Philip Roth scrivania

Un attore in crisi pensa di poter ritrovare vitalità grazie a una rocambolesca relazione con una lesbica più giovane di lui. Ma la luce in fondo al tunnel non è la salvezza, è un treno, come direbbe Woody Allen. Ecco che allora il tentativo di rialzarsi diventa una caduta ancora più forte e dolorosa. Roth ha scritto di meglio.

Questo è stato il primo romanzo di Philip Roth che ho letto e devo dire che non mi ha fatto una bella impressione. Non pretendevo certo di farmi un’idea su Roth prendendo un romanzo a caso, e, se anche avessi voluto farlo, avrei sicuramente dovuto leggere Pastorale americana o Lamento di Portnoy. Resta il fatto che dopo aver letto L’umiliazione non riuscivo a capacitarmi del fatto che Roth fosse considerato uno dei più grandi scrittori contemporanei viventi. Poi ho letto Nemesi ed ho capito perché; senza contare che Lamento di Portnoy e Pastorale americana sono ancora lì ad attendermi ed ho l’impressione che non mi deluderanno. Quindi questo breve romanzo (o lungo racconto) del 2009 rappresenta una parentesi particolare, la quale, scopro leggendo la quarta di copertina, comprende anche altri romanzi. Ne La macchia umana, del 2001, Roth trattava il difficile tema del rapporto amoroso tra un uomo anziano e una donna molto più giovane, tra l’altro a ridosso dello scandalo Clinton-Lewinsky. Everyman, Il fantasma esce di scena e Indignazione, pubblicati dal 2007 al 2009, affrontano invece il tema della morte (o comunque della fine) e della giovinezza perduta, guardata con nostalgia da personaggi maturi.

Philip RothAnche in L’umiliazione il protagonista è un uomo che si avvia verso la tarda maturità e che intraprende una relazione con una donna più giovane. In questo caso si tratta di un grande attore di teatro che entra in crisi, forse a causa dell’età, ma più probabilmente a causa di un suo blocco psicologico. I ruoli importanti non gli mancano, ma  di lui si dice, in apertura di romanzo, che: «Aveva perso la sua magia. L’impeto era venuto meno. In teatro non aveva mai fallito, tutto quello che aveva fatto era stato convincente e valido, poi gli successe una cosa terribile: non era più capace di recitare.[…] Non era più capace di conquistare il pubblico. Il suo talento era morto.» Rileggendo queste righe, mi viene da pensare che il romanzo non racconti altro che lo spazio tra una morte e un’altra. Sempre all’inizio del romanzo si dice inoltre che il protagonista è impazzito, senza rendersene conto; e poi viene pure lasciato dalla moglie. A questo punto è veramente solo e la storia prende subito una piega tragica che non sembra lasciare spazio al lieto fine. Ma poi entra in gioco il grottesco, anche se all’inizio non è percepito come tale dal lettore. Il protagonista incontra una donna più giovane e la sua vita sembra ritrovare un senso. L’aspetto grottesco, a mio avviso, sta nel fatto che la donna in questione è lesbica ed ha una relazione con un’altra donna e soprattutto che il protagonista, messo subito al corrente di questo particolare, non smette di frequentarla ed anzi cerca di sedurla. Quando ci riesce viene trascinato in un vortice di giochi erotici che coinvolgono anche altre donne e che lo assorbono completamente. Forse il protagonista è confortato ed inorgoglito dall’aver “convertito” una donna omosessuale e pertanto si dimentica completamente dei suoi problemi o forse si illude di aver trovato la soluzione nel rapporto amoroso. Pensa addirittura di aver trovato una nuova compagna per la vita e di poter fare dei figli con lei. La “conversione” però non ha funzionato e Pegeen, questo è il nome della donna, si innamora di un’altra donna e lo lascia. Forse lei è stata solo una parentesi tra un dolore e l’altro, o più probabilmente, è lui ad aver rappresentato una parentesi tra una storia e l’altra nella vita di Pegeen. Si torna quindi al punto di partenza e il protagonista deve prendere delle decisioni. Alla fine si accorge che forse le sue doti recitative non lo hanno abbandonato del tutto.

Roth è stato bravo a mettersi in gioco rappresentando un uomo della sua stessa età alle prese con il trascorrere del tempo e soprattutto rappresentando un artista in crisi, in questo modo esorcizzando forse quello che molti chiamano “blocco dello scrittore” e che potrebbe riguardare lo stesso Roth in prima persona. A parte questo, però, il romanzo mi ha lasciato un po’ indifferente. So che Roth è stato spesso criticato per il linguaggio scurrile che non manca nemmeno in questo caso, ma non sono certo le scene di sesso o il linguaggio che mi hanno disturbato. Anche se mi piacerebbe che i traduttori italiani trovassero dei sinonimi migliori per i termini “sborra”, “sborrare”, etc., ma questo non dipende da Roth, mentre la trama un po’ povera, questo sì. Devo comunque dire che rileggendolo lo si apprezza di più.

 

Philip Roth, L’umiliazione, Torino, Einaudi, 2009.

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