di Valeria Nanci.

Era il 1866 quando un certo Ambrogio Borghi mi diede vita, forma e materia. Ero bianco, lucente e nonostante il tempo mi abbia leggermente sbiadito, sono ancora perfettamente intatto del marmo di cui sono fatto. Vado fiero della mia staticità, della tenacia di quegli ideali che hanno fatto la storia del mio nome; ho battezzato una piazza di Padova, la più importante che, a quell’ epoca, nasceva: sono la statua di Giuseppe Garibaldi, forse qualcuno ricorderà già di me. Erano passati pochi anni dalle mie gloriose battaglie, dalla vittoria che mi portò trionfante in Sicilia e mi vide proclamare l’ Italia unita: quanti sogni realizzati e quante vite sacrificate! Vidi la luce quando troppi giovani caddero nel buio: il ’66, l’anno della sconfitta, l’anno dell’umiliazione, l’anno dei figli rubati.

Ricordo che la gente veniva incuriosita a conoscermi, come se potessi veramente presentarmi e scambiar loro un saluto: signorotti dalle scarpe lucide mi applaudivano con orgoglio e madri dal volto sfigurato dal dolore, mi osservavano diffidenti, distanti, annegate forse con i loro stessi figli nel mare di Lissa. Poi, accanto a tante altre figure, come quei bambini che saltavano, s’arrampicavano testardamente sui miei piedi, stavano delle sagome discrete, lunghe e serie a studiarmi, talvolta scuotendo la testa, talvolta dicendosi poche parole nell’ orecchio. Si chiamavano fra loro Nolinari e pareva andassero orgogliosi del loro nome: li vedevo sempre attraversare la piazza, con lo stesso sguardo diffidente, sulle loro lussuose carrozze nere indicando ai loro stessi clienti il mio nome con una vaga vena di disprezzo.

Poi un giorno da una chiacchiera ai miei piedi ascoltai la loro storia: la piazza, un tempo, prima del mio arrivo si chiamava Piazza dei Noli proprio per il mestiere che svolgevano in questa sede: trasportavano persone a carrozza, nobili, marchesi, grandi signori, dalla stazione a un certo Caffè Pedrocchi che pareva andasse parecchio di moda da quelle parti. Forse anche io avrei iniziato a diffidare del mio stesso nome se avessi visto la mia piazza privata della sua identità, ma non mi avevano lasciato scelta, mi ci avevano soltanto portato. Era divertente stare a osservare la piazza, come s’affollava e si svuotata, come cambiava colore, rumore e protagonisti la mattina e la notte; mi sentivo in certa parte il custode e col tempo, anche i Nolinari s’abituarono al mio nome e alla mia presenza. Certi persino mi salutavano e i saluti crescevano quanto più saliva la dignità d’Italia, la memoria, l’appartenenza a quest’giovane frammentata Nazione. Cominciai a prenderci confidenza, pure io. Poi accadde un fatto: fu quasi fine Ottocento, quando vennero a costruire la tramvia di Padova, la prima che collegasse la stazione al Caffè Pedrocchi. Si diffuse facilmente una certa solidarietà fra me e i Nolinari per cui ci sentimmo privare di un nome e di un mestiere: venni trasferito poco lontano dalla piazza, alle porte di un Parco che venne battezzato Parco dell’ Arena e così la piazza rimase senza il suo custode, e i suoi Nolinari.

Da allora non seppi più nulla della mia piazza e più passavano gli anni più la gente sembrava dimenticarsi di me: ormai nessuno veniva più a salutarmi né a congratularsi e chiunque mi passasse ai piedi non si preoccupava più di leggere il mio nome, forse qualche straniero incuriosito. Passò rapidamente il nuovo secolo, fra guerre e nuove libertà, nuove ferite nella storia, una nuova memoria. Mi giunse la voce che nella mia piazza costruirono una nuova statua, la colonna dei Noli: che i Nolinari avessero riconquistato la loro antica identità, ora che non esistevo più? Miseri! Una volta un giovanotto tentò di arrampicarsi su di me chiedendo alla madre chi fossi, ma ella lo rimproverò di non perdere tempo : “Vieni! Abbiamo appuntamento con il nonno in Piazza Garibaldi! Così ti sporchi”. Chissà se m’aveva riconosciuto. Un tempo, era bello rimanere a guardare la piazza cambiare dal dì alla notte ma il Parco dell’ Arena cambia in qualche modo faccia, la sera: s’affolla di persone dai musi scuri e cupi che scambiano biciclette e piccole mazzette nell’ ombra. Di recente, si sono messi anche i militari a farmi tappa, con la stessa indifferenza degli altri. E’ da un po’ che mi sento triste: mi disarma non avere più la minima attenzione.

Peccato che non possa parlare! Cosa è diventata l’Italia, cosa il mondo, cosa le persone? Gente affannata dalla corsa che tiene lo sguardo basso, concentrato su schermi neri, a fare strani esercizi con le dita; cellulari li chiamano, palmari, cercapersone e altre svariate incomprensibili parole, parole di cui nemmeno la gente conosce il significato, parole private o dimenticate nel loro significato, come Italia, libertà, Garibaldi. Forse i padovani si sono dimenticati di me, della mia memoria, cosa gli è accaduto? Forse basterebbe che alzassero una volta in più la testa. Magari rallentassero un po’ la corsa. Forse l’Italia è diventata un po’ come Padova: una Piazza Garibaldi senza il suo Garibaldi. E chissà se qualche giovane o anziano o donna se ne accorgerà mai.

Poi, c’è quel ragazzo in vespa che tutte le mattine sta fermo al semaforo rosso e dà, timidamente, in silenzio, il buongiorno a Giuseppe Garibaldi.

Ad Alex, che tutte le mattine dà il buongiorno a Garibaldi.

 

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