Quando la tv fu di ruolo

«Sono operatore. Ma veramente, essere operatore,
nel mondo io cui vivo e di cui vivo, non vuol mica dire operare.»

Pirandello, I quaderni di Serafino Gubbio operatore.

Mal comune – forse – o colpa dei tempi e dell’indole, ad avere ventisette anni e nostalgia di tempi passati, vissuti, o intravisti nei ricordi delle generazioni paterne, c’è da pensare che dalle ‘spalle dei giganti’ si veda ben poco se non nebbia e ombre. La storia potrebbe parere la stessa, la solita lagna dei ‘miei tempi’ o dei ‘tempi migliori’, quella dei ‘giovani d’oggi’ e di ‘quando ero piccolo io’, l’infelice guardarsi alle spalle immaginando fortune negate ai figli del secolo nuovo. E magari è così.

La riflessione nasce, figlia di postmoderni intrattenimenti serali, qualche tempo fa di fronte a un televisore d’appartamento studentesco e un programma tragicamente cristinaparodizzato, tra il pasto serale e i soliti compagni di svacco: confusa tra lo sfavillio catodico e il noise delle casse, la bionda Fiammetta (fuorvianti le rimembranze boccacciane), con natiche al vento e sguardo ambiguamente languido – eros e glaucoma – conduce Wild, un format per decerebrati ambiziosi che sta al documentario scientifico come il Cioè sta al Time. Quale il contributo – ci si è chiesti – di questa tv all’educazione e alla divulgazione rispetto ai tempi in cui Angela (Piero) entrava nelle case di milioni di italiani con Quark, Superquark, e compagnia bella? Va bene internet, perfetti il computer o la scuola dell’obbligo (endemolizzata anch’essa?), ma come negare o sottovalutare il potere formativo dello schermo e delle prime serate tv per alcune fasce d’età?

Dopo risate e commenti dal sapore d’apocalisse, il ricordo è andato ai palinsesti dei primi Novanta, alla qualità già discussa e discutibile delle tv commerciali e della pretesa autorevolezza cultural-popolare di quelle di Stato. Allora la lista, come in flusso di coscienza, di programmi, varietà, addirittura cartoni animati, che la mia generazione ha potuto vedere e che, a distanza di anni, può rivalutare. Ci si stupisce, oggi, a rivedere serie animate come Hokuto no Ken (Ken il guerriero) in cui, sullo sfondo di un mondo postatomico, personaggi psicologicamente caratterizzati con spessore d’autore intrecciano le proprie vicende ai grandi temi morali e filosofici; oppure basta ripensare alle prime stagioni de I cavalieri dello zodiaco per impressionarsi di fronte a sceneggiature da teatro tragico classico con tanto di dialoghi, cori e monologhi che non risparmiano riferimenti colti (è il caso, ad esempio, di Pegasus che a più riprese cita Dante o Leopardi) e, pur suscitando sensazioni di smarrimento, rendono il senso di un approccio meno ingenuo al prodotto televisivo. A ben vedere, però, – e sono esemplari i primi due riferimenti emersi al ricordo – si tratta molto spesso di produzioni estere, per giunta approdate in Italia con parecchi anni di ritardo rispetto alla loro creazione mentre, sorvolando i programmi nostrani, accanto al citato Quark, gli anni ’90 offrono i livelli di gusto e costume di Buona Domenica, di Non è la Rai, di Studio Aperto, tanto per dirne qualcuno.

Questi i varietà e le trasmissioni da studio ma la situazione non è tanto più serena se si scorrono i titoli delle fiction e delle serie tv di questi anni e di quelli: tralasciando storie di preti e commesse pensate e girate in casa nostra, si spazia da produzioni para-hollywoodiane con storie di avvocati, medici o militari vittime della propria umanità ma protetti da ‘sani’ principi morali che, come tanti piccoli Capitan America, affrontano la quotidianità con eroismo e qualche battuta di spirito (le stesse dall’«Adrianaaaa» di Stallone) a importazioni mitteleuropee di polizei, inseguimenti ed esplosioni a basso costo. Qualcuno, come il mio compagno D, potrà obiettare che questo non è tutto, che negli ultimi anni abbiamo potuto goderci serie tv di qualità cinematografica, tutt’altro che low budget, d’importazione – certo – ma non per questo da snobbare; e penserà a Heroes, Lost, forse a Prison Break o vattelappesca. E parlando d’Italia, aggiungo io, non si può parlar male della fortunata serie di film tv che mette in scena le indagini de Il commissario Montalbano scritte dall’agrigentino Andrea Camilleri e interpretate, nel ruolo di protagonista, dal bravo Luca Zingaretti, ma si tratta di una mosca bianca, quasi l’impronta di un filone ben radicato in altra epoca nella tv pubblica.

Perché c’è stato un tempo in cui la qualità del prodotto sembrava il primo proposito di chi faceva televisione (poi c’erano censura, politically correct, Dc, commissioni e storie vecchie – ma non importa), di chi ci metteva la faccia e chi la firma e, volendo qui dare un solo taglio alla breve indagine, si escludano i Mike, i Pippo, le Mina e gli Alighiero e i loro i loro ospiti, i cantanti, i comici, i monologhisti e le famiglie del boom: stiamo parlando degli albori della tv in Italia, della seconda metà degli anni Cinquanta (ma anche dei Sessanta e dei Settanta) e del fenomeno conosciuto col nome di sceneggiato televisivo, locuzione che fu abbandonata in favore del più accattivante fiction che, pur non corrispondendogli perfettamente dal punto di vista semantico, evidenzia uno degli aspetti principali di quel filone (e tradisce le aspettative degli spettatori che di fiction tv sentono parlare oggigiorno). Nella sua accezione più comune, infatti, il termine inglese si riferisce a “narrativa, letteratura in prosa”, a quelli, cioè, che sono molto spesso i temi e gli spunti dello sceneggiato, mentre il termine italiano riferisce dei modi, della scena, della teatralità e della scrittura per la tv.

Prima di vederne qualcuno da vicino, ecco una rapida lista di titoli trasmessi dall’allora Canale Nazionale:

Piccole donne (1955), Cime Tempestose (1956), Jane Eyre, Orgoglio e Pregiudizio, Piccolo mondo antico (1957), Capitan Fracassa (1958), L’isola del tesoro, L’Idiota (1959), Tom Jones (1960), Delitto e castigo (1963), Mastro Don Gesualdo, I miserabili (1964), Le inchieste del commissario Maigret (1964-’68), La coscienza di Zeno (1966); La fiera delle vanità (1967), Le mie prigioni (1968), Le avventure di Pinocchio (1972).

Si fa presto a notare il peso di molti di questi titoli e il ruolo assunto dalla loro messa in onda per la popolazione italiana degli anni del boom, per quella parte di essa che, ignorante se non analfabeta (alcuni dati parlano di 13% degli italiani analfabeti tra il ’50 e il ’60 ma la distribuzione è disomogenea sulla penisola), che ha potuto avvicinarsi alla letteratura solamente attraverso un tubo catodico. Come spesso accade, addirittura, alcuni personaggi letterari hanno assunto, nell’immaginario collettivo, i tratti del loro interprete televisivo come, per citare un caso condiviso con alcune delle generazioni successive, il collodiano Mastro Geppetto, teneramente ritratto da Nino Manfredi nelle pellicole di Comencini.

Sceneggiato, si diceva, con chiaro rimando alla dimensione teatrale di questi prodotti, così sarà sufficiente fare qualche nome, solo qualcuno tra i più comuni attori, senza scomodare registi o sceneggiatori, per valutarne la portata: Giorgio Albertazzi, Anna Proclemer, Alberto Lupo, Gian Maria Volonté, Gino Cervi, Carlo Hinterman… l’intellettuale Mario Soldati, nel ’57, dirige il primo adattamento di un romanzo italiano, Piccolo mondo antico di Fogazzaro, con la voce fuori campo di Albertazzi, e pochi anni dopo cura sceneggiatura e regia di una propria raccolta di racconti polizieschi, I racconti del maresciallo, un grande successo di pubblico nel ’68.

Opere più complesse, che per molti sarebbero rimaste sconosciute, erano seguite da milioni di telespettatori rapiti dalle atmosfere e dalle interpretazioni degli attori: è il caso, ad esempio, de L’idiota di Dostoevskij adattato da Giorgio Albertazzi e diretto da Giacomo Vaccari che, tra il 26 settembre e il 17 ottobre 1959, fu seguito da circa 15 milioni di italiani e fece commuovere con Gian Maria Volonté nei panni di Rogozin, quasi anticipatore dell’imminente Sessantotto.

Erano tempi in cui non era necessario sponsorizzare un paio di occhiali da sole, un’automobile e un dentifricio nella stessa scena filmica, gli attori non erano residuati di qualche reality, la televisione aveva un solo canale. Non si può sempre aspettare che tornino ‘quei’ tempi, né eleggerli a modello dal quale ci siamo staccati; non si pretende, non si può, la letteratura in televisione. Rimane il timore, come in Serafino Gubbio, che neppure la mano che gira servirà più… speriamo, almeno, che la testa torni a farlo.


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