Paolo Barnard di Alberto Bullado. Paolo Barnard è l’uomo che deve avere torto. Lui, il bastian contrario, l’anti-antitutto, l’attivista inconciliabile con qualsiasi rasserenante attitudine di lotta. Barnard deve avere torto perché disturba. Perché violenta la quiete del conformismo antagonista, destabilizza le nostre certezze, scardina i dogmi del nostro sentire. La portata della propria critica radicale verso il “Contro che conta” indispone. Ma soprattutto infastidisce loro, i capoccia del “popolo antagonista”, i quali cercarono inutilmente di trattenerlo nei ranghi della controinformazione. Ma con lui, apolide in un’Italia dell’intruppamento obbligato, allergico a qualsiasi tipo di compiaciuto corporativismo autarchico ed autocelebrativo, non avrebbe potuto funzionare. Logico immaginarsi le conseguenze: l’imperativo cronico di smarcarsi da qualsiasi aderenza ideologica o di partito l’hanno difatti portato alla solitudine, ma non al disarmo. È innanzitutto la sua qualifica personale a spaventare, poiché certe critiche te le aspetteresti dai sacerdoti dello status quo, dalla classe politica, dagli organi di strumentalizzazione di massa. E invece no. Il pulpito è opposto. È per questo che le accuse di Barnard fanno più male. Ha lavorato praticamente per qualsiasi quotidiano (tra i quali La Stampa, Il Manifesto, Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Voce di Montanelli) più altre riviste culturali (quali Golem, Micromega, Altrove). Ha scritto libri e saggi e lavorato in Rai durante la Guerra del Golfo a Samarcanda con Santoro e a Report per dieci anni – vedi diatriba con Milena Gabanelli e il caso di Censura Legale –, trasmissione di cui è stato co-fondatore, firmando importanti inchieste su terrorismo internazionale, diritti umani, povertà nel mondo, esclusione sociale, industrie farmaceutiche, aiuto ai malati terminali. Il suo impegno civico l’ha portato a fare persino più volontariato che giornalismo e la sua propensione per la politica estera l’ha condotto a vivere anche negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Ora, con alle spalle una carriera pluridecennale come attivista e dopo aver vissuto simili realtà sulla propria pelle, Barnard, forte di una propria deontologia professionale ferrea ed ortodossa[1], trae le proprie conclusioni:
«Detesto in modo assoluto la cultura dei ‘personaggi’, la cosiddetta Cultura della Visibilità (leggi Vip), sia quella massmediatica propria del Sistema che quella ‘antagonista’ del nostro Antisistema».
Per questa ragione oltre ad occuparsi di politica internazionale, economia e terrorismo, Barnard ora intende strappare «il velo sull’ipocrisia, sulla dannosità e sull’inutilità dei cosiddetti “nuovi paladini della libera informazione” italiana»[2]. Il Barnard-pensiero è tanto semplice quanto profonde e decisive sono le sue implicazioni. «In Italia esisteva una Società Civile Organizzata» in grado di opporsi, così come in qualsiasi altra democrazia occidentale, alla grave congiunzione di una serie di minacce sovranazionali: capitalismo, erosione dei diritti sociali, privatizzazioni selvagge, lobotomizzazione della cultura e dell’istruzione, disinformazione globale, isolamento dell’individuo civico, deriva morale, distruzione dell’ambiente e dittatura degli investitori internazionali.
Tale società civile «era la nostra unica e sicuramente ultima speranza di salvare il Paese dalle sopraccitate entità e dalla devastazione sociale che ci hanno portato, e di cui Berlusconi è solo un peduncolo attivo. Essa avrebbe potuto studiare il nemico, capirne le origini lontane, la potenza di fuoco e attivarsi con metodo per neutralizzarne i colpi. Ma l’Italia è stata invasa da un nugolo di personaggi cinici e scaltri, egomaniacali e assetati di fama, cioè i “paladini dell’Antisistema” Travaglio-Grillo-Di Pietro e soci, che sono riusciti nell’impresa di convincere la nostra Società Civile Organizzata ad occuparsi con energia maniacale di aspetti marginali, insulsi e isterici della vita pubblica italiana. Oggi centinaia di migliaia di italiani potenzialmente utili a salvarci la vita, sono perduti come zombies ipnotizzati che rantolano dietro a vicende assurde o minori e che con il dramma del XX e XXI secolo non hanno nulla o pochissimo a che fare»[3].
Interpretando l’antagonismo di massa come una patologia ossessiva, frutto dell’attività egomaniacale di chi la capeggia, orchestra e foraggia, Barnard fa proprio il principio brechtiano de «il nemico marcia alla nostra testa», anche se forse sarebbe più opportuno specificare “nella nostra testa”. Le responsabilità non sono infatti da imputare esclusivamente ai guru del dissenso civile, ma anche e soprattutto al proprio “pubblico”. Quindi da una parte la sottrazione dell’opinione pubblica e lo svilimento dell’Io antagonista delle masse da parte dei soliti noti (vedi anche appropriazione delle dinamiche di discernimento critico e rifornimento di alibi sociali, retoriche autoassolutorie collettive e deresponsabilizzanti), dall’altra la tossicodipendenza dalla controinformazione superficiale, omologante, compulsiva ed iniqua, portatrice di idee endemiche quali il sistema di deleghe intellettuali capace di generare un rapporto non paritario tra “semplici cittadini” e “sacerdoti antagonisti”, del tutto simile a quello che si esercita tra un offerente ed un consumatore (non a caso Barnard parla spesso di “fabbrica dell’indignazione” di idee e risorse umane). Il quadro generale sembra quindi essere quello di una società incapace di ribellarsi da sé e che ha demandato una funzione sociale collettiva che da sempre le è appartenuta a personaggi, soggetti e sigle politiche dalla dubbia efficacia e dalla deprecabile deontologia. Sposando determinate dottrine anglossassoni e facendo tesoro delle teorie di Noam Chomsky a proposito delle strategie di manipolazione e distrazione mediatiche, Barnard vede inoltre nei fenomeni quali il divismo dei mattatori della denuncia un danno ulteriore al progresso di un’adeguata coscienza civile, in quanto portatore di valvole di sfogo collettivo alle masse. Da qui la sostanziale indifferenza da parte dell’establishment nei confronti di certi fenomeni di antagonismo di massa il cui successo, facilmente demonizzabile, non ha finora mai portato a cambiamenti sostanziali rispetto allo status quo se non nella portata fraseologica di qualche programma politico mai rispettato. Barnard nell’aggressività delle proprie requisitorie ci mette in guardia dal sottovalutare la dimensione involontariamente ludica delle mobilitazioni di massa di questo tipo, amplificate del resto da un formicolante attivismo da tastiera che attraverso internet, blog, forum e social networks rilancia l’esistenza virtuale di una protesta che appunto rimane tale. Il giornalista approfondisce inoltre le dinamiche di consenso che spesso si esauriscono in un adesionismo acefalo, passivo, figlio della Cultura della Visibilità, cioè del riverbero mediatico emanato da certe personalità, “populismo antagonista”, spesso adorante ed acritico tale da tradursi in un fenomeno di “folla”. Del resto la portata distensiva insita in un dissenso di comodo soddisfa l’appetito collettivo di un popolo, come quello italiano, patologicamente entusiasta nell’incolpare terzi della propria inerzia civile (vedi il successo dell’Antiberlusconismo così come della retorica della “Casta”), tanto da rendere difficile la distinzione tra antagonismo e feticismo, contestazione e consumo, opinione e tifo, portando così il “Contro che conta” a replicare i medesimi malcostumi del potere. Barnard fa più volte riferimento alle logiche di “parrocchia”, che nascono dalla mafiosità intima e “genetica” dell’italiano medio, che allo stesso modo porta gli organi dell’antagonismo di massa alla “chiusura a riccio”, al “fare quadrato” attorno al proprio piccolo impero che non ammette critiche provenienti dal proprio interno[4]. Ecco che l’ennesima occasione per produrre adeguate mobilitazioni civili si conclude nella nascita di nuove cordate di potere alternativo o organi di propaganda che ammettono delle retoriche ma che ne escludono delle altre. Considerando il fatto che centinaia di migliaia di cittadini italiani valutano certe realtà come punti fissi ed irremovibili del proprio riscatto civico, ecco che il Paese ha a che fare con un grosso problema: il sequestro della Società Civile Organizzata per mezzo di forze altamente – anche se alle volte involontariamente – paralizzanti. Secondo Barnard continuare a credere che questa concertazione di maestranze possa fungere da medicina o mezzo per scardinare uno scandaloso stato delle cose significa rafforzare la trappola del Potere, che ha quindi carta bianca nel perpetrare le proprie malefatte. La classica aspirina somministrata al malato terminale. Malcostumi intellettuali, afflato divistico dei vip dell’antagonismo a discapito del singolo individuo civico, dirottamento dell’opinione pubblica verso bersagli minori in barba a tematiche fondamentali e di maggiore portata storica: questi ed altri i numerosi capi d’imputazione che Barnard avvicina all’antagonismo di massa. Una concertazione che sembrerebbe non progredire fatta eccezione per l’aumento oramai pachidermico del proprio bacino d’utenza, sbilanciato se si considera il “nulla di fatto” odierno. Una mobilitazione che da anni è però a rischio stagnazione, così com’è sempre più avvitata su se stessa e sulle volgari dispute da pollaio della nostra politica interna: un atteggiamento che assicurerebbe il dominio redditizio dei poteri centrali, secondo Barnard i veri carnefici del nostro tempo, che godono della libera impunità anche e soprattutto grazie all’inesistenza di un fronte d’opinione collettivo finalmente maturo, consapevole, preparato e motivato. Naturalmente, a parlare di Paolo Barnard, si finisce nel discutere di morale, che per il giornalista-attivista funge da discriminante del proprio pensiero. Ed è la morale la risposta che lo stesso Barnard dà alla prevedibile osservazione mossa contro l’alcalinità delle proprie tesi: “Ma senza di loro e tutto ciò che questi personaggi dell’Antisistema tengono in piedi non possiamo sperare di riuscire a portare a casa neanche quei pochi risultati che vogliamo conseguire”. Ebbene, per Paolo Barnard il tiro alla fune tra realismo e coscienza non si pone[5]. Il pragmatismo spicciolo di una rincorsa all’utile a breve termine – l’abrogazione di quella determinata legge ad personam, il rovesciamento di quel determinato governo, l’eliminazione politica di quel determinato avversario o nemico – non è nulla su vasta scala e cioè rispetto al disegno complessivo: il rovesciamento del Vero Potere. L’esperienza “estrema” e l’integralismo di Paolo Barnard pongono necessariamente quello scomodo interrogativo che volenti o nolenti prima o poi coloro che si interessano a proposito di certe tematiche devono superare. E cioè questo: quanto l’integrità della coscienza può dirsi fanatismo? Una questione che funge da spartiacque. Paolo Barnard ha scelto probabilmente la via più difficile, più incompresa, rischiosa o semplicemente, ai giorni nostri, obsoleta ed in quanto tale causa di un’eroica ma controversa solitudine. Tuttavia le proprie analisi anarchiche e demolitrici hanno l’innegabile pregio di indagare perforando limiti e parrocchie, tenendo conto di un bilancio in mano allo stesso Antisistema – che, da Mani Pulite ad oggi, ha ormai quasi vent’anni – a dir poco imbarazzante. Un giudizio nella verità dei fatti inappellabile. È altresì vero che non tutti possono concordare con la vena polemica di Barnard e del resto è forse impossibile non ravvisare nel suo tono un livore profondo che intuiamo provenire da un’esperienza personale logorante e da una carriera professionale immeritatamente osteggiata da ogni parte. Ad ogni modo è questa sua solitudine e la veemenza della propria testimonianza a rendere il torto di Barnard, il suo essere controverso, indigesto e per queste ragioni imprescindibile ed esclusivo, indispensabile in un’ottica di indagine complessiva proprio perché parto eretico persino agli occhi dei più gettonati iconoclasti. Tuttavia non bisogna dimenticare che gli attacchi violenti di Barnard contro i vip dell’antagonismo e del loro pubblico sono anche il pretesto, più che una provocazione fine a se stessa, per colpire la sensibilità di un bacino d’utenza composto oramai da migliaia di persone che pur aderendo a certe realtà non hanno mai saputo frequentare un qualsiasi sentimento di revisione o di autocritica. Barnard, con la sua enfasi serrata, sferzante, alle volte offensiva ma mai sbracata, intende quindi sollecitare i gangli della mobilitazione emotiva collettiva. Ciò nonostante sarebbe oltremodo ingiusto relegare Barnard al solo ruolo di dinamitardo demistificatore, poiché parte del suo impegno e della sua lotta riguarda l’estenuante tentativo di responsabilizzare il singolo cittadino per fargli prendere posizione e per farlo agire con la propria testa. Barnard crede fermamente che rendere un buon servizio significhi innanzitutto rimettere l’individuo nella condizione di credere in se stesso, nelle proprie idee e nelle proprie azioni purché non somministrategli da terzi alla stregua di una dose quotidiana di tossica autoassoluzione, quella che finora è stata in grado di creare migliaia di seguaci solerti ma inerti anziché protagonisti del proprio destino. Barnard in questo senso è molto chiaro:
«[Bisogna] riportare le persone al centro, perché sono loro a dover essere protagoniste, e non i “personaggi”, e perché sono loro la vera causa di tutto, non le “Caste”. E infatti l’informazione che abbiamo, la politica che abbiamo, la società civile che abbiamo, sono noi»[6].
L’alternativa di Barnard all’Antisistema è perciò presto detta: una società civile finalmente orizzontale, estranea a gerarchie e insofferente nei confronti di graduatorie e subordinazioni di qualsiasi tipo. Una mobilitazione finalmente vaccinata dal sistema di deleghe mentali, una massa che non è più “folla”, “pubblico”, “fan club”, ma somma di cittadini informati ed intellettualmente sani nonché autonomi e critici, purché a 360°. Il fine è quello di riportare la gente al centro di tutto, a cominciare dall’individuo, ridimensionando al ruolo di consulenti, semplici fonti da frequentare come moltissime altre a debita distanza, i paladini della morale, vip dell’antagonismo, guru della controinformazione, senza rinunciare al proprio Io, applicando un dubbio sistematico e creandoci attorno una coscienza critica indipendente da oracoli ed emanazioni mediatico-taumaturgiche di qualsiasi colore. La martellante lotta di Barnard si fonda su questi principi che non possono prescindere dalla disintossicazione da una serie di malcostumi esalati dall’ipertrofia tentacolare dell’antagonismo di massa. Solamente allontanandoci dalla virtualità di un sentimento civico sfilacciato e superficiale, di comodo e rasserenante, ludico ed acefalo che sarà possibile costruire un qualcosa di nuovo, autentico ed inedito in grado di contrastare uno status quo politico e sociale al limite del baratro. Altrimenti il rischio è il prolasso, l’entropia, l’esercizio reiterato di un rito collettivo, un esorcismo forse moralmente liberatorio ma inefficace poiché non si può considerare un risultato soddisfacente il procrastinare infinito di problemi presenti e reali, com’è finora avvenuto, in un futuro senza futuro. Mentre soddisfacenti finora sono stati solamente gli introiti in termini di visibilità delle grancasse mediatiche dell’antagonismo di massa e dei suoi protagonisti, ora come non mai onnipresenti ed irremovibili alla stregua di un qualsiasi altro totem o feticcio della fauna politico-mediatica del nostro Paese. Poiché il dato tanto allarmante quanto ignorato è che da quando è nato questa sorta di Antisistema, da quando la Cultura della Visibilità ha colonizzato l’informazione globale, da quando si sono moltiplicati i canali di informazione, internet, social networks, blog, forum, stampa alternativa a bizzeffe, tv, prime serate, teatri, spettacoli, V-Day, megamanifestazioni collettive, i cittadini non sono più in grado di cambiare le cose. Allora qual è la lezione che dobbiamo desumere? Paolo Barnard ce la sbatte ancora una volta in faccia. Ivan Illich, Steve Biko, Noam Chomsky, Howard Zinn, John Pilger, Rachel Corrie, Giovanni Ruggeri, Giorgio Ambrosoli, Corrado Staiano, Ilaria Alpi, Peppino Impastato: tutti personaggi che hanno fatto a meno di qualsiasi circo al quale noi siamo invece attaccati alla gonna come poppanti. Ed almeno in questo, all’uomo che deve avere torto, il bastian contrario indigesto, l’anti-antitutto, non credo non si possa dare ragione. P.S. Per qualsiasi chiarimento, integrazione, approfondimento, rimando al sito di Paolo Barnard (www.paolobarnard.info), nel quale è possibile entrare più precisamente nel merito di qualsiasi spunto qui enucleato o visionare i numerosi video presenti su YouTube dove lo stesso Barnard sintetizza ed espone il proprio pensiero.
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=P6vc9QPOAuQ]

[1]«Mai iscritto a un partito, mai appartenuto a gruppi d’interesse legati al potere, mai raccomandato ovviamente; non ho mai compiaciuto a chi stava sopra di me sul lavoro, e per essere libero ho sempre fatto tutto quello che in questo Paese ti garantisce la non-carriera. Infatti non ho fatto carriera, non all’interno del Sistema né nelle nutrite fila dell’Antisistema (che richiede la medesima omologazione). Ho un attaccamento fortissimo al senso di giustizia, non sto zitto e dico ciò che penso sempre, a qualunque costo. Ho pagato e pago per questo prezzi alti, talvolta al limite del sopportabile», Chi è Paolo Barnard, www.paolobarnard.info.
[2] L’informazione è Noi, www.paolobarnard.info.
[3] Una spiegazione per tutte, www.paolobarnard.info.
[4] Fenomeni più volte denunciati da Paolo Barnard facendo riferimento a Milena Gabanelli e al proprio caso di Censura Legale, così come alla condotta reticente, mistificante e collusa di Marco Travaglio, alla superficialità e all’inefficacia della proposta Grillo, dipinto come un vero e proprio anchorman populista e censorio, per finire con la disonestà intellettuale di Piero Ricca e di molti altri organi e personalità dell’antagonismo italiano (da Blondet a Padre Zanotelli, dalla Randazzo a Gino Strada).
[5]Cfr. Il paradigma di Striscia, Costanzo, Le Iene, Mandela. La via della rovina e i vostri dubbi, www.paolobarnard.info.
[6] Dall’introduzione de L’informazione è Noi, www.paolobarnard.info.

1 commento a “ Paolo Barnard, contro il “Contro che conta” ”

  1. Un bell’articolo su di un personaggio molto interessante, complimenti! Sinceramente credo che Il fatto che uno come Paolo Barnard sia relegato ai margini persino del web dimostra quanto si sia appiattita l’opinione pubblica in Italia: non riusciamo più nemmeno a concepire una società diversa (davvero!) dalla nostra, come se vivessimo nel migliore dei mondi possibili o quasi…un motivo in più per approfondire e diffondere il pensiero di chi, come lui, si sforza davvero per cambiare questa situazione!

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