Siamo orgogliosi di ospitare il reportage di viaggio dei ragazzi impegnati nel progetto Palestine Poetry Network promosso dalla onlus MAIA (Make An Impact) di Trento.

Di cosa si tratta?

Cinque ragazzi: due filmakers, uno scrittore, un poeta e un rapper alla ricerca di storie, parole, versi provenienti da una realtà difficile. Un mese immersi nella realtà palestinese, un’avventura ed un’esperienza umana davvero interessante, che vogliamo aiutare ad emergere e a promuovere. Manterremo, per quanto ci sarà possibile, i contatti con loro, per farci raccontare in presa diretta la loro esperienza.

In bocca la lupo ragazzi!

Per seguire tutti i reportage dei ragazzi di Palestine Poetry Network clicca qui.

 

Immagine © MAIA International

14 ottobre, domenica

Scendiamo dal taxi. Io dico: “Thank you mahmoud, see you later!”. Mahmoud annuisce con il suo tipico sorriso da gioconda, gli occhi arrossati e leggermente socchiusi, e risponde: “In scialla!”
Mi fa straridere quando Mahmoud, come del resto fanno tutti spessissimo da queste parti, dice: “In scialla!”. In realtà si scrive Inshallah, letteralmente significa “Se Dio vuole” e viene usato per dire “speriamo”, “se tutto va bene”, “ringraziando il Signore” o simili. “Tutto a posto a casa?” “In scialla!”. “Oh allora stasera vengo a cena da te!”, “In scialla!”. Eccetera.

A pochi metri dallo spiazzo dove ci ha lasciati Mahmoud c’è la casa di Wassil, dove siamo stati invitati per cena, per filmare lui e il suo amico musicista Ismahel che suona l’Oud (una specie di chitarra fatta così) e cantare canzoni popolari arabe.

Sono quasi le sei, fuori è già buio e quando entriamo in casa è pronto in tavola. Delle due l’una: o da queste parti Ospitalità e Opulenza sono due concetti sinonimi (e quindi quando hai ospiti ciò comporta automaticamente triplicare la quantità media di cibo per commensale) oppure gli arabi hanno un metabolismo davvero veloce: patate ripiene di carne, involtini di carne, humus, similpanzerotti ripieni di carne, formaggio fuso e filante e molte altre fantastiche pietanze sono passate rapidamente dai vassoi ai nostri stomaci, dopo una tappa particolarmente breve sui nostri piatti.

Dopo l’abbondante cena, abbiamo assistito a una panoramica musicale sul mondo Arabo: per ogni paese un brano popolare. Wassil aveva una voce calda e intonata, molto adatta ad essere accompagnata dallo stridulo ma allo stesso tempo piacevole suono dell’oud. Ma la parte più interessante della conversazione si è tenuta a telecamere spente, quando poco prima di tornare a casa, Wassil ha confidato a me e a Francesco la sua storia personale.

Wassil si dichiara politicamente vicino ai movimenti legati ad Hamàs (mentre la maggioranza al governo in West Bank è il partito antagonista, Fatàh, considerato pacificamente “democratico” dai media occidentali, a detta di alcuni soprattutto in quanto ha posizioni politiche che piacciono agli USA).

Un giorno stava tornando tranquillamente a casa da una passeggiata e si è trovato le autorità locali in casa, che rovesciavano tutto in cerca di armi. E’ stato detenuto temporaneamente con l’accusa totalmente indimostrata di essere amico dei terroristi, e nello specifico di tenere in casa le loro armi. In conseguenza di questo avvenimento è stato subito licenziato dalla scuola elementare dove insegnava musica ai bambini.

Fortunatamente questa storia ha un lieto fine: Non riuscendo a trovare alcuna prova a suo carico l’accusa è stata lasciata cadere, e di recente il tribunale del lavoro ha riconosciuto il suo diritto ad essere reintegrato sul posto di lavoro, con l’obbligo che gli vengano corrisposti i salarii di tutti i due anni e mezzo durante i quali non ha potuto lavorare.

Questo aneddoto mi porta fare due tipologie di riflessione. La prima è che la fiducia che riponiamo verso le notizie senza smentita, forniteci dai media apparentemente neutrali, vanno sempre verificate.

La seconda è che la legislazione sul lavoro che prevedeva l’obbligo inderogabile di reintegrazione sul posto di lavoro, con corresponsione di tutte le mensilità, è appena stata abrogata dalla riforma Fornero sul lavoro: mentre noi viviamo beatamente le nostre vite nella convinzione che in Palestina se la passino peggio di noi, qualcuno sta disintegrando i nostri sistemi legali di garanzia e tutela dei diritti minimi, nella totale ignoranza della maggior parte della popolazione.

“Forse è l’ora di farsele due domande”.

15 Ottobre, Lunedi

Stamattina siamo stati in un villaggio vicino a Jenin a casa di Muthanna Shaban, ovvero il presidente del forum dei poeti popolari, i bobular boets: abbiamo notato che gli arabi non conoscono la differenza fonetica tra la p e la b, e ormai ogni volta che in un’intervista parte un “boet” io e francesco (aka i cazzoni del gruppo) dobbiamo fare uno sforzo incredibile per non esplodere a ridere (inutile dire che essendo la poesia l’oggetto principale del nostro documentario, la maggior parte delle interviste sono tutte un fiorire di “boets” “boetry” “big cultural broblem” eccetera).

Le interviste ai poeti le cura Alessandro, e quindi ho avuto modo di mettermi in disparte e di occuparmi delle mie cose, tra cui portare avanti la scrittura del mio disco che a questo punto penso sarà pronto poco dopo il mio ritorno in Italia.

Di ritorno a Jenin, come sempre scortati dal buon Mahmoud, ho aiutato velocemente gli altri a smontare l’attrezzatura dal bagagliaio e poi sono risalito sul taxi per farmi portare a Alzababdeh, villaggio cristiano a una quindicina di kilometri da Jenin, dove dovevo sbrigare una faccenda personale.

Durante il tragitto io e Mahmoud ci siamo ampiamente meritati la medaglia d’oro in comunicazione extralinguistica: Abbiamo “parlato” di Sofia, che con i suoi modi spigliati e solari si è decisamente conquistata un posto d’onore nel cuore del tassista durante la sua permanenza settembrina a Jenin, delle sue figlie che fanno l’università, dei suoi animali domestici: due cani, molti uccelli, nessun gatto, una tartaruga (a vederle nero su bianco sembrano poche informazioni, ma sfido chiunque a capire il concetto di “tartaruga” comunicato in arabo e senza l’uso delle mani, che chiaramente dovevano rimanere concentrate sulla guida).

Gli ho rappato la strofa scritta oggi e lui si è preso talmente bene ad ascoltarmi tamburellando con le dita sul volante che quando il CB del taxi si è messo a far voci, e io mi sono interrotto per lasciargli la possibilità di rispondere, lui lo ha spento e mi ha fatto segno di proseguire.

A un certo punto abbiamo acceso l’autoradio, che passava un pezzo pop-arabo sull’alcol. Mi ha molto divertito questo dettaglio: siccome in arabo “Al” è articolo determinativo, e si attacca davanti alle parole (anche Allah letteralmente significa “Iddio”, Il Dio), Mahmoud dice a volte Alcohol, e a volte solo Cohól.

Stasera, se abbiamo capito bene, alla scuola ci sarà una gran festa organizzata dai Coreani (che sono arrivati a Jenin il nostro stesso giorno per lavorare come volontari al campo medico fuori città) perché per loro è l’ultimo giorno. Stiamo un po’ a vedere!

 

16 Ottobre, martedi

Devo tatuarmi sul polso, al posto dell’orologio “A Jenin vanno a letto come le galline”.

Infatti è la seconda volta che dobbiamo sbrigare delle commissioni e ci troviamo alle 4 del pomeriggio con una lista resa completamente inutile dal fatto che tutti i negozianti stanno già sbaraccando. Alle sei le strade sono deserte, occupate solo da metaforiche e fruscianti palle di fieno sospinte lungo la carreggiata da un flebile alito di vento.

Per il resto, sento di essermi abbastanza abituato allo stile di vita di questi luoghi. Ad esempio l’etichetta da queste parti (dettata dal timido arrivo dei primi visitatori europei, prima con la riapertura del Cinema Jenin per mano dei tedeschi, e gradualmente con l’arrivo di altre onlus e di pochi sparuti turisti) prevede che se incontri per strada un europeo, gli dici “welcome” e poi gli chiedi: “where you from?” (o la variante specifica “where you from: Germany?”).

[Per inciso il welcome sulla fiducia secondo me è un’abitudine bellissima, e riceverlo ti fa sentire un po’ più a casa tua: in Italia inizierei ad applicarlo con tutti gli stranieri che incontro, se solo da noi il cosmopolitismo non fosse un fatto così affermato da comportare il rischio di dire welcome a un tale dall’aspetto nordafricano che però di nome fa Guido ed è nato a Camposampiero]

A proposito di questa abitudine, ieri Mahmoud ha fermato il suo taxi all’altezza di un gruppetto di cinque o sei ragazzi con zaini e macchine fotografiche, fissandomi con sguardo allusivo: senza esitare ho dato loro il benvenuto, ho scoperto che venivano dalla Spagna e gli ho augurato una buona giornata, dopodichè il taxi è ripartito, rombando portando via con sè me e Mahmoud che sorridevamo soddisfatti.

Inoltre sembrerà strano ma mi è successo un paio di volte di intuire, senza aver prima guardato l’ora, che fossero circa le cinque in quanto mi pareva che fosse proprio giunta il momento di sentire i minareti salmodiare per la preghiera del tramonto. Basta che il prossimo step non comporti la sveglia di soprassalto alle 4 e venti per la preghiera notturna; per il resto questa curiosa metamorfosi abitudinale non mi dispiace affatto.

17 Ottobre, mercoledi

“Bello bello bello!” dice Alessandro, commentando il colpo sbilenco che Luca ha appena dato con l’asta alla pallina bianca del biliardo. Nicholas ride, Francesco socchiude gli occhi e si prepara a tirare. La partita è “grassi contro magri”, e i magrissimi Nicholas e Luca stanno vincendo di parecchio.

L’atmosfera è serena e festosa, in quanto abbiamo da poco concluso un evento a Yabad e siamo tutti d’accordo nel constatare che è riuscito bene.

[Yabad è il villaggio del poeta Rami Abu Salah, e l’idea di organizzare un evento che mescolasse poesia araba, poesia italiana, musica araba e musica Italiana era saltata fuori già al nostro primo incontro in un baretto del centro di Jenin, tra una fumata di narghila e un sorso di caffè]

E dire che le premesse lasciavano ben poco spazio all’ottimismo: l’evento si teneva oggi alle 4, e ieri sera ancora non avevamo trovato la chitarra, necessaria a Luca per accompagnare e a me per essere accompagnato. Inoltre nel pomeriggio ci eravamo resi conto che oggi all’una avevamo appuntamento (fissato la settimana scorsa e poi collettivamente dimenticato) per un’intervista importante con un famoso poeta a Kufr-rai, villaggio che si trova nella parte opposta del governatorato rispetto a Yabad.

A mezzogiorno dunque eravamo tutti a Jenin, Luca per trovare una chitarra da noleggiare (che nel paese dell’Oud è un pezzo raro), io e Francesco per incontrare il nostro interprete Abed, abitante di Kufr-rai e amico del poeta da intervistare, Nicholas e Alessandro per prendere un taxi-castello per Yabad e andare ad aiutare Rami coi preparativi per l’evento.

Io e Francesco, sempre scortati dal buon Mahmoud, siamo arrivati a casa del poeta alle due e, ormai rodati nel mestiere rispettivamente del cameraman e dell’intervistatore, alle tre in punto eravamo di nuovo nel taxi, con dell’ottimo materiale nella memoria della Canon 5d. Dall’autoradio Fred Buscaglione cantava a voce roca una canzone alla sua Piccola (l’altro giorno Nicholas ha fatto una chiavetta di musica a Mahmoud che adesso è la playist fissa del suo taxi).

L’evento è stato un successo, soprattuto per la calorosissima partecipazione della popolazione locale, che, mentre io e Luca suonavamo, batteva la mani a ritmo e mentre Alessandro leggeva, carico di espressività, le sue poesie, pendeva dalle sue labbra pur senza capire una parola.

Proprio come sarebbe successo in Italia alla fine dell’evento un capannello di ragazzi circondavano Luca e me, con ogni probabilità il primo rapper che vedevano in vita loro, e un capannello di adulti più o meno anziani circondavano Alessandro, e questo fatto per me non è che l’ennesima riconferma di una cosa che sto imparando in questa nostra permanenza in Palestina: e cioè che è proprio nel contesto delle mille differenze tra culture che, accettandole, ci si riscopre uguali.

 

– Dutch Nazari (membro della squadra di PPn) –
 

Foto scattata da Francesco Durante Viola.

 

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Recapiti: makeanimpact.info@gmail.com – contatto telefonico +393396179439 Giovanni Fassina, vice-presidente MAIA

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