Siamo orgogliosi di ospitare il reportage di viaggio dei ragazzi impegnati nel progetto Palestine Poetry Network promosso dalla onlus MAIA (Make An Impact) di Trento.

Di cosa si tratta?

Cinque ragazzi: due filmakers, uno scrittore, un poeta e un rapper alla ricerca di storie, parole, versi provenienti da una realtà difficile. Un mese immersi nella realtà palestinese, un’avventura ed un’esperienza umana davvero interessante, che vogliamo aiutare ad emergere e a promuovere. Manterremo, per quanto ci sarà possibile, i contatti con loro, per farci raccontare in presa diretta la loro esperienza.

In bocca la lupo ragazzi!

Per seguire tutti i reportage dei ragazzi di Palestine Poetry Network clicca qui.

 

Immagine © MAIA International

 

25 ottobre, giovedi

Stasera è la vigilia dell’Eid. Nel calendario islamico l’Eid è la celebrazione del sacrificio di Abramo, in memoria del quale le famiglie sgozzano un animale; a seconda del censo le famiglie sgozzano una mucca o una pecora, e ne destinano parte delle carni alle famiglie più povere.

Camminare per le vie di Jenin in questi giorni è davvero meraviglioso. La città sembra essersi trasformata, la gente che affolla le strade fino a sera inoltrata è felice e rilassata e io pure oggi mi sono fatto contagiare dall’atmosfera festosa, comprando un sacchettone pieno di cioccolatini di tutti i tipi al modesto prezzo di 8 sheqel, circa un euro e mezzo, presso uno dei moltissimi banchetti di dolciumi che hanno invaso le strade della città.

L’altro giorno il mio amico Saber mi raccontava che durante il Ramadan (l’equivalente della quaresima cristiana durante il quale i musulmani si astengono dall’assunzione di cibo, liquidi e fumo durante tutto il giorno) ogni anno, si registra una crescita esponenziale degli incidenti stradali e in generale la gente tende a essere tesa e scontrosa. Passeggiando per Jenin oggi il mio pensiero è andato al buon vecchio Giovanni e alla bella Sofia che sono stati a Jenin in Agosto, proprio durante il Ramadan, e a quanto a noi del PP-n (non avendo alcuna conoscenza del calendario Islamico e avendo scelto questo periodo per ragioni totalmente personali) sia andata davvero di culo.

Ho sentito dire che domani ci saranno fastose celebrazioni a Ramallah e dal momento che qui tutti passano la giornata in famiglia e, di conseguenza, non ci sono interviste programmate, ho deciso di di recarmici per viverle di persona.

P.S A testimoniare la rarità speciale di questa giornata, mentre scrivo queste righe, una forte pioggia ha cominciato a scrosciare, la prima a cui assistiamo da quando ci troviamo in Medio Oriente.

 

27 ottobre, sabato

“Ramallah? aah.” Mahmoud mi guarda un po’ perplesso, e poi scuote la testa: “Tomorrow. Not today: today Eid“.

Ricambio il suo sguardo in un misto di sorpresa e delusione, e rispondo: “I know today it’s Eid, that’s exactly why I want to go to Ramallah!”. Lui mi guarda come si guarda qualcuno che non ha capito e ripete: “Ramallah? Ah. Tomorrow, not today: today Eid!”

Attorno a noi la città di Jenin appare come uno scenario post-apocalittico: la stazione dei taxi, di solito affollatissima di persone e taxi-castello in procinto di partire verso tutte le città della WestBank, è deserta, occupata solo da un solitario furgoncino giallo. Un uomo con due pesanti bagagli e una madre con la sua bambina stretta in braccio attendono, presumibilmente da parecchio tempo, che il taxi si riempia per poter partire.

Questo è successo ieri pomeriggio. Dopo aver atteso per circa un’ora, siamo partiti alla volta prima di Nablus e poi di Ramallah. Ogni tanto l’autista rispondeva al telefono, e dopo pochi minuti si fermava a lato della carreggiata ad aspettare l’arrivo di un nuovo passeggero. Altre volte rallentava leggermente all’altezza di gruppetti di persone in palese attesa di un mezzo, e facendo segno con le dita comunicava loro quanti posti liberi aveva.

Dopo essere arrivato a destinazione, la sera mi sono beccato con Rami GB (un’importante rapper della scena nazionale palestinese, il primo che ha iniziato a rapare in Arabo nei territori occupati) in un locale del centro dove si teneva il concerto di Basel Sayid, un artista molto attivo nella scena musicale di Ramallah. Rami ha definito la sua musica “alternative“, il che è stato spunto per una conversazione sul significato di tale parola applicata alla musica. “Alternative to what?” è stata la mia domanda, essendo io abituato ad associare tale aggettivo a una sorta di rock indipendente suonato da band composte da musicisti più o meno hipster.

Il significato che si dà a tale termine qui indica qualsiasi tipo di forma d’arte musicale, contrapposta alla musica prodotta con lo scopo di essere venduta al consumatore-medio.

Basel Zayid, accompagnato da una band formata da un bassista, un percussionista e un violinista, ha fatto uno show che mescolava musica tradizionale araba e canzoni sue. Il risultato è stato una piacevole commistione tra strumenti non tradizionali e melodie decisamente arabeggianti, o che almeno risultavano tali al mio orecchio occidentale.

Questa sera con ogni probabilità sarò di ritorno a Jenin, dove domani farò l’ultima intervista a una rapper del posto, prima di ripartire con l’intera squadra PPn alla volta di Tel Aviv, dove mercoledì prenderemo il nostro volo di ritorno in Italia. Ma prima di tornare a Jenin, se tutto va bene, mi beccherò con Rami a casa sua col dichiarato obiettivo di uscirne con almeno uno dei suoi potentissimi beats da inserire nella beat-list del mio prossimo EP. Inshallah!

 

© Francesco Durante Viola

28 ottobre, domenica

Addio Jenin.

Mentre l’autista del taxi-furgoncino che ci sta portando a Ramallah accende il motore e il veicolo si avvia rombando, lasciando la città che ci ha dato ospitalità per tutto questo mese alle nostre spalle, cerco di dare un’ordine alla miriade di pensieri confusi che affollano la mia mente.

I primi, i più spontanei, sono dedicati a ciò che sto lasciando, e a ciò verso cui sto ritornando; a quello che mi mancherà e quello che non mi mancherà. Mi mancheranno l’ospitalità e il calore di questa gente, la sua capacità di darti tutto, pur non possedendo nulla, con totale naturalezza. Mi mancherà il cibo, i felafel piú buoni che io abbia mai mangiato e in particolare l’abitudine, nei kebabbari, di avere la vetrina delle verdure e dei condimenti girata dalla parte del cliente di modo che ciascuno possa riempirsi il proprio panino come gli pare. Non mi mancherà il traffico infernale, il malcostume dei rifiuti gettati un po’ ovunque e senza cura, e soprattutto l’essere costantemente al centro dell’attenzione: il fatto di essere fermato per strada ogni due passi dalla genuina curiosità delle persone che incontravo, seppure piacevole all’inizio, mi ha velocemente portato ad agognare l’anonimato garantito dall’essere pallido, biondo e con gli occhi azzurri in mezzo a mille altri pallidi, biondi e con gli occhi azzurri.

Probabilmente è ancora troppo presto per tirare le somme dell’intera esperienza, ma ci voglio provare. Sono partito con la forte curiosità di scoprire un mondo che conoscevo bene, quello del rap, impiantato all’interno di un universo che non conoscevo affatto, la società Palestinese.

Fortemente motivato dalla circostanza che in questo momento vede il rap italiano affrontare, a mio avviso, la sua più significativa crisi di contenuto e mancanza di cultura da quando è nato, alla vigilia degli anni ’90, ho avuto modo di scoprire come la Palestina, così profondamente e strutturalmente segnata dall’occupazione dei suoi territori da parte dell’esercito e della burocrazia di un paese straniero, sia stato un terreno estremamente fertile per la nascita di una scena hip hop giovane ma pienamente consapevole dei propri motivi.

E il fatto di essere, quella palestinese, una società in parte molto legata alle proprie tradizioni culturali, conferisce una potenza straordinaria al messaggio dell’hiphop e al suo potere di condizionamento della società. Per dirla con una parabola, sono passato da un momento all’altro dal paese del “free Trucebaldazzi” al paese del “Free Palestine. E questo mi ha segnato e insegnato molto.

 

– Dutch Nazari (membro della squadra di PPn) –
 

PPn Team. Nella foto:
Nicholas Nazari, Alessandro Burbank, Duccio Nazari, Francesco Durante Viola, Luca Patarnello

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Recapiti: makeanimpact.info@gmail.com – contatto telefonico +393396179439 Giovanni Fassina, vice-presidente MAIA

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