Muslim Eyes

di Natalia Benedetti.

Una melodia dolce amara accompagna questo romanzo, una malinconia delicata e struggente che trova il suo compimento nei Balcani, dopo aver a lungo viaggiato nella cultura e nelle tradizioni delle genti e nelle religioni che popolano quelle terre: ebrei provenienti dall’Andalusia, musulmani, cattolici ortodossi venuti dall’est; è racchiusa nelle ballate antiche che cantano dell’amore e della solitudine e “corteggiano la tristezza”, a Sarajevo si è fermata, perché questa città è stata crocevia per molte genti, un tempo patria serena di popoli diversi, esempio concreto e felice della possibilità di una convivenza tra culture dissonanti, prima che la guerra e la bramosia di potere della classe politica distruggessero e ne violentassero il popolo. In questa città che porta i segni evidenti del passaggio della storia e del mutamento degli uomini, diverse culture si incontrarono scoprendosi identiche nella loro nostalgia, nel loro modo di dar voce alla passione struggente che guida il cammino degli uomini. È la storia d’amore di un uomo per una donna, raccontata giorno dopo giorno per scacciare la tristezza ed esorcizzare il dolore, un racconto che cresce nutrendosi delle sue stesse parole, che si ritaglia una sua esistenza particolare, conquistandosi i cuori di chiunque l’ascolti. Ma per cercare di riprodurre il suono, il calore e la cadenza di quella storia raccontata a voce da Max, suo protagonista, l’autore pone le parole in ballata, per cercare di ricreare quella struggente melodia; nonostante scrivere sia cosa fredda, senza cuore, di fronte al calore di una voce che canta il suo amore per consolarsi dalla solitudine.

Protagonisti di questo strano racconto sono Max, austriaco innamorato dei Balcani, che ha eletto patria dell’anima Sarajevo, straordinario crocevia di stirpi e di culture, per quel modo speciale in cui uomini e religioni si combinano, e Masa, Bosniaca musulmana, viso da tartara e occhi neri, figlia di partigiani, forte e altera come una regina egizia o una principessa turca; si incontrano un giorno a Sarajevo, poco tempo dopo la fine della guerra e si innamorano perdutamente l’uno dell’altra senza nemmeno conoscersi, solo per la magia di un momento, sulle note di una canzone antica. La canzone della gialla cotogna d’Istanbul ha radici lontane, fatta di note nostalgiche, che raccontano la storia di due innamorati sfortunati, porta come simbolo un frutto sgraziato dal profumo inebriante e stordente, presagio di travolgente passione e tragico distacco. Questa canzone fa parte delle sevdalinke, struggenti canzoni d’amore della tradizione bosniaca, Masa la canta per Max una notte d’inverno, prima della sua partenza, ed essa compie il miracolo o il sortilegio dell’innamoramento, da quel momento l’uomo è come pazzo per lei e per la canzone, senza pace dietro il mistero di quelle parole. Non si può capire veramente la magia di una tale melodia finché non si ascolta la musica di questa canzone “zute dunje iz stambola” poiché il mistero dell’innamoramento si nasconde nella malinconia di questa canzone, nella sensazione di nostalgica mancanza che ti mette in corpo. “Ballata per tre uomini e una donna”, perché questa storia racconta dell’amore sconfinato di tre uomini per la stessa donna, Masa, e di come furono disposti ad annientarsi per questo, sempre con l’ingenua serenità di colui che, diventato pazzo per amore, sorride di fronte a chi si burla di lui perché non ha idea di ciò che vuol dire. Vuk, che significa “lupo”, bosniaco ortodosso, il primo grande amore di Masa, suo promesso sposo condannato a quindici anni di prigione per aver strangolato una vecchia amante, morirà a causa di una scheggia di granata, durante l’assedio di Sarajevo, di fronte agli occhi straziati di lei, senza aver avuto nemmeno il tempo di recuperare più di qualche giorno d’amore dopo averla finalmente ritrovata. Dusko, docente di fisica all’università, marito con contratto a termine, prima di sposarlo la donna lo aveva avvertito che il loro matrimonio non sarebbe durato più di quindici anni, il tempo che Vuk scontasse la condanna, affinché lei potesse ritornare dal suo amore (da lui Masa ha avuto due figlie). Uomini talmente persi da acconsentire l’uno ad averla soltanto per il tempo che occorresse, all’altro per uscire di prigione; e l’altro da accettare di saperla sposata mentre aspettava che Vuk scontasse la sua pena; Masa pretende che i suoi uomini siano abbastanza forti da accettare un patto simile. In fine Max, ingegnere austriaco, che si innamora di lei per il mistero che si nasconde dietro la sua canzone e nella sua storia impenetrabile, e non ha pace finché non l’ha conquistata.

Ma dietro alla vita di Masa emerge la storia di un intero paese, raccontata attraverso immagini semplici di vita quotidiana, profumi, ricordi, sogni, la vita dei protagonisti non è altro che il risultato degli incontri e degli scontri di molte culture ed altrettante religioni, fra guerra e pace, partenze e ritorni che attraversano tutti i Balcani e si incontrano a Sarajevo, città che porta i segni pesanti del tempo e della storia, della guerra, tra moschee e chiese ortodosse, taverne fumose e spezie profumate. In tutto questo Max rincorre il significato delle parole di una canzone, per amore di una donna altera che profuma di bucato fresco e nel farlo compie un viaggio con se stesso, per ritrovare una po’ di pace nel cuore. Viaggiando egli racconta la sua storia straordinaria, a chiunque lo voglia ascoltare, affinché essa si tramandi di bocca in bocca, come simbolo di amore eterno, ripercorrendo le terre e le città tanto amate, tra Sarajevo ed Istanbul, così facendo si ritroverà a dar vita alla canzone stessa: compiendo l’incantesimo della gialla cotogna. A guidare il viaggio è la ricerca di un significato profondo che si cela dietro al mistero dell’innamoramento, e soprattutto la necessità di ritrovare un senso negli avvenimenti della vita che dia sollievo al dolore, che renda degna l’esistenza, che possa redimere la
violenza degli uomini.

Paolo Rumiz, La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna, Feltrinelli, 2010.

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