di Egidio Ferro.

Tre parti, tre capitoli ciascuna, intitolate «Paradiso ricordato», «La caduta», «Paradiso perduto», un totale di quattrocentocinquantotto pagine. Pastorale americana si presenta così, a prima vista: un’opera che vuole avere un ampio respiro, una grande ambizione, quella di raccontare il furore dell’America, la sua intrinseca e viscerale pazzia, spesso latente e inconscia, ma sempre dietro l’angolo, quasi fosse l’ombra del sogno targato USA, la sua inevitabile conseguenza.
È una follia, per quanto imprevedibile, “strutturale”, che non manca però di atterrire chi ne è colpito, chi si trova, senza volerlo e totalmente preso alla sprovvista, a doverla affrontare e che inevitabilmente minaccia, intacca e infine distrugge il sogno americano, fatto di vite idilliache di padri di famiglia progressisti e civili, capaci di costruire la propria azienda dal nulla, arricchirsi e vedere la propria fortuna trasmettersi alle generazioni successive, per l’eternità.
L’idiosincrasia sogno, fortuna, paradiso da un lato e follia, pazzia, caduta dall’altro – con tutte le sue conseguenze del prima e del dopo, dei calcoli e delle rese dei conti – è il tema di fondo che si scorge nelle pagine di Pastorale americana, il libro con cui Philip Roth si è aggiudicato il Pulitzer nel 1997.

Il libro declina il tema citato narrando le vicende della famiglia ebrea dei Levov, la cui fama a Newark è legata all’azienda di guanti da signora fondata dal nulla da Lou Levov e ora gestita dal figlio Seymour.
Quest’ultimo, detto «Lo Svedese», è personaggio leggendario già da ragazzo. Fin dal liceo si mette in luce per le sue eccezionali doti sportive nel football, nel baseball e, visto che in America non si primeggia mai abbastanza, pure nel basket. Idolo di tutti, dei compagni di scuola – che agognano a scambiare con lui anche solo una parola – e dei loro genitori – che vorrebbero vedere nei loro pargoli le sue stesse capacità – gli si prepara una vita di fortuna, anche grazie a quello che il padre Lou, con la sua azienda, sta costruendo per lui.
E, effettivamente, lo «Svedese» sembra sparato come un missile verso la promessa americana: il Successo; fatto di una vita agiata, una moglie eccezionale e dei figli capaci di rigenerare e riprodurre e godere dello stesso stile di vita, degli stessi valori, della stessa idilliaca ideologia. «La vita di Levov lo Svedese, per quanto ne sapevo io, era stata molto semplice e molto comune, e perciò bellissima, perfettamente americana» si legge appunto a pag 36 (corsivo nel testo). Uomo tutto d’un pezzo, pacato, «sempre pronto a cercar d’indovinare la soluzione più ragionevole», Seymour non può che convolare a nozze con Miss New Jersey 1949, Dawn Dwyer, donna bellissima, anche se cattolica, ma i Levov sono persone ragionevoli e progressiste e questo non rappresenta un problema…
Il problema è un altro e emergerà con lo scoppio del conflitto in Vietman, quando la figlia di Dawn e dello Svedese, Merry, deciderà di portare la guerra in casa. All’epoca Merry è una ragazza di sedici anni, emarginata per la sua balbuzie e che, nonostante possa contare su un atteggiamento comprensivo da parte del padre, assume un comportamento conflittuale verso i genitori. Nella sua famiglia non vi è nessuno che non la pensi come lei. Il nonno e il padre sono contrari alla guerra e detestano i politici repubblicani di destra fautori di un certo imperialismo americano, ma per Merry non è abbastanza, non basta essere democratici, progressisti o liberal, perché: «[…] io credo che estremo sia continuare a fare la solita vita quando succedono queste follie, quando la gente è sfruttata a destra, a sinistra e al centro, e tu p-puoi tirare avanti, metterti ogni giorno giacca e cravatta e andare a lavorare. Come se niente fosse. Questo è estremo. Estrema stupidità, ecco cos’è» (pag 121). Questo pensa Merry e perciò decide di organizzare a New York, assieme ad altri studenti, la protesta contro la guerra. Lo Svedese è preoccupato e, pur di tenere la figlia vicino a casa, le propone di trasferire la sua protesta a Old Rimorck, dove abita. Ma, ironia della sorte, è proprio qui che la radicalità di Merry si rovescia in un atto terroristico: l’esplosione di una bomba nel locale ufficio postale, contro l’imperialismo americano e il “sistema”.

Questa è, sostanzialmente, la trama. Tutto il resto è la reazione della famiglia Levov, e in particolare del padre Seymour, alla dura e incontrovertibile constatazione di avere una figlia terrorista, ma soprattutto assassina. Lo Svedese non riesce a capacitarsi del gesto della figlia, non riesce a capire come sia stato possibile che abbia fatto quello che ha fatto. Lui, che credeva di essere l’uomo «più fortunato della terra» e tale proprio in virtù della sua famiglia (pag 129), si ritrova dentro le mura di casa la causa della sua disgrazia e della fine del suo sogno americano. Perché quella bomba non ha distrutto solo l’ufficio postale: ha annientato soprattutto le convinzioni, le aspirazioni e le credenze che Seymour credeva inattaccabili ed eterne. «[…] La figlia della quarta generazione per la quale l’America doveva essere il vero paradiso» diventa la distruttrice di quel paradiso stesso. E ancora, a proposito dell’impossibilità di comprendere quel gesto: «Come poteva uno dei suoi figli essere così cieco da insultare lo “schifoso sistema” che aveva dato alla sua famiglia tutte le possibilità di affermarsi?». Anche la madre, Dawn, capisce che quell’ordigno ha minato «la tangibile pienezza quotidiana» di modo che «la fluida regolarità che un tempo era il fondamento della loro vita insieme sopravviva solo come illusione» (pag 221).

Il continuo interrogarsi dello Svedese non è inutile, la risposta ai suoi quesiti arriverà quando prenderà coscienza del fatto che «Merry non è in mio potere e non lo è mai stata. È in balia di qualcosa che ne sbatte le palle. Qualcosa d’impazzito, siamo nella stessa barca. La responsabilità di queste cose non è dei genitori. Loro stessi ne sono responsabili. La responsabilità e di qualche altra cosa» (pag. 277, corsivo mio). E cos’è «qualche altra cosa»? Ce lo dice Jerry, il fratello minore di Seymour, l’unico personaggio realmente disincantato del romanzo (riporto un intero brano, perché utile a chiarire la conseguenza della vicenda narrata): «Volevi Miss America? Beh, l’hai avuta, altroché: è una figlia! Volevi essere un campione americano con una bella pupattola cristiana appesa
al braccio? Volevi appartenere come tutti gli altri agli Stati Uniti d’America? Beh, ora gli appartieni, ragazzone, grazie a tua figlia. Ce l’hai nel culo, adesso, la realtà del tuo paese. Con l’aiuto di tua figlia sei nella merda fin dove è possibile sprofondarci, vera merda, fantastica merda americana. L’America pazza furiosa!». Eccolo l’esito, il rovesciamento del sogno, della fortuna, dell’ideologia, della promessa del successo nel suo opposto, nella follia, nel furore, nell’omicidio. «Dialettica dell’Illuminismo»? Riconoscimento delle fondamenta irrazionali (la pazzia, l’assassinio) della presunta razionalità (il successo, il quieto vivere, la famiglia)? Direi di sì. Tanto più che questo capovolgimento appare necessario, insito nel fatto stesso di essere americano, di, appunto, appartenere all’America; come a dire che il fio che si deve, prima o poi, pagare nel partecipare all’idilliaco american way of life, sia il suo radicale e profondo furore.

Non vi è dubbio che anche in questo romanzo Philip Roth si confermi come il miglior testimone della Storia e della società americana del secondo Novecento raccontando, attraverso l’alter ego del solito Nathan Zuckerman e col pretesto di rendere conto delle vicende della famiglia Levov, la già citata follia statunitense. E sono indubbie anche le abilità di Roth come autore, capace di tenere ben salde le redini della narrazione, senza far mai perdere il lettore nei molti excursus sui molteplici personaggi che vengono a contatto coi Levov, nei passaggi tra passati remoti e prossimi. Al lettore, infatti, non sfugge nulla: ogni carattere, ogni sfumatura della sua personalità è esplicitata di modo che nessun vuoto resta nella mente.

Tutto ciò precisato, nella seconda e terza parte la storia si affolla di personaggi che, pur avendo il merito di focalizzare meglio i protagonisti, paiono “forzati” in quanto non proprio fondamentali per capire il tema e la trama principale del racconto. Gli excursus sui protagonisti, poi, (come quello che riguarda Dawn e il suo allevamento di mucche), sembrano insistere su punti della personalità del personaggio già ampiamente trattati e che erano esauriti in maniera soddisfacente da considerazioni precedenti. La lettura risulta così appesantita in queste parti, che potrebbero essere saltate.

Una conseguenza abbastanza evidente di tutto ciò è la povertà di molti dialoghi, laddove altri, ma pochi, risultano essenziali. Molti scambi di battute infatti non aggiungono nulla al personaggio e, lontani dall’entrare nell’anima del carattere, risultano anch’essi “forzati”. Sembra quasi che l’autore ritenga di non aver delineato bene il carattere di alcuni singoli personaggi e decida quindi di ritornarci periodicamente per approfondirlo, creando però così, se non ripetizioni, delle ridondanze.

Nel complesso Pastorale americana rimane un buon libro, che mi risulta però difficile definire eccellente per l’insistenza e – a volte – morbosità di alcune parti, che nemmeno il Pulitzer riesce a coprire.

 Philip Roth, Pastorale americana, Torino, Einaudi, 2005.

2 commenti a “ Philip Roth – Pastorale americana ”

  1. Sara

    Sara

    Sono parzialmente d’accordo con il giudizio espresso in finale d’articolo, in particolare sulla pesantezza e forzatura dei dialoghi e di alcune scene apparentemente marginali ai fini della storia.
    “Pastorale americana” è, prima d’essere una storia, un gigantesco affresco cui la trama fa da semplice perno od “occasione”; dunque non stupisce se la costruzione avviene attraverso una serie di quadri più descrittivi che narrativi volti non a sottolineare (e rimarcare) una psicologia dei personaggi ormai già nota (basterebbe ad introdurre Lo Svedese la prima scena in cui compare al narratore-scrittore interno). La stessa espressione “psicologia dei personaggi” mi pare poco consona, poichè di psicologia nel romanzo ce n’è ben poca, a mio avviso. A parte la continua interrogazione problematica e lo spaesamento di fronte alla propria stessa reazione (culmine del quale è la domanda finale con la quale Roth chiude il suo romanzo), all’interno della narrazione non vengono approfonditi personaggi ma “personae”, o meglio “maschere”, che incarnino al meglio una serie di voci polifoniche che a loro volta danno voce alla società americana degli anni ’60. Il profondo cambiamento socio-economico e politico e il gap generazionale -in questo caso violentissimo- vengono gestiti da Roth attraverso una serie di figure-simboli che portano pochissimo di personale alla storia. Lo Svedese agisce -non facendo alla fin fine nulla- con quello spaesamento attonito che caratterizzava l’intera middleclass statunitense della sua epoca: si fa portavoce di un disagio di lettura ed interpretazione del proprio tempo tipico degli WASP che credevano di poter lasciare ai propri figli un’eredità in linea retta con lo sviluppo positivista cui aveva dato inizio il nonno, il Self Made Man. Il continuo ritorno all’azienda agricola della moglie, alla casa nei sobborghi, alla propria infanzia non sono, a mio avviso, elementi che rallentano la storia, ma al contrario sono La Storia di questo romanzo; una voragine di ricordi e di “io credevo” della generazione borghese mandata in frantumi dal prezzo da pagare per il sogno americano stesso.

    Sara Apostoli

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    • Antonio Lauriola

      Antonio Lauriola

      Quoto il contributo di Sara. “…una voragine di ricordi e di “io credevo” della generazione borghese mandata in frantumi dal prezzo da pagare per il sogno americano stesso.”
      E’ il prezzo di sentirsi Lo Svedese (o L’Americano, o…) abbandonandosi a una biunivoca identità.

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