma rappresentato per lui dagli eventi che hanno travolto Jenin nel 2002: “siamo rimasti chiusi in casa per un mese consecutivo. Quando sei lì, al buio, con il costante rumore degli spari e delle bombe in sottofondo ti rendi conto che non è tanto la certezza della morte il problema, quanto il dubbio. Se ti dicono che devi morire, allora in un certo senso hai modo di accettare il fatto. E’ l’incertezza la cosa peggiore, capisci?”

Dopo l’intervista abbiamo passato un’oretta nel suo homestudio a pomparci i potentissimi beat (prodotti da lui “a quattro mani” assieme all’altro beatmaker del duo di cui fa parte: gli Audiotunnels) su cui sta scrivendo il suo prossimo album, e ci siamo dichiarati entrambi desiderosi di fare un collaborazione nel prossimo futuro.

Dopo aver mangiato i maccheroni al ragù cucinati in nostro onore da sua madre, ci siamo salutati con la consapevolezza che ci rivedremo a breve, in quanto i nostri impegni ci porteranno di sicuro a dover tornare a Ramallah almeno un’altra volta.

E per com’è andata questa, onestamente, non vedo l’ora.

 

– Dutch Nazari (membro della squadra di PPn) –

 

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