Premio LiNUTILE del Teatro 3Q

3Q – Liberi esperimenti politici – messo in scena da Alessandro Federico e Valentina Virando della Compagnia Proprietà Commutativa – racconta nevrosi e debolezze di una società impossibile da ricondurre a un qualsiasi ordine, in cui ogni uomo è insieme vittima e carnefice di se stesso e in cui non esiste ricetta capace di opporsi al caos delle cose, fatalmente destinato a vincere.

Quarto e ultimo spettacolo della rassegna Premio LiNUTILE del teatro, del Teatro de LiNUTILE.

La storia messa in scena da Alessandro Federico e Valentina Virando (Compagnia Proprietà Commutativa) in 3Q – Liberi esperimenti politici è una storia di vizi, nevrosi, crudeltà e cucina, una vicenda che si regge sullo stesso equilibrio barcollante che tiene precariamente unite le persone e, di conseguenza, le società che esse costruiscono e in cui tentano di rispecchiarsi.

Ogni gesto rappresentato sulla scena sembra dimostrare senza scampo che qualsiasi tentativo umano di imporre al mondo un ordine, qualsiasi goffo sforzo di organizzare e controllare l’esistenza inventando per se stessi una prospettiva di gratificazione e successo, è destinato a scontrarsi contro i limiti della realtà, che è per sua natura un’entità complessa, che rifiuta tenacemente di farsi ricondurre a una ricetta semplice in cui ogni azione ha un senso e ogni ingrediente è presente in una quantità precisa, capace di rendere il prodotto finale commestibile e soddisfacente.

Non esistono ricette, nella concretezza del mondo vero, così come non esistono gesti rassicuranti capaci di mettere ogni cosa al proprio posto: esiste solo un continuo susseguirsi di imprevisti, avidità, terrori e debolezze, esiste solo un caos informe in cui il cibo è un rimedio palliativo a cui è però illusorio sperare di potersi aggrappare davvero, al momento della resa dei conti.

Come dirà alla fine della rappresentazione il Narratore di questa strana storia – uno stralunato, incongruo cowboy che entra in scena di tanto in tanto e dispensa al pubblico pillole di “morale della favola” assieme a struggenti canzoni country – la vicenda rappresentata è scombinata e inafferrabile, dominata da assenze difficili da colmare, da sottintesi che non trovano mai esplicita espressione.

Non ha senso sforzarsi di trovare un senso nel concatenarsi degli eventi raccontati, nell’economia di un intreccio che è per sua natura ellittico e incoerente: il significato, infatti, emerge da solo parallelamente al dipanarsi della storia, e si comunica a chi guarda in modo istintivo, travasandosi dalla scena allo spettatore sotto forma di angoscia, irrequietezza e sottile disagio, seguendo canali che non sono quelli della logica.

La vicenda si apre su un interno familiare: una coppia ricca e potente sta aspettando l’arrivo di un ospite importante, invitato a una cena che potrà cambiare per sempre la vita dell’uomo – politico ipocondriaco e irrequieto, dalla mascella prominente e dal fare artificiosamente sicuro di sé – e di sua moglie, donna arrivista e determinata, tutta tesa a inseguire il sogno di trasformarsi in un mero aggettivo, di diventare finalmente la “First”. I due aspettano – tesi e all’erta, stupendamente nevrotici – l’arrivo di Mister X, l’uomo che potrà cambiare una volta per tutte il loro destino e per cui hanno allestito una cena perfetta, preparata dai loro tre cuochi personali, scelti alcuni mesi prima tra un’infinità di candidati e capaci di realizzare, in cucina, tutto ciò che serve per dare alla vita l’apparenza di una solidità, di un ordine fondato sul caffè nero in tazza grande della prima colazione, sulla merenda della signora alle cinque esatte del pomeriggio, sulla tisana serale al finocchio che sgonfia e depura.

I tre cuochi – uno dei quali non entra mai in scena, rimanendo sempre una pura presenza segnalata solo da un paio di scarpe e da un cappello da chef bianco sospeso a mezz’aria – che completano il quadro familiare di questa coppia di successo, sono immagini desolanti e perfette di un mondo pieno di tic, compulsioni e manie. Nei gesti che riempiono la loro cucina riversano la loro sostanza di persone deboli e spaventate, imperfette e insicure, che si sforzano ad ogni costo di trasmettere alle loro azioni una spavalderia che non gli appartiene. Nell’equilibrio delle loro ricette, nella sicurezza dei gesti infinitamente ripetuti del tagliare, del frullare, del restringere e del diluire, nella geometria che porta alla realizzazione di piatti tanto perfetti quanto effimeri, c’è la ricerca di un ordine che alle loro vite manca e mancherà per sempre.

In questo quadro segnato da una scomposta e compressa ricerca di equilibrio, in questo mondo apparentemente perfetto in cui tutti tentano di trovare una qualche forma di sicurezza in ricette che non sono capaci, nella realtà, di fornire alcuna vera risposta, irrompe infine la tragedia: il misterioso Mister X, infatti, invia alla coppia un telegramma in cui avvisa che non potrà partecipare alla cena. Le ambizioni dei suoi ospiti mancati, però, sono destinate a realizzarsi ugualmente: nello stesso telegramma, il misterioso burattinaio che tira le fila di tutto il mondo rappresentato in scena avvisa i protagonisti che potranno comunque ottenere quello che desiderano, potranno ugualmente trasformarsi in un “leader” e in una “first”. Per farlo, dovranno solo pagare un piccolo, imprevisto prezzo: uccidere i loro tre cuochi. Senza ragioni, e senza perché.

Da questo momento in poi, lo spettacolo si trasforma in una sequenza di gesti in cui il senso diventa sempre più chiaro e – allo stesso tempo – sempre meno giustificato: ciò che succede si fa sempre più esplicito, e le scatole di plastica trasparente che costituiscono tutta la scenografia dello spettacolo si trasformano in modo sempre più evidente in bare e palchi di comizio, in tavole da pranzo sempre più vaste ma sempre più vuote, essendo scomparsi i cuochi capaci di imbandirle. Mentre gli eventi precipitano e si manifestano nella loro spaventosa evidenza, però, le ragioni a loro sottese si fanno minuto dopo minuto sempre più incomprensibili, inafferrabili, incapaci di entrare nella griglia di una logica anche solo apparente.

La ricetta che regge il mondo si fa sempre più caotica, e la vicenda si conclude in un crescendo vorticoso in cui – sulle note della gastronomicissima musica di Rossini – gli incubi dei protagonisti prendono corpo e il loro apparente successo si trasforma in una trappola di infinito disordine, in cui è impossibile portare anche solo una briciola di senso.

L’intera rappresentazione si regge sulle doti dei due unici attori in scena, che ricoprono tutti i ruoli trasformandosi di volta in volta nel politico, nello chef erotomane e nel cowboy-narratore, nella moglie arrivista e nella cuoca nevrotica con il vizio del gioco. La trama di questa storia che non è una vera storia trova il suo senso solo nei corpi degli attori che la recitano, capaci di caricarsi di tutte le nevrosi e le angosce del mondo che vogliono raccontare e di evocare con ognuno dei loro gesti un intero universo di immagini.

In questa recitazione lucida e tesa, il cui il ritmo non cede nemmeno per un istante e in cui tutto è estremamente studiato, calibrato, volutamente artificioso ed eccessivo – e proprio per questo più angosciante e più potente – ritroviamo il senso di questo spettacolo che, a dispetto del titolo, non vuole raccontare un esperimento politico ma piuttosto mettere in scena la degenerazione di una società in cui gli uomini tentano disperatamente di trovare qualcosa a cui aggrapparsi ma in cui ogni ricetta si scontra contro le barriere impossibili superare dell’umana debolezza, dell’eterno non-senso della vita che rimane impossibile da redimere.

Non ci sono gesti capaci di costruire equilibri posticci, non c’è scampo alla debolezza propria dell’uomo in quanto uomo: ci sono solo ricette a cui provare ad affidarsi, sperando che siano quelle giuste, senza però illudersi di trovare in esse la soluzione al proprio umano bisogno di un ordine e di un senso che continueranno sempre, tenacemente, a sfuggire, come gli ingredienti segreti di un piatto troppo perfetto per essere realizzato davvero.

Teatro de Linutile Cibo Date
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