Siamo orgogliosi di ospitare il reportage di viaggio dei ragazzi impegnati nel progetto Palestine Poetry Network promosso dalla onlus MAIA (Make An Impact) di Trento.

Di cosa si tratta?

Cinque ragazzi: due filmakers, uno scrittore, un poeta e un rapper alla ricerca di storie, parole, versi provenienti da una realtà difficile. Un mese immersi nella realtà palestinese, un’avventura ed un’esperienza umana davvero interessante, che vogliamo aiutare ad emergere e a promuovere. Manterremo, per quanto ci sarà possibile, i contatti con loro, per farci raccontare in presa diretta la loro esperienza.

In bocca la lupo ragazzi!

Per seguire tutti i reportage dei ragazzi di Palestine Poetry Network clicca qui.

 

Immagine © MAIA International

 

18 ottobre, giovedì

Fumare il narghilè nella comoda posizione delle gambe accavallate dopo due settimane di piedi fissi a terra è estremamente rilassante.
Mi spiego: quando siamo arrivati, consapevoli della nostra ignoranza in tema di costumi arabi, ci siamo affidati completamente a Nicholas, che l’anno scorso ha passato otto mesi al Cairo per lavoro.

Forte di tale esperienza, durante la prima settimana ci ha dispensato pillole di “cultura araba” del tipo: “Per LORO, la pianta del piede rappresenta una grande volgarità, di conseguenza è molto offensivo mostrarla all’interlocutore, o in generale a chi ti si trovi seduto vicino”. Dramma.

Io accavallerei le gambe anche quando sono in piedi, se solo fossi capace. Ho passato un’intera settimana ad accorgermene di soprassalto, e correggere tempestivamente tale comportamento tanto offensivo.

Almeno fino a ieri, quando grazie all’ampia visuale offertami dal palco su cui mi trovavo, ho avuto modo di rendermi conto che la gente tra il pubblico, adagiata su sedie verdi di plastica, accavallava le gambe con grande disinvoltura mostrando bellamente ai vicini la pianta del piede, in alcuni casi addirittura scalzo.

Altro esempio: “Tra gli arabi è costume, prima di accendersi una sigaretta, offrirne una a tutte le persone attorno. Chi non lo fa è considerato un gran maleducato”. Una volta appresa questa regola non scritta, i tre cigarette smokers del gruppo, nonostante un pacchetto qui costi poco meno che da noi (circa 4 euro per venti Gauloise), hanno generosamente sacrificato decine di preziose sigarette alla causa del multiculturalismo. Salvo constatare che erano gli unici. La gente del posto invece, specie i giovani, una volta consumata la sigaretta offerta, tirava fuori il pacchetto e fumava con avida cupidigia le proprie senza offrirle, tranne in pochi nobili casi (dettati con ogni probabilità da un sentimento di mera riconoscenza).

Lentamente, quindi, abbiamo cominciato a sentirci come un gruppo di Egiziani che, arrivando in Germania senza alcuna nozione di cultura “europea”, si affidino ciecamente all’esperienza di uno di loro, che abbia di recente trascorso alcuni mesi in Spagna.

“LORO mangiano tardissimo: si cena alle undici, e prima delle nove in ogni caso non trovi nessun ristorante aperto”.

Per poi accusare i morsi della fame nel trovare le tavole sparecchiate poco dopo il tramonto.

 

19-20 ottobre, venerdi-sabato

Luca si protrae in avanti sbottando “Oh Burbi ma bevi piano almeno!”.
Alessandro lo guarda di traverso, il boccale ancora mezzo pieno di lager beer stretto nella mano destra, e, prima di svuotarlo con un solo sorso, risponde con tono solenne: “No, vecchio. La vita va affrontata così: a grandi sorsate!”.

Siamo nel salotto di casa di Steve, cittadino americano da noi conosciuto casualmente la settimana scorsa alla raccolta delle olive e che si è offerto di ospitarci quando andiamo a Ramallah, città dove lui abita e lavora da 7 anni.

Siamo partiti da Jenin ieri sera verso le otto, alla fine di una “giornata della poesia” a cui hanno preso parte alcuni tra i più grandi poeti del mondo Arabo, che si è tenuta proprio a Jenin, e che i nostri videomakers hanno documentato con solerzia.

Una volta arrivati A Ramallah siamo stati portati da due amici del nostro ospite allo Snowbar, un incantevole locale all’aperto immerso in una fitta e curata vegetazione, dove facevano musica dal vivo.

Complice il ritorno tardivo dallo Snowbar, questa mattina l’impietoso suono della sveglia alle otto e mezzo ci ha trovati tutti un po’ impreparati, con la sola esclusione di un pimpante Nicholas, che ieri sera era rimasto a casa a lavorare sul materiale-video per il documentario.

Una volta usciti di casa ci siamo divisi: Nicholas, Francesco e Alessandro sono andati a incontrare due poetesse per intervistarle. Io, Luca e la GoPro di Francesco ci siamo recati all’Ashtar Theatre di Ramallah, per intervistarne il direttore e in generale reperire materiale per il sito che intendiamo costruire al nostro ritorno in Italia.

L’intervista è stata molto soddisfacente, il direttore ci ha raccontato la storia del Teatro, fondato nel 1991 (alla fine della prima intifada, quando Ramallah era una città completamente svuotata della sua vita sociale con tutte le scuole chiuse e le strade lasciate deserte da una popolazione terrorizzata) con un programma iniziale di insegnamento di Teatro a 86 ragazzi tra i 13 e i 17 anni di età.

Lentamente, con il passare degli anni, le attività proposte dal Teatro sono diventate sempre più numerose, prima con l’apertura di workshops per truccatori e costumisti, aperti anche agli adulti, poi con l’apertura di un corso di Teatro Interattivo da cui è scaturito uno spettacolo che ha girato per tutta la Palestina: “We realised that YOU have to go to the audience, not the audience to you. The show toured around cities and refugee camps talking to the people about their own problems, using words they could understand. And it was a great success”

(“Abbiamo realizzato che sei tu che devi andare dalla gente, non la gente da te. Lo spettacolo ha girato le città e i campi-profughi del paese parlando alle persone dei loro stessi problemi, usando un linguaggio che potevano capire. Ed è stato un grande successo.”)

Oggi l’Ashtar Theatre è un centro culturale di fama mondiale nel settore del Teatro, ha anche un programma di corsi dedicato al Theatre of Oppressed ma soprattutto è l’unica struttura in Palestina che organizza corsi per “imparare ad insegnare”, in modo da formare gli insegnanti dei vari teatri che vengono aperti in città piú piccole in giro per il paese.

E tutto questo perché, per usare le parole del suo direttore, “Culture is the only weapon that can actually defeat the Occupation.”

 

21 ottobre, domenica

Oggi ho preso il mio primo granchio da quando abbiamo iniziato la nostra ricerca, un granchio grosso quanto una montagna. Il granchio in questione (trattasi ovviamente di granchio metaforico) è una ragazza di Jenin, sedicente digei che, essendo mia amica su Facebook, chiamerò Franca per non correre il rischio di urtare la sua sensibilità (per lo stesso motivo scriverò digei così come lo si pronuncia con la nostra fonetica antisgamo).

Ho conosciuto Franca poco dopo il nostro arrivo a Jenin, alla Alnoor Blind School dove alloggiamo e dove lei si trovava di passaggio in quanto parente di una delle signore che lavorano in cucina.

Facendo conversazione (per lo più gestuale) è saltato fuori che io stavo cercando un po’ di gente dell’hiphop a Jenin tra cui, se ne avessi trovati, anche dei digeis, al che lei mi ha rivelato di essere proprio una digei!

“Ma dai! Ma digei in senso hiphop? Cioè scratchi?”. Lei: “Sì!”, “No, ma dai, cioè scratchi i piatti con le dita?” (mimando il gesto dello scratch con la mano destra, l’orecchio sinistro appoggiato sulla spalla sinistra a mimare il contemporaneo ascolto delle cuffie) lei: “Sì!”.

Io: “Ma è fantastico! Ti andrebbe di concedere un’intervista per il documentario che stiamo girando?”, lei “Sì!”

(Se potessi tornare indietro, a questo esatto punto, le farei la prova del nove: “E sei capace anche di volare?” e lei risponderebbe: “Sì”)

L’appuntamento è stato fissato per oggi alle 3. Prima abbiamo fatto l’intervista, dopodichè siamo andati assieme a lei al posto dove lavora come digei a filmarla mettere in pratica i trucchi del mestiere.

Avendo fatto un’altro paio di conversazioni telefoniche con lei, avendo reperito qualche informazione sul posto in cui lavorava, ma soprattuto essendomi fatto, col passare dei giorni, un’idea un po’ piú chiara della situazione effettiva dell’hiphop a Jenin, avevo già maturato qualche dubbio sul suo essere una digei nel senso che intendevo io, e mi aspettavo alla peggio, che si trattasse di uno di quei digei che scelgono una scaletta ben ponderata e fanno qualche trick nel passaggio da un pezzo all’altro.

Ma quando ha aperto il portone in legno massiccio della Sala Conferenze dove, per lavoro, mette la musica alle feste di matrimonio, dentro di me si è sgretolata anche la più piccola speranza di attribuirle una minima dignità artistica.

Abbiamo attraversato il salone per entrare in uno stanzino separato, con un computer e un mixer. Ha acceso il computer e aperto il programma di musica Winamp. Poi si è messa a selezionare canzoni da una cartella, mentre rispondeva serenamente alla mia domanda su quale criterio utilizzasse per la scelta delle canzoni: “Non le scelgo io, gli sposi mi danno una lista.”

Dopo aver premuto play, ha iniziato a smanettare un’attimo al mixer, senza curarsi minimamente dei piroli che servono a bilanciare bassi, alti e medi, dedicandosi esclusivamente alla levetta del volume: “Sai”, mi ha svelato con lo stesso tono di voce con cui un prestigiatore ti rivela di avere un doppiofondo nel cappello “a volte mentre passo le canzoni abbasso e alzo il volume ripetutamente. Sai come, per dare un po’ di movimento al tutto”.

 

© Francesco Durante Viola

22 ottobre, lunedì

Mitragliatore, pistola, divisa militare.
Buongiorno.

Stamattina il primo ministro della Palestina, Salam Fayyad è venuto in visita alla Alnoor Blind School, con la Guardia Personale al seguito. Il direttore della scuola sembrava uno sposo: abito nero e cravatta celeste larga, camminava con fare ansioso avanti e indietro per l’androne principale.

Francesco e Nicholas sono rimasti alla scuola nella speranza, col senno del poi malriposta, di strappargli un’intervista per il documentario. Io avevo da fare fuori città e quindi poco dopo l’arrivo del premier ero sul taxi di Mahmoud diretto ad AlZababdeh.

[per la cronaca: L’opinione di Mahmoud in merito alla faccenda é stata una perla di qualunquismo alla Jeniniana: “AlFayadd, Netanyahu, Bush… I work! what they do?”. Per inciso: Mahmoud ogni mattina è nel suo taxi alle sei in punto, e lì rimane fino alle undici di sera, festivi compresi. Risulta difficile dargli torto.]

Nel pomeriggio sono andato con Luca al Freedom Theatre, per intervistarne il direttore artistico. Prima siamo passati in centro per stampare alcune cose in copisteria, attraversando la bolgia della città sotto Eid.

Infatti l’Eid (che è la festa più importante del calendario Islamico, in tutto assimilabile al nostro Natale) cade questo venerdí, il 26 ottobre. Le strade in questi giorni sono piene di banchetti di dolciumi, i rivenditori di bestiame sono in gran fermento perchè è tradizione durante l’Eid uccidere un animale per ciascuna famiglia, e in generale il traffico pedonale è raddoppiato. Camminando in mezzo alla folla di uomini e donne, ragazzi e ragazze, è impossibile non notare una cosa: donne e ragazze, per farsi più belle, prima di uscire di casa, si sbiancano il viso con un cosmetico. Cioè da noi sono bianche e se lo scuriscono, qui il contrario. “Valle a capire, le donne!” verrebbe da dire.

L’intervista al direttore del Freedom Theatre, per il cui contenuto rimando al nascituro sito internet che intendiamo costruire al nostro ritorno, è stata una delle più intense che ho fatto finora.

Dopo l’intervista io e Luca siamo rimasti al teatro assieme al nostro amico Saber (il rapper Saber), dove si teneva il concerto di Tarek, un rapper originario di Jenin che attualmente vive in Giordania.

Tarek ha spaccato. Il live è stato un one-man show misto di pezzi accappella, pezzi su beat hiphop, e pezzi rappati-cantati accompagnandosi con una chitarra acustica. Gli argomenti trattati ruotavano tutti attorno alla situazione del popolo palestinese. Non capivo le parole ma il flow era pulito e l’interpretazione era incazzato-riflessiva, la voce nel cantato calda ed espressiva. Nei brani acappella spesso doveva interrompersi per lasciare sfogare il pubblico che si lasciava andare a fischi e applausi.

Usciti dal teatro mi sono fatto dare il numero del tizio che ha gestito i contatti con lui nell’organizzare questo live; domani cercheró di risalire a lui per strappargli un’intervista, perché mi hanno detto che tutta la sua famiglia sta a Jenin e questo mi fa sperare che, se Allah vuole, si tratterrà a Jenin per tutto l’Eid.

Inshallah. (In scialla).

 

23 ottobre, martedi

“Mettiamo una panca sopra a un armadio e ci arrampichiamo” dice Alessandro. “Ma no!” lo interrompe Francesco, “dobbiamo salire su al terzo piano e calarci da lí”. “No ragazzi” intervengo io, “bisogna fare una piramide umana, io salgo sopra Burbi, poi Luca che è il più leggero mi si arrampica sopra e sale su lui”.
Il brusio concitato di frasi scomposte a proporre soluzioni demenziali al problema, viene interrotto tutt’a un tratto da Nicholas che annuncia con tono trionfante: “Ho la soluzione: mi bastano una sedia, due persone, e un paio di scarpe”.

Oggi pomeriggio è arrivato Lorenzo (che è incidentalmente fratello di Francesco), che si tratterrà a Jenin per conto suo fino a dicembre inoltrato (il suo compito qui è di fare una ricerca sociale sulla percezione del popolo palestinese riguardo alla cooperazione europea e occidentale).

Dopo aver terminato le interviste, dunque, siamo scesi insieme in città a comprare tanto cibo, ce lo siamo riportati su alla scuola e abbiamo fatto una cena da re. La scuola è formalmente chiusa in questi giorni perchè in Palestina si è sotto Eid quindi l’edificio è tutto per noi: bambini, insegnanti, governanti e direttore sono tutti a casa fino alla prossima settimana.

Chi non è mai stato alla Alnoor deve immaginarsi la scuola, al suo interno, come una struttura rettangolare cava, a tre piani. In ciascun piano le stanze sono situate lungo il perimetro esterno e danno tutte su un corridoio (anch’esso dunque rettangolare) da cui ci si puó affacciare e guardare l’androne del piano terra.

Subito dopo aver cenato, Francesco ha guardato tutti con aria furbetta e ha dichiarato: “Comunque adesso che c’è Lollo, a ben vedere, siamo giusti per un tre contro tre”: è scattata la partitella di calcetto indoor.

 

© Francesco Durante Viola

Quando eravamo ancora sull’1-0 Francesco ha fatto un rovescio rocambolesco a superare Nicholas e ha mandato il pallone nel corridoio del secondo piano. Il problema è che la porta del secondo piano è chiusa a chiave e la chiave ce l’ha la zia, che è a casa per le ferie!

[la zia è una delle signore della cucina, quella che più di tutte ci sta dietro. Tra l’altro la zia si è innamorata di Nicholas e lo chiama al telefono più o meno ogni due ore con un motivo futile]

Ora stavamo cercando di trovare la soluzione al problema, ma nel frattempo arrivata la zia (che avendo telefonato nicholas con un motivo futile era stata messa a parte del nostro problema) con le chiavi del secondo piano.

“Masalama zia! Thank you very much for coming! Have good hoolidays! Good night!”

Si riparte dall’1-0. Via!

PS: Mentre rileggevo il testo prima di postarlo, il pallone è finito nuovamente al secondo piano. Salta fuori che la zia, prima di andarsene, ha richiuso tutto a chiave e siamo di nuovo da capo.

In questo momento Nicholas sta dicendo “Bon ragazzi allora: mi servono una sedia, due persone e un paio di scarpe…

 

– Dutch Nazari (membro della squadra di PPn) –
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