di Giulia Roncato.

Prendete L’animale morente di Philip Roth e leggetelo. Leggetelo come se vi perforasse la carne, e le parole lette vi incidessero, perché solo così può essere letto un libro di Philip Roth, soprattutto se a farne da filo conduttore è un sacrosanto diritto. No, non ho sbagliato aggettivo, credo sia uno dei più adatti.

Il romanzo, edito nel 2001, non accolto a braccia aperte negli Stati Uniti d’America, ha come protagonista un professore universitario, David Kepesh (che ritorna in altri romanzi di Roth, e che a buon diritto, assieme soprattutto al personaggio di Nathan Zuckerman, può essere definito l’alter ego dell’autore), malato di amore sessualmente ossessivo per una ragazza cubana, sua studentessa, Consuela Castillo. E questo basta, perché se anche spuntano temi come la morte o la politica, non è a questo che la mente di Roth deve aver pensato nella stesura del romanzo.

L’intera vicenda segue infatti, sotto forma di intervista a una voce (dove l’intervistatore, che può essere interpretato anche come la parte razionale e convenzionale del protagonista, viene percepito in maniera soft e indiretta, a eccezione del finale), il rapporto, conturbato e sessualmente molto al di là del limite imposto dal buon costume borghese, tra il sessantaduenne e la ventiquattrenne: un rapporto già finito. O almeno così sembra. In realtà l’ineluttabile legame tra i due, che ufficialmente è stato dichiarato concluso, continua a tener vive nella mente del professore le fantasie sessuali, in uno spazio che è lo spazio della coppia David-Consuela.

Un’ineluttabile legame che però va inteso come rapporto di amore sessualmente ossessivo, come in precedenza affermato. Nella storia umana del personaggio David Kepesh non trova posto né un amore ossessivo, né un sesso ossessivo, e probabilmente entrambi sono ritenuti dall’autore al di fuori delle reali possibilità umane, e vengono ristretti dallo stesso nel campo delle illusioni. Amore sessualmente ossessivo è un concetto complesso, che fa sì che il protagonista si ammali di gelosia, per una donna con cui però non vuole legarsi socialmente in quanto coppia definita, stabilita, codificata. Le gelosie di Kepesh si limitano a una fibrillazione insana al sapere che Consuela ha avuto altri ragazzi, e quindi altri rapporti sessuali. Ma non è solo sesso, è anche amore, perché Kepesh, di fronte alla malattia fisica dell’amata, non riesce, non può, fondamentalmente non vuole tirarsi indietro, e quindi guarire dalla sua malattia psicologica.

E’ piuttosto l’oggetto di questo amore sessualmente ossessivo che va puntualizzato: Kepesch ama davvero Consuela, o piuttosto la sua corporeità, unita al suo fascino esotico-politico? Consuela appartiene infatti a una famiglia di cubani in esilio negli Stati Uniti a causa della dittatura castrista. Quando la sera di San Silvestro Consuela si presenta a casa di Kepesh per riferirgli che è malata, alla televisione la rete cubana manda immagini di night club di Cuba, pronti belli e lucidi per i turisti abituati all’American way of life; e in quel momento Consuela piange, piange per Castro, e perché i suoi familiari sono tutti morti in esilio, e pure lei morirà in esilio. Alfio Squillaci, quando recensì L’animale morente, scrisse: “Roth usa parole molte dure per Castro”. Ma è davvero così?

Roth non è interessato alla critica politica; Roth è interessato alla politica in quanto formante delle singolarità umane: Kepesh ama Consuela, la ama di un sentimento sessuale (e non è un ossimoro), che necessita di una parte corporea consistente, cui faccia da sfondo un’individualità storico-caratteriale; e la storia di ognuno di noi è data anche dalla situazione politica in cui viviamo. Consuela è Consuela perché è cubana, e ha vissuto il dramma dell’esilio dalla sua Cuba, in mano a Castro; ma è uno sfondo esotico, intrigante, non quotidiano (perché è questo che Kepesh cerca: l’altro, l’al di là del prevedibile) alla corporeità alienante di Consuela.

Il punto focale della parte ultima del romanzo, di quella notte di San Silvestro, non è la serie di night club all’occidentale che passano alla televisione, ma Kepesh che palpa i seni di Consuela, e non riesce a individuare il nodulo tumorale, perché troppo tessuto lo separa dal suo tatto. E’ la corporeità ciò che di più vivo noi conosciamo dell’altro, e ciò che di più drammatico conosciamo nell’altro, perché nella sua corporeità finita riflettiamo la nostra, altrettanto finita. Cos’è più drammatico nella prospettiva del romanzo? Sicuramente dei seni deturpati, dei seni che devono essere asportati; non Castro. Perché nella logica del racconto i seni di Consuela, non certo la sua condizione familiare legata a motivi politici, sono un leitmotiv dell’ossessione di Kepesh.

Ecco che allora, arrivati a questo punto, è ben comprensibile che la protezione che Kepesh fino all’ultimo, e oltre (perché non guarirà mai dalla sua malattia) offre a Consuela, è una protezione alla sua perfetta corporeità, intesa come qualcosa da preservare contro le ovvie deturpazioni del tempo, ma ancor più contro malattie impreviste che accelerano la tabella di marcia sulla linearità del tempo, e non permettono il giusto tempo per metabolizzare il cambiamento. Perché per Roth la corporeità è in un certo senso l’unica via cognitiva realmente conseguibile dall’uomo nelle relazioni interpersonali: i rapporti socio-amorosi qual è il matrimonio non hanno nessun valore,perché perdono quasi subito l’ebbrezza del sesso.

Il sesso non è un punto di partenza per Roth, è un’essenza stessa che dev’essere necessariamente perseguita per conoscere l’altro in quanto natura umana. Il dramma dei seni asportati non è a livello meramente estetico, ma si colloca su un piano che vede la corporeità come caratterizzante il nostro essere, e l’asportazione, in quanto non naturale (cioè non sottoposta alle naturali modificazioni attuate dal tempo) risulta agli occhi di Kepesh-Roth come un ostacolo a quella che è la base dell’esistenza, questo stimolo sempre presente, drammatico ma vitale, che è il sesso. La sua gelosia, il suo attaccamento al corpo di Consuela, all’atto sessuale compiuto con quel corpo, al desiderio sfrenato di appropriarsene in qualsiasi modo, non sono altro che la faccia carnale di un disagio esistenziale che pochi elaborano, ma che tutti sentono in maniera indefinita. L’attaccamento al sesso diventa attaccamento alla vita.

Il sesso, dice implicitamente Roth, è quella cosa a cui ti appigli per sentirti vivo, e quando la forza erotica si esaurisce (si veda il caso di Consuela, il cui straordinario erotismo in un attimo è spazzato via dal cancro) inizia la discesa. Verso cosa? Verso l’interiore metabolizzazione del fatto che la nostra vitalità si è esaurita, insieme al sesso. E che quindi inizia il discorso sull’essere stato, e svanisce l’attenzione su ciò che invece è. E alla fine, tra l’essere malato, e per questo rinunciare all’eros, e l’essere malato di eros, e per questo condurre una vita travagliata, al limite della depressione, forse ciò che vuole indicarci Roth è che è meglio quest’ultima strada, perché è vitale, seppur deleteria: sapendo che prima o poi finirai, decidi consapevolmente di finire in subbuglio interiore, ma nello spazio della vitalità, che è sostanzialmente dato dal riconosciuto diritto al piacere.

E questo, la società sembra averlo abolito.

Philip Roth, L’animale morente, Einaudi, 2005, 113 pgg.

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