Premio LiNUTILE del Teatro La spremuta

Beppe Casales racconta la storia di due vite molto differenti tra loro, che finiscono per incontrarsi durante la rivolta dei migranti a Rosarno, nel gennaio 2010. Uno spettacolo forte e caldo, sempre efficace e a tratti divertente, che in un’ora riesce a toccare temi importanti come la mano della ‘Ndrangheta in Calabria, le carceri in Libia dove i prigionieri vengono torturati, l’odio leghista e la negligenza dei giornalisti italiani.

Primo spettacolo della ressegna Premio LiNUTILE del Teatro, del Teatro de LiNUTILE

È l’8 gennaio del 2010. A Rosarno fa freddo, e c’è una rivolta in corso. Neri contro bianchi, come in una partita a scacchi giocata per rabbia e disperazione. In una strada semideserta, si incrociano gli sguardi di due giovani, nati entrambi nel 1980, ma con molte differenze: uno sradicato e vagabondo e l’altro profondamente radicato, uno prepotente e volitivo e l’altro piegato da anni di sofferenza e schiavitù. Antonio, bianco, criminale e intoccabile, e Daniel, nero, innocente e senza alcun diritto di esistere.

Quello che è successo prima, in Africa e in Italia, quei percorsi nello spazio e nel tempo che hanno portato a questo momento, il momento in cui Daniel e Antonio si guardano, e due carabinieri devono decidere da che parte starà questa volta la giustizia, è la sostanza del racconto di Beppe Casales. Il quale con una voce gentile dai molti accenti costruisce la narrazione, stende i fili delle esistenze, e infine li annoda in un unico intrico indissolubile e insolvibile, un concentrato di istinti, paure, sofferenze.

La voce calda e la gestualità a volte soffice, a volte esplicita fino alla crudezza, avvincono e inchiodano, tengono letteralmente con il fiato sospeso per tutta la durata dello spettacolo. I colori caldi del tavolo di legno e delle arance (i soli oggetti sulla scena insieme a uno spremiagrumi anch’esso giallo, un bicchiere e una bottiglietta d’acqua) consentono di concentrarsi sul fluire delle parole e di lasciarsi portare via.

Daniel Allen è un giovane nato in Nigeria, che insegue il sogno di andare a terminare l’Università in un Paese in cui le tasse costino meno che nel suo. Decide di andare in Italia perché qualcuno gli ha detto che gli Italiani sono gentili. Attraversa il deserto e la Libia e viene più volte arrestato e torturato, viene portato nella prigione di Mişrātah, infine riesce a imbarcarsi e giunge a Lampedusa, poi a Rosarno. Non sa quasi nulla dell’Italia, e nemmeno cosa sia la ‘Ndrangheta.

Antonio Bellocco è nato a Rosarno, figlio di ‘ndranghetisti, e mafioso a sua volta. L’Italia in quegli anni assiste al boom della Lega, che forte del consenso popolare alza i toni e si scaglia con violenza contro gli stranieri. (Ma la Lega, dice Casales, non è razzista, perché le razze umane non esistono.) Nel frattempo, a sud, le mafie controllano indisturbate il territorio: la storia più emblematica è quella, infinita, della costruzione dell’A3 Salerno-Reggio Calabria.

A Rosarno centinaia di stranieri come Daniel raccolgono le arance rosse. Gente che ha affrontato il dolore e la morte, che ha camminato sospesa sul limite per mesi, forse anni, prima di arrivare in Italia. Gente che ha dovuto compiere la scelta di salire su una barchetta fatiscente solo perché l’alternativa al Mediterraneo, una volta giunti alle sue coste, è il carcere libico o la morte nel deserto. Ora alcuni di loro sono qui, nel nostro sud, a raccogliere arance o pomodori in condizioni prossime alla schiavitù.

Nel 2008 a Rosarno nasce una manifestazione spontanea e pacifica. In seguito a questo, due giovani africani vengono uccisi per strada: è la rappresaglia della ‘Ndrangheta. E a quel punto si rompe qualcosa. La rabbia monta e dilaga, e gli stranieri tornano a riversarsi nelle strade, ma questa volta, armati, iniziano ad incendiare e spaccare. A loro volta, coloro che controllano il territorio escono dalle loro case armati. A questo punto, con l’incontro tra Daniel e Antonio, la storia si conclude.

Casales alterna con maestria drammaticità e momenti comici, a tratti misurando e a tratti esasperando i gesti e i toni. Il resoconto dei fatti è accurato e si basa su dettagli precisi, e mira a individuare le cause, le radici di ogni fatto. Come dichiara lo stesso Casales, la sua intenzione è seguire il solco tracciato da Marco Paolini, e infatti il suo è puro teatro di narrazione, in cui la costruzione del racconto e il ritmo della recitazione sono interamente affidati all’abilità dell’attore-autore. A partire dalla nascita di Daniel e Antonio, i fatti si concatenano e tutto sembra collegato: la costruzione della Salerno-Reggio Calabria, le prime elezioni in cui la Lega prende molti voti, i rapporti omertosi tra Italia e Libia al tempo di Gheddafi, le piccole vicende di razzismo che si manifestano nel nostro Paese.

Tutto precipita, necessariamente, verso la conclusione, ovvero il momento in cui Antonio e Daniel si fronteggiano pronti a colpirsi e forse uccidersi a vicenda. Tutto è legato dal filo rosso della spremuta di arance. Forse perché spremere delle arance con lo spremiagrumi è un gesto semplice, familiare e salutare, un gesto che esprime cura; perché dietro a questo gesto per noi semplice e familiare si nascondono storie complesse e lontane nel tempo e nello spazio, storie che noi non conosciamo perché chi ha il compito di informare non si prende la responsabilità di svelare i meccanismi veri e nefandi su cui si fonda il nostro Paese.

O forse, più semplicemente, la spremuta è il simbolo universale di un meccanismo che sembra sopraffare questi uomini, “spremuti” all’interno di qualcosa di incontrastabile e disumanizzante come la ‘Ndrangheta, l’odio immotivato, o il destino.

Teatro de Linutile Cibo Date

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