Pasolini Teschio

CONALTRIMEZZI #04

PASOLINI È MORTO: NON SE N’È ACCORTO NESSUNO?
P.P.P. non c’è più da 36 anni. Culto, nostalgia, timore reverenziale idolatria di massa: gli afrori emanati da un cadavere ingombrante

di Alberto Bullado.

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Parli di intellettuali e spunta lui. È ovvio. Lo assumi come riferimento, come pietra di paragone, perché, gira e rigira, di intellettuali del genere in Italia non ce ne sono stati molti. Pasolini è stato un poeta, uno scrittore, un cineasta, un critico, un agitatore culturale, un mediatore civile, un vate sociale: un caso più unico che raro. E poi l’autoconsapevolezza e la posa di chi è cosciente di essere tutto questo e, come tale, di esercitare un rilevante ascendente nell’ambito della cultura e della società. Ebbene, per anni ci siamo nutriti della lezione pasoliniana dilazionata forzatamente con l’intento di colmare il vuoto, innegabile, lasciato dalla sua perdita e nel frattempo con la volontà di esorcizzare un senso di colpa più intimo e profondo. La voce della coscienza sembra dover ammettere: “Pierpaolo, te lo dobbiamo, dopotutto. Sei morto. Il minimo che possiamo fare dopo averti ignorato è adorarti” ovvero l’estremo paradosso di elevare sull’altare del martirio un intellettuale che non c’è più poiché ostracizzato dal conformismo borghese e dall’ipocrisia dell’Italia del bifrontismo morale. Ma fino a quanto ci si può spingere nel debito di riconoscenza? E qual è il confine tra gratitudine, obbligo accademico e feticismo?


Il dubbio legittimo di avere a che fare ancora una volta con il luogo comune della “gloria postuma” per contrappasso e compensazione c’è ed è forte. L’impressione è quella di aver fatto un uso scorretto della memoria, riducendola ad una sorta di gogna intellettuale. Fare di Pasolini un simbolo nazionalpopolare ha significato volgarizzare la sua lezione in ogni salsa, senza contare le numerose strumentalizzazioni operate, ancora una volta rigorosamente post mortem, sulla sua persona. In questo modo Pasolini è stato ridotto a quello che fu Cicerone per la Letteratura Latina: uno spezzatino, un santino da antologizzare e da frammentare in aforismi beoti e decontestualizzati. Un corpus di frasi, stralci, florilegi, bignami striminziti capaci di dire di tutto ed il contrario di tutto annacquando una controversa vitalità con iniezioni di inzerbinati salamelecchi al sapore di apologia del marcio. Poiché tra le nostre varie colpe vi è anche quella di ridurre l’amore e lo studio di Pasolini nell’ambito dell’idolatria oscura, quasi a volerlo ritenere un vate maledetto e poco altro, uno spirito libero e in quanto tale indigesto, alienato, sofferente. Un affezionamento scomposto e scorretto, dal sapore sottilmente macabro se ci riferiamo, tra le altre cose, anche all’affascinante controversia che aleggia intorno alla sua morte. Un aspetto non affatto secondario se si considera l’assunzione di Pasolini da parte della cultura pop, il suo essere diventato un patrimonio collettivo di massa che vive anche di simili implicazioni.


Se da un punto di vista accademico e culturale si avverte la condanna ad un eterno necrologio, da un punto di vista sociale è avvenuta una sublimazione. Pasolini viene ora agitato come exemplum di un anticonformismo perduto. Tuttavia si tratta di un sentimento massificato, acefalo, responsabile di averlo volgarizzato ad una caricatura intellettuale, uno stereotipo che ha pervertito la nostra controcultura in un fangoso post-pasolinismo di etichetta. Un conformismo che, ci scommetterei, farebbe annaspare lo stesso Pier Paolo, orripilato dal pretestuoso manierismo che ora porta il suo nome. Da entrambe le prospettive sopra citate, che si tratti di agiografia, di una vuota ortodossia, piuttosto che del ritrito gusto dell’invettiva compiaciuta, si fornisce, tramite l’abuso di una lezione del passato, un pericoloso alibi intellettuale a chiunque voglia farne uso. Una divaricazione rispetto alla realtà da una parte, una facile deresponsabilizzazione dall’altra. Insomma, non serve a nulla fare i pappagalli, così come strapparsi i capelli dal rimpianto. Inoltre, questa sorta di stolida venerazione di Cassandra ha dilazionato le attuazioni del pensiero del friulano oltre il dovuto. Sarà capitato a chiunque di sentire dalla bocca di qualcuno un’esclamazione simile alla seguente: “Pasolini è unprofeta!”. Sbagliato. Pasolini era un profeta. Lo è stato negli anni ’60 e ’70 preannunciando e criticando ferocemente la società dei consumi degli anni ’80 e ’90, fino ad arrivare ai 2000 se proprio vogliamo. Ma se nel 2011 Pasolini continua a profetizzare, da cadavere, allora ci dev’essere un problema. Ed il problema non è certamente lui o la sua salma, ma noi, vivi e vegeti. Tutto ciò significa che siamo immobili e che non riusciamo a leggere il futuro perché il presente ci è estraneo. E continuerà ad esserlo anche reiterando ciò che andava dicendo Pasolini, venuto a mancare 36 anni fa.


In sostanza si tratta di denunciare l’usura impudica di una classe intellettuale composta da una serie di santini da ostentare, e quello di Pasolini non è altro che un esempio, il più emblematico e macroscopico. Il post-pasolinismo, così come altre correnti analoghe, è un carcinoma che ha attecchito un po’ ovunque, un abuso, più che un imitatio, e nel complesso un malcostume generalizzato dal quale faremo bene a liberarci. Perché se c’è un qualcosa di più odioso della nostalgia, peggio se ingiustificata, è l’uso scorretto e superficiale di una memoria. Come per molte altre cose l’Italia ha quindi tutto il diritto e anche il dovere di guardare avanti, piuttosto che di ciarlare inopportunamente rimirando l’aura oscura di un vate perduto anzitempo.
L’elegia reiterata, la continua retrospettiva, l’estenuante citazione hanno al contrario avariato la salma di uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre, e come lui, quella di tanti altri. Una marcescenza colpevole di aver zittito ed intimorito un’iniziativa ed un’autonomia intellettuali fisiologiche che in tutti questi anni hanno latitato ed avuto difficoltà ad emergere anche a causa dell’invadenza di un’auctoritas sponsorizzata non esattamente da una florida intellighenzia ma da uno sterile fan club assieme ad un intellettualismo sprezzante ed antiquario. Ora è giunto il momento di farla finita. Poiché, come ho già detto, il sottoscritto è assolutamente certo che lo stesso Pasolini sarebbe il primo a provare disgusto verso il proprio cadavere.

 

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4 commenti a “ Pasolini è morto: non se n’è accorto nessuno? ”

    • conaltrimezzipd

      conaltrimezzipd

      Da Grillo a Veltroni, da Travaglio al primo passante per strada (“una volta c’era Pasolini adesso chi c’è? Moretti?…”), dalle trasmissioni tv “antagoniste” a Vendola, dai misteri d’Italia al web cospirazionista, dai finiani ai boy scout dei fan club “Saviano”, dai cattolici al gay pride. Si parla di un sentimento nazionalpopolare che evade dagli ambiti accademici da intellettuali. E’ questo il punto, l’esercizio indiscriminato, spesso strumentalizzato, altre volte semplicemente d’etichetta, da parte della massa, di una figura, peraltro complessa, come quella di Pasolini, che è sulla bocca di tutti, anche quando si tratta di profetizzare il futuro: tanta è la miopia dei contemporanei. Non è un peccato citare Pasolini, né studiarlo, apprezzarlo, approfondirlo. Lo è stato desaturarlo per mezzo di un conformismo, di una posa culturale, che lui stesso disprezzerebbe. Di questo si parlava. Del pappagallume post pasoliniano. E dell’uso che si fa di certi intellettuali/”santini”, della loro parola, della loro lezione e della loro memoria. Di Pasolini in primis, pace all’anima sua.

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      • Ma, dunque Pasolini dovrebbe essere ad appannaggio solo della ‘ggente che ffa l’università’? Non è un pensiero ‘vagamente’ classista? Ragazzi, volenti o nolenti siamo entrati – anche se molto docentume vorrebbe il contrario e sta facendo di tutto perché si torni indietro a passo di gambero – nell’epoca della cultura di massa, io non mi lamenterei se Pasolini è così citato, questo significa che, in un modo o nell’altro, la sua opera è entrata in un certo immaginario popolare (e ne è stata deformata, ma questo è lapalissiano, pensiamo solo a quanti cattolici ci sono in questo Paese; quanti di loro hanno una formazione teologica?).
        E non tenete conto secondo me di due cose –

        1) la letteratura non la fa né il critico né lo scrittore, la fa il ‘ricevente’, perché è lui che ‘significa’ un messaggio – bisognerebbe rileggere Giordano Bruno, cogliere il suo pensiero anti-filologico.

        2) Chi vorrebbe giocare all’intellettuale dovrebbe iniziare a frequentare meno le Accademie e più la gente comune, quella che in alcuni vostri articoli sembra essere così ‘maleodorante’.

        Il vero problema è lo scollamento totale tra quattro pseudo-intellettuali e quella tanto snobbata massa di cui questi dovrebbero leggere le urgenze e a cui dovrebbero rivolgersi con la loro opera.

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      • conaltrimezzipd

        conaltrimezzipd

        sul docentume collimo. sono piuttosto d’accordo anche con il tuo primo punto, ma va precisato che il concetto della non autorialità del senso di un’opera è un’idea alle volte carica di sottintesi e che se portata agli estremi causa derive interpretative clamorose.
        sul secondo punto ok. personalmente ho espresso più volte, anche nell’ambito di CAM#04 sugli intellettuali, la malsopportazione a proposito di un metodo vecchio di fare cultura, anzi, intellettualismo. la mia nostalgia rispetto al passato sta a zero, così come l’insofferenza verso intellettuali, o pseudo tali, che dici tu, scollati dalla società, è alta. però ho qualcosa da dire a proposito di questa tua critica di classismo. pasolini non deve essere patrimonio esclusivo delle università, ci mancherebbe. e non darebbe assolutamente fastidio se le sue opere, ma questa cosa vale per molti altri, diventassero un reale patrimonio comune, purché sia la lezione dell’autore a sobillare le coscienze, non il suo santino, la sua macchietta, la sua caricatura, o peggio, la sua strumentalizzazione di comodo. poiché la memoria di pasolini è forse quella che ultimamente viene più abusata, trafugata, volgarizzata, confusa. a sinistra per rinobilitarsi, a destra per defascistizzarsi, i cattolici per questo, l’antagonismo catodico per quell’altro… pasolini fa comodo a molti (mentre fa sorridere il “deserto” che gli era stato costruito attorno in vita). uno dice: beh, meglio di niente… secondo me si tratta di un fenomeno opinabile (diatriba del bicchiere mezzo vuoto-mezzo pieno) e per come la vedo la cosa ha un retrogusto più negativo che altro.
        detto questo non va secondo me confusa la massa con i media di massa, perché sono questi agenti che contribuiscono in modo maggiore al deterioramento della salma di pasolini. e sono quindi spesso i media di massa a intermediare la sua memoria (e non una corretta contestualizzazione, non voglio dire accademica, ma appropriata), poiché non è che la massa si è svegliata una mattina con la voglia di un pasolini-pop di facile mercato (e spesso di bassa lega). se poi si va a vedere la genuinità di tali media, il loro modo di influire la società, così come la loro paternità ecc, allora non c’è da starsene completamente tranquilli per i motivi di cui sopra. o comunque ci sono i presupposti per rizzare le antenne e tenere alto il livello di sensibilità critica. ed alle volte è questo quello che manca. la rinuncia alla critica in favore di un’accettazione automatica di un fenomeno mediatico, o autocomunicativo. e in nome di che cosa? di un’ideologia sociale? di un debito di riconoscenza verso PPP? o perché si tratta di un fenomeno “inevitabile”?
        per esempio mi rende perplesso la tua premessa. così come espressioni che si sentono spesso in bocca della gente “volenti o nolenti siamo entrati nella cultura di massa”, che forse in buona fede esprimono un approccio un po’ troppo passivo all’analisi della realtà. un atteggiamento tollerante ma che si può anche tradurre in prolasso (se siamo nella società di massa significa far passare tutto? e lasciar perdere la qualità delle cose in nome di un allargamento dell’utenza?).
        personalmente sono del parere che se si verifica un malcostume collettivo non lo si deve per forza giustifacare perché “di massa”. per il semplice fatto che quest’ultima non è sempre e a prescindere nel giusto, e a ben vedere, dati certi riscontri storici, sembra piuttosto essere vero il contrario (ma questa è ancora una volta una mia opinione personale). la non tollerabilità sistematica per qualsiasi fenomeno di massa, per come la vedo io, non va confusa con snobismo classista. perché se passa il concetto che l’opinione pubblica è sacra e che qualsiasi suo arbitrio è intoccabile allora vivremmo in un mondo molto pericoloso (quale è).
        ultima riflessione. la salute culturale non la si può solamente misurare nel numero di volte in cui viene citato tizio o caio, o quel determinato pinco pallino, così come la salute della lezione di tizio o caio stesso. va analizzato anche il “come” tutto ciò avviene perché se ci fermiamo al “cosa” allora si rischia di creare un interdetto, l’ortodossia, il dogma, o un’ideologia conformista. se non si può toccare il “cosa” o il “chi” (pasolini è un caso esemplare) senza considerare il “come” allora sì che dovremmo preoccuparci. tant’è vero che in questo caso è bastato offrire uno sguardo non sacralizzato ad un’icona della nostra cultura per provocare una certa reazione.
        detto questo ti ringrazio per i commenti e le critiche. noi ci teniamo.
        (e mi scuso per la sintesi, sono un logorroico cronico)

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