Produci, Consuma, Crepet - anteprima

Ke kos’è la Kultura? Quella “di” e “per la” massa? Un filo teso tra la bestia e il superuomo, tra Paolo Crepet e Lindo Ferretti, midcult e dissoluzione? Hanno ragione quelli affetti dal culturame da discount o i CCCP?

Giovanni Lindo Ferretti non poteva sapere che un giorno ci sarebbe stato Paolo Crepet. In realtà Crepet è più vecchio dell’ex soviet-punk di soli due anni mentre parecchie primavere separano entrambi dal sottoscritto, che per un insondabile gioco del destino si è ritrovato, nello stesso periodo, a riscoprire i CCCP e a leggere un libro di Paolo Crepet. Dadaismo del karma.

L’episodio risale, all’incirca, a due anni fa. Un’amica prodiga di consigli un giorno mi scrisse in chat:
«Se vuoi avere successo con le donne devi leggere libri. Tipo per le estetiste può andare bene la bio di Lory del Santo». Lei aveva delle amiche estetiste.
«Qualcosa di più edificante per la mia sottile autostima?», chiesi.
E lei: «Beh se punti a qualcosa di culturalmente più elevato, tipo delle impiegate che vanno al cinema la domenica, o a delle giovani supplenti che attenderanno tutta la vita per diventare di ruolo, o a delle aspiranti poetesse reduci da istituti turistico-magistrali, vai di Paolo Crepet».

Per questo motivo sono andato a prendermi il saggio Sull’Amore. E qui si chiude il cerchio: da una parte Morire, l’inno dei CCCP allora in heavy rotation sul mio stereo, dal quale il celeberrimo anthem «Produci, consuma, crepa», dall’altra il libro di Crepet e di conseguenza il facile gioco di parole del titolo di questo articolo; nonché l’immediata associazione di idee tra vita e morte, Eros e Thanatos, il sale e il pepe dell’esistenza. Ma non solo questo: anche il gap generazionale che separa la subcultura anni ‘80 dal culturame del nuovo millennio.

 

Il libro non tradì le attese: era esattamente quello che potevo aspettarmi da un libro di Paolo Crepet titolato Sull’Amore.

Tuttavia, intendiamoci, faccio parte di quella scuola secondo la quale si può ricavare qualcosa di buono da qualsiasi cosa che leggi, film che vedi, persona che conosci, anche trattandosi di un libro di Crepet, di un film di Ozpetek o di una matricola del Dams.

Nel caso di Sull’Amore, ad esempio, ho capito che il “fabiovolismo” non è solo una facciata antropologica ritratta da romanzi, aforismi e programmi radio, e che dietro a tale fenomeno esiste pure una certa letteratura. Migliaia, per non dire milioni, di Madame Bovary italiane (e italiani) hanno in questo modo l’opportunità di leggersi la loro Éducation Sentimentale con un Flaubert in meno ma con un Crepet in più.

Vi dovesse capitare tra le mani, la parte migliore del libro è quella in cui Crepet dice che basterebbe contare i negozi di articoli erotici per accorgersi di come il loro numero si sia raddoppiato-triplicato in dieci-vent’anni. Così come i night club, i distributori di profilattici e i siti porno. Un fenomeno che non rappresenterebbe di certo un cambiamento profondo nella capacità di conoscere le emozioni, dice.

Questo tipo di sesso, infatti, non dimostrerebbe che sappiamo amare meglio, anzi, proverebbe invece il contrario e cioè che la nostra società soffre dell’amore vissuto in termini di sessualità, ovvero di competizione sessuale.
Mancava poco che cominciasse a parlare di minuti e centimetri.

Questo passo del libro merita non solo per rendere chiara l’estrema profondità del Crepet-pensiero che tanto fa sospirare di meraviglia le casalinghe appassionate di patchwork, le impiegate che vanno al cinema la domenica e le aspiranti poetesse etc. di cui sopra, ma anche per il fatto di sollecitare l’immaginazione di un lettore che come me gode nel figurarsi Paolo Crepet in un sexy shop intento ad acquistare una bambola gonfiabile (poiché davvero non riesco ad immaginare un potenziale acquirente di bambole gonfiabili che non sia diverso da allegri guasconi alla vigilia di un addio al celibato di un loro sfigatissimo compare o Paolo Crepet).

Naturalmente, nella mia testa, la bambola di Crepet assume la fisionomia di Isabella Santacroce, feticcio erotico imperante – letterariamente ma anche letteralmente parlando – nell’immaginario di coloro che leggono i libri della Santacroce vedendo in lei un nume tutelare di massima, borghese, poetica ed anticonformistica sessualità. Stiamo più o meno parlando dello stesso target stile Madame Bovary degli anni 2000. Del resto, lo fa capire pure Crepet nel suo libro, che se fino a qualche tempo fa si era soliti sognare il “grande amore”, ora può andare benissimo anche un po’ di sadomaso.

Nel caso qualcuno vorrebbe che arrivassi al punto, eccolo qua: vi esorto ad entrate in una libreria. Lasciate stare quelle piccole e indipendenti, parlo delle grandi distribuzioni, quelle che tengono per le palle l’industria culturale ed i cervelli di milioni di utenti. Perdetevi pure tra gli scaffali di un tale supermarket di romanzi, bestseller e guide turistiche. Bighellonando in giro potrà capitarvi di finire in una zona morta contrassegnata dalla targhetta “saggistica”.

Tonnellate di opinioni non richieste tra le ricette della Parodi e le facce di opinionisti non richiesti che avrete sicuramente visto almeno una volta in tv, ad esempio da Vespa, per il caso di Avetrana, o a Pomeriggio Cinque. E vi sovverrà l’eterno, e le morte stagioni, ma soprattutto la presente e viva e il suon di lei. Vi trovate nel tempio di un midcult trasversale.

Potete incrociare Crepet tanto quanto Galimberti, Luca Sardella tanto quanto Umberto Eco, Rosanna Lambertucci, Dario Fo e i testi di motivatori psicologici tanto quanto Antonio Socci, Alfonso Signorini e l’ultimo di Eugenio Scalfari. Queste librerie fungono da mappature sorprendenti di una determinata intellettualità di massa: ed è qui che l’urlo di Lindo Ferretti giunge con la macchina del tempo.

Il feroce trinomio «Produci, consuma, crepa» arriva come il ruggito di una chimera che puzza di naftalina e vecchi squat. Quell’urlo che ora ti mette in guardia e ti racconta di come quello stesso capital-consumismo, lacerante, alienante, desumanizzante, che non faceva dormire sonni tranquilli all’ex soviet-punk nei primi ‘80, si sia impossessato della “cultura” ed abbia prodotto nella mente della gente il bisogno di una letteratura intellettual-consolante, vagamente emozionale e culturalmente esaustiva per la sensibilità e le aspettative di un ceto medio affogato in quella stessa “fantasia passiva di spazi non riempiti” teorizzata da Musil.

Senza voler fare gli sboroni, tutto ciò significa una cosa molto semplice: la vita del migliore dei mondi possibili è talmente una merda che bastano certi libri per mantenere la pace dei sensi. Ecco perché c’è gente che, come il Lindo Ferretti degli anni ‘80, a tale “pace dei sensi” preferisce, ancor oggi, la guerra, e quindi sfuggire alla catena di montaggio.

Del resto, se nella prima fase del postmoderno il “delitto capitalista” era più evidente, con le lotte sindacali e le rivolte studentesche, ai giorni nostri l’anestesia risulta più efficace, grazie anche ad una cultura dell’intrattenimento che funge da ricostituente dell’anima, proprio come una pubblicità della crema anticellulite. «Produci, consuma, crepa», ma ora, oltre alla Standa, a darti una mano c’è pure Crepet.

Se avete presente il testo della canzone di Lindo Ferretti («Sbattiti, fatti, crepa/cotonati i capelli, riempiti di borchie, rompiti le palle, rasati i capelli/crepa, crepa, crepa») sapreste che nemmeno l’autodistruzione delle droghe o la ribellione dello stile costituiscono la via giusta da intraprendere, ma solo un’effimera scorciatoia. Altro discorso, invece, per l’immolazione.

Domanda: una società di “smart phones and stupid people” che ha già somatizzato Pasolini come santino alla moda e che pensa alle vecchie militanze di una volta come a dei blockbuster della memoria, anche se rifiuta l’imprinting cristiano-cattolico o i dogmi reazionari dei Giuliani Ferrara di turno, e che legge i libri di Travaglio & Co come fossero romanzi Harmony, salvo poi esorcizzare la propria indignazione annuendo a ritmo ai monologhi di Ascanio Celestini come se si trattasse di un concerto dei Rage Against the Machine, ecco, una collettività di tale nervo e spirito dove potrà mai andare a finire? A rieleggere il governo Monti, direbbe qualcuno.

In realtà la vera domanda da un milione di dollari è la seguente: esiste o meno il diritto di essere mediocri, sempliciotti e piccolo-borghesi? Verrebbe da dire di sì. Il diritto, ma non l’esigenza. E ad ogni modo, anche se la democrazia lo concede, l’annichilimento non è mai una cosa bella. È un po’ lo stesso discorso del colesterolo: chi può impedirti di accumularlo nelle vene? Nessuno.

Certo è che non fa bene andare avanti a flebo di cotechino, così come vivere fuori dal mondo cibandosi di vitamine e cibi macrobiotici in cima al Parnaso degli Stronzi con le toppe della giacca sui gomiti.

Occorre quindi arrivare a delle conclusioni. Paolo Crepet, contrariamente a quanto non possa suggerire l’assonanza, non potrà mai essere così letale come un infarto o un ictus, ma al contrario può dare delle risposte utili a giungere al Nirvana della placida contemplazione del nulla, ad approdare al rassicurante limbo del “sto-bene-così-perché-sono-sicuro-che-quello-che-ho-e-quello-che-sono-costituiscono-il meglio-di-quanto-un-essere-umano-possa-intuire-ed-immaginare (poiché non sono in grado di sognare o concepire dell’altro)”.

Cosa che, per la gente che la pensava come Lindo Ferretti, equivale a morire. Personaggi che, con gli anni, sono poi finiti a credere in Dio e a votare Lega Nord (quelle con Palmiro Togliatti non erano, dopotutto, solo piccole divergenze).

Ora, se dovessimo moltiplicare la cosa per milioni di individui onnivori, per non dire bulimici, di iniquità pseudo culturali ed aspettative da lobotomia cerebrale, ci ritroveremmo per le mani una società fatta di ciccioni con disturbi di personalità e con un alto tasso di colesterolo, a rischio infarto, che non potrà permettersi l’assistenza sanitaria per tutti.

A questo punto qualcuno potrebbe ipotizzare di ripristinare i gulag: ovvero luoghi di villeggiatura nei quali gli ospiti non erano soliti preoccuparsi delle complicanze cardiovascolari date dal proprio adiposo edonismo borghese. Proprio come dicevano i CCCP: occorre essere “Fedeli alla linea”. I comunisti sapevano come combattere i ciccioni.
Oggi, invece, con i CCCP si fanno le olive ascolane.

Insomma: la questione è vecchia e spinosa. Che cos’è la cultura? Quanto fa bene la cultura di massa, anzi, per la massa? Esiste la necessità di enunciare canoni culturali di riferimento? E chi li decide? Occorre davvero una Gestapo di intellettuali? Perché Crepet si è tagliato i baffi?

Questi ed altri quesiti esiziali attanagliano l’Io intellettuale di molti giovani ed aspiranti intellettuali, dubbi che solo certi fondamentalismi riuscirebbero a livellare attraverso la rigida militanza dell’ “ideologia del meglio” o, al contrario, l’isterica leggerezza del relativismo, compreso il suo più prolifico, e per certi versi identico, contraltare: il nichilissimo “sticazzi” cosmico-esistenziale.

Da una parte l’impegno, dall’altra il rifiuto: partigiani e cortigiani, cultura alta e censoria contro cultura bassa e libertina, e così via. Una battaglia che assomiglia a quegli stessi opposti millenari descritti in incipit: Eros e Thanatos, vita e morte.

Ancora una volta ci vengono in soccorso i versi di Morire, «Lode a Mishima e a Majakovskij», che Giovanni Lindo Ferretti salmodiava e ripeteva con estasi e trasporto. L’ex soviet-punk forse aveva ragione. Se il peso della vita contemporanea è così insostenibile da produrre il bisogno di un simile consumo di libri, di facce e di idee, che poi vengono considerati da una più o meno vasta collettività, o almeno dalle librerie, “cultura di riferimento”, va da sé che qualcuno potrebbe anche pensare che il suicidio non sia solamente un’opzione tra le tante, ma anche una valida alternativa.

P.S il titolo di questo articolo è stato tratto da un post di Dezgeist©

Produci, Consuma, Crepet

 

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