Manifestazione Operai

di Egidio Ferro e Tommaso De Beni

Le vicende narrate nel libro sono raccontate in una sorta di diario direttamente dal protagonista, Albino Saluggia, reduce della seconda guerra mondiale e di ritorno in patria (cioè a Candia, paese omonimo a quello che diede i natali al pittore El Greco) dopo la triste prigionia in Germania. Nel giugno del quarantasei egli entra in una non meglio specificata fabbrica, al reparto delle fresatrici. Fortemente motivato nel suo lavoro, al fine di ottenere la qualifica e la fine dei suoi mali, risalenti al periodo di prigionia e a giudizio del protagonista destinati ad essere scacciati dal lavoro, scopre ben presto che la sua ossessione di guarigione è ben lontana dall’essere raggiunta. I medici della fabbrica, infatti, gli diagnosticano la tubercolosi e gli propongono di prendersi un periodo di malattia e un soggiorno in un sanatorio. Convinto che si stia ordendo un complotto contro di lui, persisterà a ritenere falsa la diagnosi, malgrado decida di accettare le cure e vari ricoveri nei sanatori. Nel suo uscire e rientrare in fabbrica viene spostato in diversi reparti, finché non giunge al montaggio, abbandonando definitivamente la sua aspirazione alla qualifica. Irriducibile nel vedere nei medici gli artefici dei suoi disagi, giunge ad affidarsi ad un medico-santone che lo asseconda nelle sue convinzioni, ma solo per spillargli soldi in cambio di un medicamento miracoloso. Scoperta la truffa si decide infine ad accettare la sua malattia “stabilizzando” la sua carriera diventando piantone della fabbrica, poi però il disagio psichico emerge con brutalità portandolo alla definitiva esclusione dalla fabbrica e forse dalla vita.

La trama del libro è all’apparenza semplice, ma in realtà la fabbrica non è il vero argomento, quanto piuttosto la presa di consapevolezza da parte di Albino di una contrapposizione dialettica che sta alla base del lavoro in fabbrica, ma più in generale del lavoro in sé e della vita stessa. I termini dialettici sono quelli che vedono contrapposti il lavoro come cura, nel senso di mezzo di sopravvivenza ed emancipazione sociale, al lavoro come fonte di malattia, sia fisica che psicologica. Molteplici sono infatti i passaggi del libro volti a celebrare la grandiosità del lavoro, come (p. 42): «pensavo con piacere, anche se col timore di non esserne degno, di far parte di un’industria così forte e bella e che la sua forza e la sua bellezza fossero in parte mie…» o la voglia di rientrare al lavoro dopo essere stato in malattia (come se il lavoro curasse più dei medici) come (p. 58): «avevo voglia di tornare presto in fabbrica di riprendere il lavoro e finalmente incontrare la prova delle mie forze» alternati a passaggi che, invece, sono testimoni del deterioramento, non solo fisico, causato dal lavoro, come (p. 51) «[…] si trattava soltanto di andare avanti; mi distraevo, mi arrabbiavo, mi mortificavo e lavoravo ormai di malavoglia», o che, più radicalmente, evidenziano cambiamenti della personalità e dei rapporti con gli altri (la madre, i colleghi), come (p.119) «prendevo spesso a calci la cassetta dei pezzi, rovesciandola e la cascata rumorosa del metallo era come un avvio, un incentivo a distruggere […]. Rispondevo male ai miei compagni e se appena lo avessi potuto li avrei picchiati». Questo processo dialettico che all’inizio sembra non elevare nessuno dei due termini contrapposti come totalmente esplicativo dell’esperienza lavorativa, in quanto sembrano continuamente smentirsi reciprocamente, porta alla fine l’autore ad una lucida conclusione, che annulla l’iniziale ingenuità di poter ottenere la guarigione dal lavoro (p. 121): «Solo ora capisco che i problemi del cottimo, della paga oraria, del posto qui o là, contano relativamente poco e non sono quelli che dispongono della nostra vita nella fabbrica.

Paolo VolponiL’importante è che le fabbriche, così come sono fatte oggi, annullano piano piano per tutti quelli che vi sono il sentimento di essere su questa terra, da solo e insieme agli altri e a tutte le cose della terra». Questo brano mostra l’intrinseca alienazione umana presente nel lavoro della fabbrica, ma non elimina la dialettica, in quanto, a p. 204, l’autore stesso, tramite Albino, arriva a coglierla e a nominarla: «Nessuno mi avrebbe dato un altro lavoro ed io ormai, io e le mie sventure, appartenevamo alla fabbrica che aveva sempre continuato a rovinarmi e a curarmi». Nel romanzo viene a giocare un ruolo importante anche la Natura in senso leopardiano, non solo perché è un luogo di conforto alle fatiche del lavoro, (p. 79) «questo albero di ciliegio, nel sonno che arrivava, me lo figuravo bellissimo e carico di frutti, e diventava il segno della verità del discorso, un segno sicuro, che mi avrebbe portato fortuna», o (p. 142) «mi sentivo un re, con la mia coperta sulle spalle, e decisi di lasciar fare alla luna, che era ritornata vivida a segnare l’inizio della mia liberazione», bensì anche in quanto può rappresentare la possibilità di una vita differente (p. 152): «Se io avessi fatto il contadino e fossi rimasto a Candia, pensavo, non mi sarei ammalato. […] Avrei potuto vivere per conto mio e decidere ogni giorno il mio lavoro libero per i campi. […] Invece ho accettato il lavoro della fabbrica. Mi è stato imposto dai progetti degli altri, che mi hanno scelto come la loro vittima. Lavorare a ore, un minuto dietro l’altro, una mano dietro l’altra, una schiena dietro l’altra nelle grandi officine. Dipendere da altri, […]. Tutti i conforti della fabbrica diventano alla fine, come per me, dei motivi di pena». Questa visione, forse ingenua, della natura come madre benigna porta in realtà, alla fine del romanzo, a delle conclusioni radicali, anticipate da un episodio di violenza primordiale che nega l’esistenza di una natura che sia esclusivamente positiva e in un certo senso apre gli occhi ad Albino sulla crudeltà della vita. Il protagonista però non dà la colpa alla natura, ma all’uomo (p. 210): «Guardavo quei punti, quadrati e a strisce, dove la campagna è attaccata dalla fabbrica e dalle case intorno agli stabilimenti. Vedevo quanto perde la povera campagna, nata insieme all’uomo; quanta vita le viene raschiata per le scorie, i sassi, la polvere, i metalli, le stradacce. E gli uomini stanno tutti proprio su quei quadrati a strisce, come s’ammucchiano le mosche sulle ferite». In un altro passaggio Albino smentisce la sua stessa affermazione precedente dichiarando di non poter fare nemmeno il contadino, perché anche solo arando, scavando, piantando pali, l’uomo ferisce la terra e la natura che in realtà stanno bene da sole. È un ragionamento che sembra rovesciare i dettami dell’ecologismo per cui occorre trovare un compromesso per la pacifica convivenza tra uomo e natura, proponendo invece soluzioni estreme come la scomparsa dell’uomo o un modo completamente diverso di stare al mondo.

Questa utopia si riproporrà con esiti esplosivi e imprevedibili ne Il pianeta irritabile, romanzo del 1978. Libro dallo stile non sempre lineare, ma capace di cogliere e tenere assieme gli aspetti differenti sopra indicati, Memoriale è il percorso, quasi auto-terapeutico (l’uso della prima persona e la funzione stessa della scrittura, in questo senso, sono molto significativi), di un lavoratore comune che cerca, si sforza e infine riesce a capire se stesso e la realtà con cui è costretto a confrontarsi, ma è una comprensione in negativo, è solo la presa d’atto dell’incapacità di stare al mondo. Sconfitta sociale ed esistenziale che paradossalmente avviene,  circa dieci anni dopo l’inizio del romanzo, nella seconda metà degli anni ‘50, alla vigilia cioè del cosiddetto boom economico, quando tutto il Paese si appresta a risorgere. Per quanto drammatico possa essere il risultato della ricerca del protagonista, non può sfuggire l’intensità della voce di Volponi che, parafrasando il commento di Pasolini in quarta di copertina, si mostra in tutto il suo «potere di rivelazione».

Paolo Volponi, Memoriale, ET Scrittori, Torino, 2007.

2 commenti a “ Paolo Volponi – Memoriale ”

  1. marco

    marco

    bellissima recensione! vi ho appena scoperto e trovo il blog molto interessante e promettente. sono contento che a qualcuno importi ancora qualcosa di Paolo Volponi.
    buon lavoro
    Marco

    Rispondi
  2. Grazie Marco per gli apprezzamenti. Di Volponi abbiamo recensito anche Il sipario ducale e nei numeri 4 e 6 (scaricabili gratuitamente) troverai un paio di articoli su di lui.

    Rispondi
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )