Falcone-Borsellino

di Alessandro Bampa.

Col 19 luglio scorso le stragi sono diventate definitivamente maggiorenni. Capaci e Via d’Amelio hanno compiuto 18 anni e sono maturate, acquisendo il diritto di voto. Nel nostro piccolo, noi speriamo che non si astengano e che se ne avvalgano, perché l’Italia ha un gran bisogno di sapere quali sono le loro preferenze politiche.
Il Paese infatti deve finalmente venire a conoscenza della natura di queste due stragi, soprattutto della seconda, quella in cui vennero ammazzati Paolo Borsellino e i suoi angeli custodi, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Agostino Catalano; i cittadini devono sapere se la mafia – Cosa nostra, per essere più precisi – è esclusivamente un’accozzaglia di sanguinari contadini siciliani semianalfabeti o una struttura organizzata in cui, a dare ordini alla bassa manovalanza, sono predisposte «menti raffinatissime» (Falcone dixit); gli italiani devono poter essere messi nelle condizioni di valutare se le connessioni tra mafia e politica sono un’invenzione delle toghe più o meno rosse o se sono alla base della Storia repubblicana.

Avete presente la distinzione tra prima e seconda Repubblica? Lasciatela da parte. Qui è importante parlare del loro aspetto comune, l’origine. Entrambe si basano infatti su delle stragi: la prima si fonda sull’eccidio di Portella della Ginestra del 1° maggio 1947, la seconda sui «botti» del 1992-93; da una parte le raffiche di mitra della banda guidata dal mafioso Salvatore Giuliano, dall’altra le bombe dei Corleonesi.
Questa descrizione degli attentati in realtà vale solo se si crede alla versione delle stragi di mafia, ancora vulgata nonostante per la strage alla base della prima Repubblica essa sia stata definitivamente spazzata via: i mafiosi agirono infatti su input politico, essendo stati assoldati dalla Dc e dagli Usa per bloccare l’avanzata comunista in Sicilia. E allora le bombe di Capaci, di via d’Amelio, di via dei Georgofili a Firenze, di via Palestro a Milano e delle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma? C’è anche qui una pista politica?

In tv non se ne sente mai parlare, se non nelle solite trasmissioni che fanno un «uso criminoso della tv pubblica», eppure qualcosa nelle procure si muove, e da parecchio tempo: sono saltati fuori il papello di Riina e il contropapello di Vito Ciancimino, è sbucato un nuovo pentito, i politici hanno improvvisamente riacquistato la memoria e parlano, seppur a singhiozzi. Sono passati ben 18 anni, le stragi sono mature, eppure sembra finalmente d’intravedere una luce chiarificatrice che, anche in questo caso, sembra indicare una matrice politica, soprattutto per l’autobomba che ha eliminato Borsellino.
Chissà cosa direbbe l’amico ed erede di Falcone se avesse dovuto indagare sul «botto» che l’ha ucciso, ad esempio sul fatto che lo Stato che ha servito fino all’ultimo giorno della sua vita non ha neanche pensato di mettere un divieto di posteggio nella via di sua madre, ha trattato coi mafiosi e ha condannato in via definitiva un balordo che con la strage di via d’Amelio non c’entra nulla fingendo di aver accertato la verità. Magari direbbe una cosa tipo: «Mi uccideranno. Non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri» (Paolo Borsellino parlando alla moglie Agnese in uno dei giorni che separano Capaci da Via d’Amelio).

E chissà cosa direbbe della classe politica attuale che rappresenta questo Stato, quella in cui gli onorevoli festeggiano una condanna in primo grado a 5 anni per favoreggiamento alla mafia con dei cannoli e una condanna in appello a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa proponendo un regalo consolatorio alla povera toga che lo ha fatto processare. Forse direbbe cose come queste: «L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato quindi quel politico è un uomo onesto. E no, questo discorso non va perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: “Beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è mafioso”. Però siccome dalle indagini sono emersi altri fatti del genere, altri organi, altri poteri – cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia – dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato quindi è un uomo onesto. Il sospetto dovrebbe indurre soprattutto i partiti politici quantomeno a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti anche se non costituenti reati» (Paolo Borsellino, 26 gennaio 1989, durante una lezione a Bassano del Grappa).

Chissà infine cosa direbbe degli attacchi politici che i rappresentanti dello Stato muovono contro lo scrittore Roberto Saviano, reo di sporcare l’immagine dell’Italia all’estero con i suoi racconti sulla Camorra. Probabilmente qualcosa come: «La lotta alla mafia non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità» (Paolo Borsellino, 23 giugno 1992, ricordando Giovanni Falcone a trenta giorni dalla morte).
A leggere queste parole, forse Paolo Borsellino qualcosa da ridire su questo Stato ce l’avrebbe, soprattutto vista la tendenza all’impunità dei politici che lo incarnano. Chissà, magari parlerebbe di Stato latitante, nel senso giuridico del termine. Questo non lo sapremo mai. Di certo c’è solo che, nonostante la solita vulgata che certe cose le nasconde quanto più possibile, il ricordo della sua lezione vive ancora. Ed è questo, assieme alla maggiore età delle stragi, che può finalmente inchiodare alle sue responsabilità lo Stato, quello di cui l’Italia ha bisogno.

2 commenti a “ Paolo Borsellino e lo Stato latitante ”

  1. winterdust

    winterdust

    un’accozzaglia di sanguinari contadini siciliani semianalfabeti

    credo che questa definizione possa far comodo solo ai mafiosi stessi

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  2. Salvatore Giuliano non era un mafioso a tutti gli effetti, nel senso che non faceva parte dell’organizzazione, era un bandito rivoluzionario, per alcuni un eroe, una specie di Robin Hood, fu messo in mezzo tra le lotte sindacali e la politica e la mafia, fu assoldato dalla mafia, questo sì, per la famosa strage, ma la mafia stessa cercò più volte di farlo fuori; comunque sono sottigliezze, l’articolo mi è piaciuto, quello che secondo me è importante è che la gente del Nord smetta di pensare che la mafia sia un qualcosa che riguarda esclusivamente i “terroni”, sembra assurdo, ma credo ci sia ancora gente che la pensa così.

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