Hangar Bicocca

Applausi ed entusiasmo per lo show di Ragnar Kjartansson dello scorso 5 dicembre che celebra la riapertura di The Visitors e Islands, le due mostre attualmente in corso all’Hangar Bicocca di Milano. Un’ottima occasione per vedere all’opera l’artista islandese, per esperire la sua videoinstallazione che cita gli ABBA, e per esplorare l’arte schwittersiana di Björn e Dieter Roth.

Tra le opere in mostra all’ottima Biennale veneziana di quest’anno, ce n’era una che una buona parte dei visitatori probabilmente ricorderanno: si chiamava S. S. Hangover e il suo autore è Ragnar Kjartansson. Posizionata all’esterno, per la precisione alle Gaggiandre dell’Arsenale, se si era di passaggio risultava abbastanza facile imbattersi e trattenersi davanti all’installazione-performance dell’artista islandese.

Si trattava di una barca da pesca che si muoveva lentamente attorno alla piattaforma, con a bordo degli orchestrali vestiti in modo elegante e intenti a suonare vari strumenti a fiato. Suonavano una melodia malinconica, che rimandava a quel romanticismo nordico capace di fare la fortuna dei gruppi indie-folk provenienti dalla terra del ghiaccio, su tutti la triade Sigur Rós, Múm e Björk.

Il riferimento non è casuale: non solo perché Kjartansson è musicista ed è vicino a quella scena pur essendo parte del mondo dell’arte, ma anche perché alle convergenze stilistiche e al comune sentire ha saputo unire negli anni collaborazioni con vari musicisti islandesi più o meno famosi. Nell’arte di Kjartansson la musica gioca da sempre un ruolo importante, che si fonde ed è complementare a una visione dallo spiccato gusto teatrale – ereditato evidentemente dai suoi genitori, che lavoravano entrambi in quest’ambito –  percepibile in Hangover così come in altre sue opere.

Si dice che a uno dei party d’inaugurazione della Biennale Kjartansson abbia realizzato una performance – o forse sarebbe meglio dire uno happening – molto particolare. L’artista islandese avrebbe organizzato una specie di karaoke durante il party, e fin qui niente di speciale. L’elemento d’interesse è infatti un altro: i testi da cantare sulle basi non erano quelli originali, ma erano estratti da saggi critici sull’arte contemporanea selezionati dall’artista. Ecco, immaginate l’effetto, sia concettuale che formale, di un testo di Rosalind Krauss o di Hal Foster cantato sopra la base di una canzone pop, e avrete un’idea della delirante follia che anima questo 37enne artista nordeuropeo.

Per questi e altri motivi l’opportunità di assistere al concerto a ingresso libero dell’Hangar Bicocca, il 5 dicembre scorso, ha rappresentato un’ottima e più democratica occasione per vedere in azione dal vivo Ragnar Kjartansson. Inoltre, nella stessa sede c’erano (e ci sono ancora) due mostre di tutto rispetto, la cui riapertura e proroga sono state celebrate con l’esaltante evento dell’artista islandese.

The Visitors è il titolo della mostra di Ragnar Kjartansson in corso all’Hangar Bicocca, ed è in primo luogo una citazione dell’ultimo album degli ABBA, il leggendario gruppo pop svedese attivo negli anni Settanta-Ottanta. La mostra consiste in realtà di una sola opera, una videoinstallazione realizzata nel 2012 per il Migros Museum für Gegenwartskunst di Zurigo, composta da nove proiezioni su altrettanti schermi disposti per l’occasione in modo avvolgente.

L‘installazione appare fin da subito molto suggestiva soprattutto grazie all’oscurità in cui sono calati gli schermi, sospesi a mezz’aria e accompagnati dalla musica che risuona nello spazio. I nove schermi inquadrano ciascuno un musicista, ognuno in una stanza diversa di un’elegante villa immersa nella campagna: tutti i musicisti suonano la stessa canzone come fossero parte di un’orchestra sparpagliata però in luoghi diversi.

La performance deriva da un soggiorno di Kjartansson con alcuni suoi amici musicisti – hanno partecipato fra gli altri le sorelle fondatrici dei Múm, Kristín Anna e Gyða Valtýsdóttir, oltre a Kjartan Sveinsson, ex tastierista dei Sigur Rós – e mette in mostra il lato più riflessivo e malinconico dell’artista islandese, che però anche qui non si smentisce, presentandosi al pubblico nel modo più punk di tutti. Lo troviamo, infatti, immerso nell’acqua di una vasca da bagno, mentre suona la melodia con la chitarra e canta insieme agli altri il mantra della canzone, «Once again I fall into my feminine ways…», il cui testo è ispirato a una poesia composta dell’ex moglie Asdís Sif Gunnarsdóttir.

Assistere alla performance dall’inizio alla fine è un’impresa faticosa, e comunque non necessaria per apprezzare il lavoro. Ma se i 64 minuti di post-rock/indie-folk islandese, abbinato a inquadrature fisse, possono risultare un po’ pesanti alla lunga, The Visitors resta un lavoro molto affascinante e suggestivo. Kjartansson riesce a suggerire con grande naturalezza riflessioni ampie e complesse sulla femminilità e sulla più generale condizione umana, grazie a un intreccio molto affascinante fra le immagini e la musica, che potrebbe essere il post-rock ulteriormente dilatato di un pezzo dei Sigur Rós, uno tra quelli più folk e a struttura libera. Pensato già per la sua collocazione originaria a Zurigo calato in un ambiente immersivo, The Visitors è un lavoro emotivo e intimo, oltre che ipnotico nella sua ripetizione differente.

Va detto che la ripetitività un po’ ossessiva su cui si sviluppa l’opera è un elemento tipico di Kjartansson. Nella performance Bliss (2011), ad esempio, l’artista insieme a un gruppo di cantanti lirici si trovava a cantare l’aria finale delle Nozze di Figaro di Mozart per dodici ore consecutive. Oppure, nel suo lavoro per il padiglione islandese della Biennale 2009 s’impegnò a dipingere e ridipingere lo stesso soggetto ogni giorno per tutti i sei mesi di durata della mostra, riempiendo alla fine la stanza dei ritratti eseguiti (oltre che dei vuoti delle bottiglie di birra bevute). Anche la questione della durata assume quindi un valore correlato preciso e voluto, con il fine di esperire quello che l’artista chiama – si cita dal catalogo della Biennale di Gioni – “tedio divino”.

L’approccio più giocoso e autoironico Kjartansson lo ha riservato invece per An Evening of Country and Western, il concerto tenutosi la sera del 5 dicembre in occasione della riapertura della mostra. Dove la malinconia e la riflessione hanno lasciato il posto a un’euforia a tratti delirante, non senza sconfinare in una vena che potremmo definire tragicomica. 

Kjartansson si è esibito sulla Relatively new sculpture, un’installazione parte di Islands, la mostra di Dieter e Björn Roth, prediligendo un repertorio di musica country declinata nelle sue espressioni più bizzarre e contraddittorie.
Fra gli altri, si ricorda un pezzo del duo christian-folk dei Louvin Brothers che inneggia alla vita cristiana, ma il cui cantante – ha spiegato Kjartansson – era un pazzo violento e alcoolizzato; oppure Don’t you take it too bad di Townes Van Zandt, riguardo il quale l’artista ha detto «ci sono tante canzoni che parlano di cuori spezzati, ma poche che dicono “è tutto ok se vuoi spezzarmi il cuore”». Ma anche Il cielo in una stanza, una canzone che, sempre secondo Kjartansson, «è un’opera d’arte sulla trasformazione dello spazio», nonché il lieder An Die Musik di Franz Schubert. Per giungere all’apoteosi finale, quando l’artista, si è (parzialmente) spogliato, arrampicandosi sul bar provvisorio posto dietro la platea, concepito e costruito anch’esso come un’installazione dai Roth.

Lo show, cui hanno partecipato pure Dieter e Oddur Roth, oltre a qualche altro musicista collaboratore di Kjartansson, ha rappresentato il ponte di collegamento fra le due mostre, che in realtà risultano vicine più da un punto di vista concettuale che estetico. La videoinstallazione dell’islandese infatti è molto pulita ed elegante, mentre le sculture-assemblaggio di Björn e Dieter Roth si presentano sporche, polverose e caotiche.

Islands è composta di dipinti, videoinstallazioni, vecchi documenti, un’auto scassata e modificata e assemblaggi di oggetti di varia natura (strutture in legno, tubetti di pittura, fotografie, bottiglie di birra, televisori, musicassette, ventilatori…), utilizzati durante la creazione dell’opera stessa.
Questi assemblaggi ricordano la Merzbau di Kurt Schwitters: presentano una simile poetica da “secondario primarizzato”, dell’oggetto e della merce impolverati e sporcati, che recano i segni del loro vissuto e in generale del trascorrere del tempo. Una cifra esistenziale che nel caso di Dieter Roth comprende la sovrapposizione Fluxus fra arte e vita, oltre alla fascinazione per la materia e il suo processo di trasformazione temporale.

Sono questi gli aspetti fondamentali dell’arte dei Roth, evidenti anche in Solo Szenen (Solo Scenes), 1997-1998, opera composta da 131 monitor che mostrano alcune scene della quotidiana routine dell’ultimo anno vita di Dieter Roth; oppure in Selbstturm (Self Tower), 1994-2013, una torre fatta di centinaia di calchi in cioccolato dell’autoritratto dell’artista.

Degli assemblaggi di Islands è apprezzabile anche l’inclusione di oggetti tipici delle decadi scorse, specialmente gli anni ’70, ’80 e ’90. Ci si ritrova quindi davanti all’ormai estranea materialità di foto fatte con la Polaroid, musicassette e nastri magnetici sbobinati, videocassette con le loro interessanti custodie vintage (gli anni Novanta si possono oggi dire tali essendo ormai materia di vent’anni fa). Tutto dall’aspetto impolverato, caoticamente assemblato. Pronto a gratificare – citando il critico musicale Simon Reynolds – la nostra impellente “retromania”.

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