di Egidio Ferro. Nel nuovo romanzo di Paolo Giordano, Il corpo umano, vi sono due livelli narrativi principali che corrispondono ad altrettante intenzioni dell’autore. Abbiamo un primo livello dato dalla necessità di avere una materia sostanziosa di cui parlare, quel “qualcosa” su cui costruire un romanzo: la guerra. La guerra italiana nel Gulistan (Afghanistan). Il romanzo è diviso in tre parti. Nella prima – Uomini del deserto – si approfondisce la vita dei personaggi all’interno della base in Gulistan. Nella seconda – La valle delle rose – viene raccontato l’attacco sferrato, durante un viaggio di trasferimento-scorta di alcuni camionisti locali, ai soldati del plotone del maresciallo René (questa parte è, senz’altro, il cuore del romanzo, il suo motore). Nella terza – Uomini – l’autore mostra le conseguenze indelebili sui personaggi una volta rientrati in Italia, mostra la sofferenza e le perdite subite in quell’attacco. Il secondo livello corrisponde alla volontà dell’autore di indagare l’uomo e, più precisamente, un aspetto dell’uomo a lui caro (già emerso ne La solitudine dei numeri primi): la sua inadeguatezza alla vita o a situazioni importanti di essa. In questo secondo punto l’attenzione viene focalizzata soprattutto sul personaggio del medico tenente Alessandro Egitto, il quale, proprio per la sua incapacità ad affrontare il difficile contesto familiare, decide di “scappare” nell’Arma. L’autore gli dedica ampi capitoli che contengono digressioni sui suoi familiari (la sorella Marianna, il padre Ernesto, la madre Nini), concedendogli la narrazione in prima persona.   I due livelli considerati contengono sicuramente delle caratteristiche comuni, utili a delineare il modo di scrivere di Giordano. La caratterizzazione dei personaggi: spesso (come ne La solitudine dei numeri primi), oltre che gravati da un senso profondo di inadeguatezza, sono “caricati” di eventi drammatici/tragici accaduti nel loro passato. Così è per il protagonista, il tenente Egitto, che ha visto i rapporti tra sua sorella Marianna e i genitori deteriorarsi al punto da assistere al rifiuto di lei ad andare a trovare il padre, morente di cancro, all’ospedale. E così è anche per il Caporalmaggiore Ietri, il quale, assieme alla madre, è stato abbandonato dal padre da bambino e sul quale graverà un fato avverso e ancor più tragico del passato. Inoltre, tra tutti, Ietri è forse il personaggio che più sente e vive la sua inadeguatezza (in questo senso il personaggio sembra a volte “calcato”, costruito). Queste due figure, Ietri e Alessando Egitto, sono particolarmente interessanti in quanto mostrano chiaramente come un contesto della vita particolarmente problematico, fonte di tormenti e dissidi, sia quello che coinvolge la sfera familiare le relazioni che questa implica. Proprio come per Mattia e Alice ne La solitudine dei numeri primi. Lo stile si intreccia profondamente con il punto seguente, amplificandolo e venendo da questo amplificato. La penna di Giordano assomiglia, spesso, a una telecamera che riprende una scenografia, poi si spegne come per un blackout e, quando si riaccende, riprende una nuova scenografia. Il flusso degli eventi salta da un punto all’altro, nel senso che, banalmente, l’evento B precipita senza che in A si potessero scorgere elementi o indizi che facessero presagire il successivo. È utile precisare alcuni elementi innovativi rispetto al romanzo precedente. Lo stile si arricchisce, come già accennato, di due voci narranti, quella in terza persona dell’autore e quella in prima persona di Alessandro Egitto. La narrazione, inoltre, procede anche attraverso lo scambio di e-mail dei soldati con i familiari e perfino attraverso la chat di un sito di incontri. La visione del mondo di Giordano sembra quella di un fato che agisce senza che le sue vittime ne abbiano un pieno controllo, nel bene e nel male. E quand’anche questo fato lasci dei segnali per essere interpretato (come nel caso dell’attacco ai soldati nella seconda parte) o è già troppo tardi perché esso cambi o i segnali non vengono letti. Di questo punto il libro è pieno di esempi e giustifica, forse, lo stile. Possiamo citare il maresciallo René, che si trova, nelle pagine iniziali, prima di partire per l’Afghanistan, a scoprire di aver concepito un bambino assieme a una sua cliente (il maresciallo arrotonda offrendo prestazioni sessuali a pagamento). La sua reazione è di chi casca dalle nuvole, perché la donna in questione, Rosanna, dovrebbe essere in menopausa. Al maresciallo viene dato il tempo per pensare al cosa fare (tenere o meno il bambino), ma proprio quando, ancora in Afghanistan, decide di tenere il figlio, viene a sapere che Rosanna ha già abortito: il destino non gli appartiene, non può controllarlo, non può decidere. Subisce. E subiscono anche i militari che, durante l’attacco, trovano la morte nel loro Lince scoppiato sopra un ordigno. Perché proprio il loro Lince è esploso? Perché sono morti loro e non i soldati del Lince che gli era davanti? Il quale, se si fosse mosso, invece di restare impiantato evitando a loro il sorpasso fatale, avrebbe colpito l’ordigno? L’autore non ha risposte. È successo e basta. Intrecciando quanto finora detto è chiaro che nel narrare di Giordano l’azione, più che scorrere, irrompe. Non vi è un trama, ma un inanellamento di accadimenti. Ne Il corpo umano succedono eventi, episodi. La narrazione diviene episodio. Tant’è che, se volessimo, potremmo parafrasare molti avvenimenti del romanzo anteponendogli “Succede che” o “È successo che”. L’insieme di questi “Succede che” danno forma allo scritto. E l’essenza del romanzo, ciò che permane e resta sotto le righe, è quella che chiamo narrazione episodica. Possiamo quindi ora rivedere la struttura del romanzo in questo modo. La prima parte è un insieme di episodi in preparazione alla seconda. La terza parte è data da una serie di accadimenti che mostrano gli esiti e le conseguenze della seconda. Quest’ultima, invece, condensa un unico evento importante che – per intensità, stile, coesione – risulta essere ciò che più si avvicina allo sviluppo di un trama. Per concludere, va riconosciuto senz’altro all’autore l’ambizione di voler raccontare la drammaticità e la futilità della guerra. Ma va anche detto che il trauma della guerra risulta essere, a tratti, solo il pretesto per arricchire una storia e dei personaggi non particolarmente densi. Si salva sicuramente, da questa critica, la seconda parte. Ma per il resto, detto sinceramente, l’Afghanistan sembra il grimaldello utilizzato per sopperire all’insufficienza di originalità dell’autore, un autore che si perde in digressioni su eventi, non legati al contesto militare, che calcano sempre sullo stesso tasto (confronta, a questo proposito, l’eccessiva puntigliosità di alcuni ritratti della famiglia Egitto). Il corpo umano è un ottimo romanzo di intrattenimento. E volendo confrontarlo con La solitudine dei numeri primi, è costruito meglio. Il fatto è che in Giordano non vi è il respiro e la coesione di un’opera letteraria. Ma questa è solo un’interpretazione, un’ipotesi, e non si sottrae dall’essere smentita.  
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