Incrocio della Stanga - Padova di Gregorio Casa Mi affiora all’improvviso, dal nulla, senza nessuna ragione apparente, senza un collegamento logico, perché non è vero che si sta sempre pensando a qualcosa. Io in quel momento non pensavo proprio a nulla, nulla di definito, pensavo a cose astratte e confuse, fluide se volete. Insomma, cose che non si possono raccontare e che sono talmente dense e indefinite da ridursi al nulla, perché se ti viene chiesto cosa pensi e rispondi indolente “nulla”, non è giusto pensare che la tua risposta sia elusiva. Ecco, semplicemente mi affiora il pensiero che devo sbrigarmi. La realtà è che non devo sbrigarmi affatto. Non c’è alcun motivo per cui io mi debba sbrigare. Sono in auto, ho il serbatoio quasi pieno e non sono in ritardo. Non piove e non pioverà, il cielo è terso e sfumato, farà buio fra mezzora. Non ho fame, né ho in programma di mangiare, perché capita di presentarsi a cena senza sentire il reale bisogno di introdurre cibo in bocca, è la cosa più normale del mondo, ma saltare la cena perché non si ha fame è un abominio che non è di questo mondo. La mia auto non è nemmeno scattante, se devo proprio svergognarmi del tutto. Anzi è vecchia, quasi vetusta ma non vintage. È di quel vecchio al limite dell’inservibile, ma ancora al di qua dell’antiquariato; niente tenerezza nostalgica, nessuna ammirazione malinconica. È vecchia, punto. Non l’ho abituata a spingere sull’acceleratore, non lo farò oggi che non ho nessuna fretta. Quindi non è vero che devo sbrigarmi. L’avrò pensato, chessò, per abitudine, ma è inutile pensarci ora che mi si accende davanti il rosso del semaforo della Stanga, da via Gozzi, la strada che in senso contrario mi porta a casa, quella che percorro più spesso. È anche una delle vie in cui il verde dura di meno, si formano sempre lunghe code. Il Grande Incrocio della Stanga ci spaventa tutti, sempre; quando vediamo apparire il semaforo e il caso vuole che sia verde ci lanciamo a velocità criminali come se l’asfalto ci crollasse alle spalle; uscire vergini dal Grande Incrocio prima dell’una del mattino è una cosa che capita forse due volte l’anno. Il Grande Incrocio ci spaventa tutti, ma in questo momento non mi importa. È rosso, le macchine sono incolonnate ordinatamente in fila per due, ma io non ho fretta, vado a prendere il mio posto e fisso il grattacielo della Vodafone alla mia destra, ben attento a non incrociare gli sguardi di chi vuole vendermi della roba. Non voglio guardare i volti degli altri automobilisti in coda: saranno turbati, impazienti, assenti nel migliore dei casi; io non sono nervoso, sono spensierato e non ho fretta, non voglio turbarmi osservando la faccia di uno sconosciuto che magari potrebbe pure prendersela male. Nel frattempo posso pensare, ad esempio, a quale delle altre cinque strade dell’incrocio imboccare, una volta superato il semaforo. Fermo restando che potrei anche girare attorno all’isoletta centrale e imboccare nuovamente la strada in cui mi trovo nell’altro senso, quello che mi porta a casa. La casa è l’unico punto fermo, in questo momento. La casa era il luogo dove mi trovavo prima di salire in auto, è anche il luogo dove prima o poi tornerò. L’auto porpora di fronte a me avanza di qualche centimetro, perciò mi porto avanti anch’io. Normalmente mi precipiterei a coprire il vuoto lasciato da chi mi precede, per evitare che qualche furbetto cambi corsia e mi si piazzi davanti per guadagnare impunemente posizioni. Stavolta dico che può anche succedere, non mi interessa. E non succede. Mi si scopre l’insegna del Residence Biri, che sembra uno di quegli alberghi abusivi sui promontori sardi che ogni tanto si vedono demolire in televisione. Ospitava un cinema al piano terra, una volta, ma la gente smise di andarci per via di quelli che vendono la roba. Sono pronto a giurare di non conoscere nessuno che ci abbia mai messo piede, e con altrettanta sicurezza giurerei che nessuno ci entrerà mai; eppure questo è per molti “l’incrocio del Biri”, e non “l’incrocio della Vodafone” o “l’incrocio del Gazzettino”. La testata gigante del quotidiano troneggiava in cima a un palazzo color argilla ben più vecchio di tutti noi, finché un giorno qualcuno la tirò giù. Non è nemmeno “l’incrocio della fontana” che sorge tra via Gozzi e via Venezia verso la fiera e che in questo momento non vedo. Sono ancora fermo, ma la cosa più strana è che non vedo passare nessuno nel senso di marcia opposto. Forse non l’ho notato, non ci sono stato attento. Ma il tempo passa e le auto no. Qualcuno inizia a sbatacchiare il clacson. Il suono mi irrita, sono rilassato e non mi piace affatto che quel fastidioso segnale acustico mi dia noia. Del resto non posso pretendere che gli altri siano come me, senza nessuna fretta, anzi, con l’intento di passare il maggior tempo possibile dentro all’abitacolo. Qualcuno è spazientito. Soprattutto i molti immigrati che stanno nella mia colonna e che probabilmente tornano alle loro case dopo il lavoro. Sono chiusi in brutte automobili con le targhe ancora sprovviste di fascette blu, proprio come la mia. Fanno questo semaforo ogni giorno, se arrivano a rompere la routine per lamentarsi evidentemente c’è qualcosa che non va. Ma è anche possibile che la signora che guida il Suv abbia l’ultima occasione per comprare quella cornice d’argento da regalare alla collega stasera a cena, e il fotografo al centro commerciale chiude tra dieci minuti. Che è anche l’orario oltre il quale non si accettano visite all’ospedale, e la signora anziana dentro alla Panda gialla appare preoccupata, traspare il suo senso di colpa dal lunotto, lo vedi da come arriccia le sopracciglia, mentre fissa la luce del semaforo che è ancora ostinatamente rossa. Devo mettere a dura prova la mia tranquillità quando scorgo il centro dell’incrocio e lo vedo vuoto, mentre tutte e sei le strade sono immobili e i clacson si moltiplicano come grandine. Hanno tutti il rosso e la consueta parata al centro dell’incrocio fatta di anziani preoccupati, mogli ansiose di cornici, operai sfiancati e semplici passanti è interrotta da questo cataclisma che è il guasto del semaforo. Resto tranquillo, non fa niente, avanzo ancora di un paio di metri. Vedo finalmente alcune auto nel senso di marcia contrario, ma prima che possa pensare a una riparazione del guasto mi accorgo che sono semplicemente auto che hanno fatto inversione alla ricerca di un percorso più agile. Nelle altre strade dell’incrocio accade lo stesso. È ancora rosso, è sempre più buio. A me che mi cambia? Non avevo fretta prima e non ce l’ho adesso. Probabilmente non sarei sceso dall’auto nemmeno se avessi passato l’incrocio tempo fa: dovrei forse perdere la calma come stanno facendo tutti? Due sono addirittura scesi dall’auto e allargano le braccia. Un’auto ha attraversato l’incrocio col rosso e si è allontanata indenne. Seguono l’esempio in molti. Il centro dell’incrocio pian piano si ripopola e fra il caos dell’abbandono del codice stradale nessuno sembra prendersela con nessun altro. Del resto, al Grande Incrocio della Stanga ci si passa solo se si deve andare in un qualche luogo, altrimenti perché lo si dovrebbe fare? Perché mi trovo qui? Anche il gran concerto dei clacson, abbandonato l’intento polemico iniziale, pare più una partecipazione all’abbuffata di uno spettacolo che sorprende, perché quando ti ricapita un guasto al semaforo della Stanga? Quando mai potrai affermare la supremazia della tua macchina pensante sull’altra macchina pensante che ti dice quando puoi e non puoi passare? Quando ti ricapiterà di passare da uno stato di impazienza e irritazione, allo smarrimento totale fino all’euforico superamento di una situazione surreale non prevista dall’organizzazione dell’incrocio, per giunta nel luogo più abbietto di Padova? E mentre le code si sfanno, ognuno prende la propria direzione conscio di aver sconfitto uno dei tabù più inviolabili della routine. La strada davanti a me si libera e io avanzo col gioco di frizione, con cautela, rispettando le distanze di sicurezza e prestando grande attenzione ai fanali rossi che si accendono e si spengono davanti a me, perché sono tornato a non pensare a nulla, non ho nulla da guardare, mi avvicino all’incrocio e i palazzi che lo ornano si disperdono; in fondo li conosco troppo bene per perdermi a guardarli proprio oggi che non ho fretta e non ho particolari pensieri e non ho fame. Arrivo fino alla linea dello Stop e il semaforo è ancora rosso. Sì, è ancora rosso grazie al cielo, e io non lo voglio soverchiare come stanno facendo tutti. Mi fermo e attendo che diventi verde, perché io di fretta non ne ho e il fatto che questo guasto non sia stato segnalato (o forse sì, cosa ne posso sapere io?), il fatto che non abbia ancora deciso quale strada imboccare se mai il semaforo dovesse farsi verde e dirmi puoi passare, il fatto che ancora nessuno mi abbia costretto a rimettermi alla mia volontà facendo lampeggiare di giallo quel semaforo, ecco, questo, mi fa stare bene.  
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