Pordenonelegge – festa del libro con gli autori che si sta svolgendo in questi giorni a Pordenone e che si concluderà domenica sera – è uno di quegli eventi che si possono amare di amore totale e un po’ sventato oppure odiare di tutto cuore, con risentimento feroce e fastidio epidermico. Entrambi gli atteggiamenti, lo ammetto, sono sostenuti da buoni argomenti, ma confesso subito, in apertura, che io mi schiero a testa alta dalla parte degli innamorati di questa manifestazione, e che nessuna buona ragione critica, nessuna oggettiva osservazione negativa è ancora riuscita a incrinare il mio amore per un evento che riesce ad arrivare, ogni anno verso la fine di settembre, a prendere possesso di una piccola città di provincia e a renderla per qualche giorno un luogo in cui le cose si muovono, in cui le idee non stanno ferme e in cui le persone si affollano fuori da tendoni bianchi e palazzi storici nel tentativo cocciuto e a tratti commovente di partecipare a un incontro in più, di non perdere nulla, di essere pubblico e parte attiva dell’enorme ingranaggio che è questo festival.
Pordenonelegge è, fondamentalmente, un grande catalizzatore di energie: riesce ad attivare una città che – come molte città italiane – è piena di risorse che per gran parte dell’anno non è in grado di sfruttare al meglio e che cade speso nel fatale vizio dell’autodenigrazione, della resa inerte e parecchio auto-assolutoria che porta a dire “qui da noi non c’è nulla” e poi a richiudersi alle spalle la porta di casa con la coscienza pulita, senza aver mosso un dito per provare a portare un po’ di movimento in quella che, altrimenti, rischia davvero di essere solo una sonnolenta piccola città come tante. Per una città del genere, un evento come quello che si sta svolgendo in questi giorni è puro ossigeno: è ossigeno perché mette in movimento le persone, in senso anche banalmente fisico (gli eventi del festival si svolgono in una ventina di luoghi diversi, sparsi in un’area che è essenzialmente quella che ruota attorno al Corso principale: questo è uno di quei casi in cui essere una città piccola, le cui distanze sono assolutamente percorribili a piedi, risulta un non trascurabile vantaggio), ed è ossigeno perché dimostra nei fatti che la provincia può riuscire ad essere meno anonima di quello che crede, che può diventare attrattiva, che può proporsi come punto di riferimento significativo anche a livello culturale.

Pordenonelegge, insomma, dimostra nei fatti che le cose grandi si possono fare, e che si possono fare ovunque, a condizione di avere le idee sufficientemente chiare. Perché Pordenonelegge, in fondo, è una manifestazione che riesce ad avere una sua sostanziale coerenza interna pur essendo strutturata su una gamma di eventi e di interventi così ampia che rischia, a volte, di far girare la testa. È, questa, una delle principali critiche mosse dai detrattori della manifestazione: un tale affollarsi di eventi dimostra che dietro questo enorme ingranaggio non c’è vera volontà di promozione culturale ma piuttosto il desiderio, biecamente commerciale, di promuovere e vendere libri approfittando della presenza di autori-personaggio che funzionerebbero, in questo caso, da puro specchietto per le allodole. Una sorta di trasposizione in chiave “festival” dell’approccio fabiofaziesco alla cultura, per dirla in una parola. C’è senz’altro molto di vero, in questa critica, ma è un’osservazione che non coglie e trascura il fatto che Pordenonelegge è strutturata e pensata volutamente come manifestazione aperta e priva di connotazioni specifiche: è ovvia – e non necessariamente disprezzabile – la scelta di lasciare ampio spazio ai “grandi nomi” del programma (nomi che quest’anno sono stati quelli di Claudio Magris, Ian McEwan, Marc Augé, Peter Cameron, Tzvetan Todorov – solo per citare i

primi che mi vengono alla mente), capaci di catalizzare folle di persone disposte a trascorrere ore in coda pur di non perdersi l’evento-spettacolo, ma è altrettanto vero che il repertorio di proposte è talmente articolato e ampio che dimostra chiaramente la volontà di offrire qualcosa a tutti. A chi legge poco e a chi legge molto, a chi legge “mainstream” e a chi ama la poesia balcanica, a chi cerca l’incontro con il personaggio famoso e a chi è disposto ad aspettare ore in fila per ascoltare una lectio magistralis dal titolo “Paranoia. La follia che fa la storia”.
Pordenonelegge, insomma, punta tutto sull’ampiezza di una proposta che si apre davvero a qualsiasi tipo di pubblico. E lo fa, intelligentemente, con il preciso intento di essere qualcosa di diverso rispetto ai molti altri festival letterari, di più ampia portata e più lunga e nobile tradizione, a cui capita di assistere in questa stagione nel nostro paese. Pordenone non è Mantova, e ne è consapevole. Ed è per questo che il sottotitolo della manifestazione, in quattordici anni, non è mai cambiato, ed è ancora Festa del libro con gli autori. Festa, e non festival, insomma. Un posto a tratti vagamente caotico, segnato dalla presenza delle onnipresenti e diaboliche code di persone in attesa fuori dalle location dei vari incontri (altro cavallo di battaglia, in negativo, dei detrattori della manifestazione) in cui una macchina organizzativa davvero enorme si muove come un ingranaggio un po’ cigolante, ma in sostanza sempre operativo ed efficace, ai limiti del miracoloso.
Pordenonelegge vuole essere una festa, insomma, in cui il pubblico incontra gli scrittori. Semplice ai limiti del banale. E, evidentemente, condannato per questo a un certo tasso di caoticità; condannato alla presenza delle file di persone in attesa – inevitabili nel momento in cui si sceglie di rendere tutti gli incontri gratuiti, ad accesso libero e non prenotabili; condannato ad alternare proposte di qualità e di nicchia a proposte più “spettacolari”, in un’alternanza che può sembrare a volte un guazzabuglio con poco senso ma all’interno della quale è invece possibile per chiunque

costruire un proprio percorso, trovare una strada e un centro di interesse, combinare la partecipazione all’incontro irrinunciabile e la scoperta casuale di qualcosa che non si conosceva. Nonostante ogni disorganizzazione e ogni imprevisto, nonostante le molte e ragionevoli critiche, dopo quattordici anni Pordenonelegge è ancora capace di catalizzare un’energia che smuove, per un weekend, la vita di una anonima città di provincia. Ed è ancora capace di costruire percorsi di contenuto che vanno al di là del mero successo editoriale del momento, a promuovere la poesia e la scrittura, anche di autori emergenti, a lavorare in collaborazione con le scuole e con le realtà editoriali locali in un’ottica di ampio respiro, che guarda avanti nel tempo e lontano, un po’ al di là dei confini di questa che è e resta una piccola città. Una piccola città in cui, per qualche giorno l’anno, può capitare di ascoltare dietro ogni angolo persone che parlano di libri e di parole, che mettono in gioco se stesse di fronte a un pubblico che è sempre più numeroso, sempre più capillare e fluviale, sempre più disposto ad accettare le regole – anche fastidiose – del gioco pur di poterne fare parte.
Si può amare oppure odiare, tutto questo. Entrambi gli atteggiamenti, come dicevo, si fondano su buone ragioni. Ma – col mio sguardo dichiaratamente parziale – affermo senza tema di smentite che se si sceglie di amare questa manifestazione – pur con tutti i suoi limiti e i suoi vincoli – difficilmente si resta delusi.

1 commento a “ Pordenonelegge 2012 – c’è vita in provincia ”

  1. Paola

    Paola

    Giulia,ti prego,salvaci tu dall’anonimato!Colta,intelligente e soprattutto bella,il che non guasta, saresti capace di arricchire anche una spenta e grigia cittadina come Pordenone,ne siamo convinti.Presentaci,esponici le tue idee, le valuteremo insieme senza farci condizionare da altre qualità. UFFICIO PROPOSTE NOTORIETA'(orari ufficio)

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