I fischi son fiaschi   di Alberto Bullado. Perché scrivere e pubblicare un articolo in risposta al collega Alessandro Bampa ed al suo ultimo articolo Il dovere di Contestare, esatto, perfetto, conciso ed esaustivo, all’interno del medesimo blog? Perché non trovo pienamente opportuno il messaggio che si potrebbe sottintendere nell’articolo, un’implicazione resa del resto ancor più esplicita dal titolo che in sostanza potrebbe legittimare quelle forme di contestazione altamente ingerenti, per non dire chiassose e fini a se stesse, come i recenti fischi prodotti nei confronti del Presidente del Senato Renato Schifani. A scanso di equivoci preciso che Schifani e la sua parte politica non mi piacciono affatto, così come al contrario trovo l’istruttoria di Alessandro Bampa non solo impeccabile ma pure doverosa. Tuttavia non mi possono andare giù i fischi che si sono sentiti durante la Festa del Pd di Torino, così com’è avvenuto in altre occasioni, per le ragioni che ora cercherò di argomentare. Punto primo: il fischio sta diventando un vizio. Fischi a Dell’Utri a Como e a Milano, costretto alla ritirata, fischi a Buttiglione e Gianni Letta a Venezia, a Franco Marini a Torino e a Mirabello ai danni di Fini. E questo considerando solo l’ultima settimana, perché se si dovesse andare indietro nel tempo si finirebbe nel subire gravi danni all’udito. Punto secondo: la contestazione, e soprattutto queste forme di contestazione, non testimoniano, a mio avviso, il risveglio di una coscienza morale e civile come qualcuno crede. Poiché l’idea di non far parlare un condannato per mafia nemmeno quando riveste i panni di un disattento bibliofilo, o di interrompere chi dissente da certe ortodossie (Marini e Fini) o addirittura chi rappresenta lo Stato (Letta e Schifani) è conseguenza pratica di un atteggiamento oggettivamente antidemocratico. Oltre che essere il pretesto, punto terzo, per chi tutti sappiamo, di poter cavalcare l’onda del vittimismo, facendo leva su una presenza mediatica, quantomeno in potere di replica, che per quanto avvilente gli è di dovere in qualsiasi democrazia occidentale. Come dimenticare la retorica del Partito dell’Amore impegnato nella lotta contro le forze dell’odio, oppure le facce offese da pesce lessi di Dell’Utri ed in ultima di Schifani durante il Tg Uno in prima serata? Interventi capaci di ostacolare la digestione ma ontologicamente legittimi, soprattutto in un sistema d’informazione dove la televisione di Stato, così come avviene in qualsiasi altra televisione di Stato occidentale, assume posizioni fisiologicamente filogovernative. Punto quarto: con i fischi occorre alzare il tono della voce. Grida chi non vuole privarsi del proprio diritto di parola così come grida l’opposizione, in un tripudio sguaiato e volgare che di certo non dovrebbe far gioire chi ha veramente a cuore la democrazia, il confronto e la libertà d’espressione. Altrimenti si rischia di far passare il concetto che la democrazia è anche il linciaggio di chi a seconda dei casi non è in linea con la voce del popolo o del governo. Punto quinto: i fischi erodono gli spazi dove esercitare la propria libertà di parola. Chi mai si ripresenterebbe in un luogo dove è stato fischiato in passato? Un idiota, non necessariamente un omertoso o un vigliacco. Per tutte queste ragioni io ritengo che Schifani & Co andrebbero lasciati in pace. Poiché ritengo che le loro parole, le loro facce, la loro storia personale, come ci insegna l’articolo del mio collega, siano sufficienti a raccontare la loro miseria. Lasciarli parlare, a mio modo di vedere, è il miglior modo di contestare certe posizioni. Un modo come un altro per ribadire un concetto molto semplice: lasciamoli che si scavino la fossa da soli. Ma questo non accade, perché esiste il vizio altamente pernicioso d’imporre veti morali pronti a tradursi in censure coatte e che rispondono ad un gioco intellettuale odioso. Tu Pinco Pallino che non rispondi ai miei parametri etici e civici non puoi parlare. Lasciando perdere la bontà oggettiva e condivisa di tali requisiti minimi, far tacere un avversario politico, recepito addirittura come nemico, è sempre sbagliato, soprattutto quando ci si dichiara a favore dei valori democratici come credo si professino gli attivisti del “paladinismo” antagonista. Altrimenti si rischia di far passare il concetto che il paladinismo antagonista abbia paura delle parole dell’avversario, come se possedesse la proverbiale “coda di paglia” e cioè la consapevolezza che quell’insieme infiorettato di menzogne e manfrine, mistificazione e sperma retorico sia in grado di conquistare, ancora una volta, il cuore, il cervello e le terga degli italiani. Questo perché non c’è nulla di meglio da prendere e portare a casa, proprio perché esiste il bisogno di credere nelle cazzate perpetrate da questi gentiluomini in doppiopetto liberi di fare il bello ed il cattivo tempo in quanto privi di un’opposizione adeguata. Le urne questo concetto ce lo gridano in faccia da ormai troppi anni. Nei fischi contro Schifani & Co io ci leggo l’inconsapevole manifestarsi di un complesso di inferiorità, di una paura cronica sollevata da un possibile confronto di idee e sulla sostanza che evade da altre contingenze di certo decisive, macroscopiche, sesquipedali, e che per forza di cose non si possono dimenticare del tutto, come l’ontologia professionale, la legalità, la coerenza, il cursus honorum e la fedina penale. Tutte tematiche che il buon cittadino ha già assimilato da sé senza aver per forza subito la pappardella giunta dall’alto dalla bocca dei profeti dell’antagonismo italiano. Certo, all’Italia mancano i buoni cittadini. Com’è anche vero che i buoni cittadini non si educano. Perché se anche fosse, uno che ne formi cento verranno fuori ripetenti, o mediocri. Magari chiassosi, ignoranti, beceri come quelli che vanno a fischiare sotto le platee o e che ripetono a pappagallo la lectio magistralis del professore di turno e cioè quella nutrita progenie che affolla siti, blogs, social networks: un bacino d’entropia tarantolante ed ipertrofico capace di intrappolare migliaia di utenti in un inutile attivismo da tastiera. Ma non è nemmeno questo il punto. Si tratta di adottare una prospettiva diametralmente opposta. Io credo che il buon cittadino, sul quale necessariamente si deve scommettere, non si educa nel merito delle proprie decisioni ma lo si stimola nell’intelletto. Lo si scopre affidandogli nelle mani non strumenti di indignazione di massa, come soap opere giudiziarie ed ossessivi stillicidi di scheletracci nell’armadio, com’è pratica assidua nella controinformazione italiana, da Santoro a Travaglio, ma donandogli un’autonoma coscienza critica che prescinda dall’imperio, ma parlerei anche di tirannia, della morale, figlia di un approccio politico manicheo (buoni e cattivi) e di un atteggiamento censorio francamente antipatico che, dati alla mano, in quindici e passa anni di contestazione non ha portato a nulla di rilevante se non dare continuamente in mano il paese ai soliti noti e a favorire la nascita e la crescita di iniqui movimenti di piazza di impronta populistica. Se vogliamo parlare di una reale conquista di valori civili non occorre educare la gente sulla malvagità dell’avversario – lui è il cattivo, il nostro nemico, abbiamo il dovere di fermarlo – ma fare in modo che la natura del proprio schieramento risponda, anziché ad un imposto dovere morale, ad un criterio intellettuale autonomo, indipendente, libero e soprattutto autosufficiente, sicuramente costruito anche sui fatti di cronaca, ma soprattutto sulle idee, sulla portata intellettuale delle proprie motivazioni. Altrimenti succede che quando il cittadino è chiamato a formarsi un’opinione a proposito di una qualsiasi questione esso è privo di strumenti razionali in grado di fornirgli da sé un’idea in merito. Ecco allora il rifugio deresponsabilizzante e vagamente autocelebrativo, quando non fisicamente ingerente nei confronti dell’avversario, nella controinformazione di consumo profusa a quintali dai soliti noti che in questo modo confondono il “fare del buon giornalismo” con il “fare opinione”, un’espressione che troppe volte non è passata per quello che realmente è: un depauperamento in termini di autonomia intellettuale oltre un vizio oscuro ereditato dal passato. L’induzione per mezzo del ricatto morale non è una conquista civile come si è portati a credere, ma un condizionamento arbitrario, per quanto legittimo e sacrosanto, e che come tale risponde a determinate esigenze che vanno dalle aderenze politiche di questo o quell’altro soggetto alla mobilitazione acefala di un popolo colpito dall’insofferenza e che ha raggiunto il limite: non esattamente un esempio di misura ed obbiettività. Sulla rabbia e sulla frustrazione non si può certo costruire una democrazia matura. Arruolamenti di questo genere non hanno nulla di salvifico ma sono espressioni di pulsioni alle volte spontanee, altre volte molto meno, di un’indignazione ancestrale che non può portare, come s’è visto, a nulla di buono. E la storia dovrebbe avercelo insegnato da tempo. Anche se si è spesso portati a credere che sia comunque preferibile il grido del morente piuttosto del silenzio marcescente del medesimo appestato. Occorre rendersi conto che a prescindere dai casi stiamo sempre parlando della medesima salma malata. Allora perché non sforzarsi nell’elaborare una diagnosi diversa e di conseguenza prodigarsi nella ricerca di un diverso metodo di cura?

3 commenti a “ Re: Il dovere di contestare. I fischi son fiaschi. ”

  1. conaltrimezzipd

    conaltrimezzipd

    Del resto però in Italia c’è un partito nato dal lancio di monetine a Craxi, che infatti è l’unico partito (quello di Grillo non lo è ancora) che non ha stigmatizzato i fischi a Schifani. Resta il fatto che se tu dici che c’è stata contestazione senza spiegare i motivi, oltre a non fare informazione, soffochi in un certo senso la libertà di espressione.

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  2. comunque sono d’accordo che fischiare e non lasciar parlare è fascista e antidemocratico e non va bene. Mi ricordo che due anni fa Scajola fu fischiato a Bologna alla commemorazione nell’anniversario della strage di Bologna, quest’anno non c’è andato nessun politico (probabilmente per evitare disordini) e si sono lamentati ed in effetti è scandaloso che non ci fossero politici però se ci vai ti criticano se non ci vai ti criticano lo stesso…
    Tempo fa alla Moratti furono persino rinfacciate le origini ebree durante una contestazione da parte di quelli che poi magari si ritengono di sinistra e parlano di diritti degli immigrati…
    Con le urla nascono solo dittature. Ma non va bene neanche tacere sempre.

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