di Giulio Vellar.

05/03/12 cena (compleanno mamma):

Tagliatelle al ragù 80 gr –  545 calorie Petto di pollo 100 gr – 110 calorie Tiramisù 50 gr – 192,5 calorie

Vomito tre volte. È uscito tutto. Tolgo il sacchetto di plastica dalla bilancia, il peso è più o meno quello del pasto. Mi peso. 52 chilogrammi. Ancora un po’ e ci siamo. Il retrogusto dell’acido gastrico che mi invade la bocca è senza dubbio nauseante, ma mai quanto i rotoli di grasso sui miei fianchi deformi. Ritorna il ricordo di quel giorno, quando mi dicesti che non eri più attratto da me.  Non facevamo sesso da un bel po’, ma pensavo fosse normale un calo del desiderio in un coppia insieme da tre anni. Ricordo il mio sguardo perso nel vuoto, le tue parole che mi risultavano confusi vaneggiamenti da pazzo. Le mie pupille fisse sulle tue labbra. Non ho capito molto, ma penso che tu mi abbia lasciato per un’altra troia anoressica. Lacrime che mi affogano il volto. È un macinato cardiaco, l’emotiva e ferrosa pietanza di un macellaio inesperto che, dopo avermi sgozzato, mi lascia dissanguare in piedi. Le mie ginocchia cedono mentre sento la porta d’entrata sbattere. I tuoi passi si allontanano. I tuoi passi mi calpestano, lasciandomi agonizzare. Sola. La felicità è una cosa stupenda, ma così instabile, purtroppo. Sono una bolla di sapone con problemi alimentari che fatica per proteggersi dal vento e non collassare al suolo. La bolla è appena esplosa. Striscio verso il comodino e m’arrampico malferma, strozzando singhiozzi pieni di muco e risentimento. Cammino verso la porta del garage, sorreggendomi ad ogni mobile per cercare un appiglio, un aiuto per sopravvivere e andare avanti.

Apro la porta. Mi guardo attorno e scorgo un tubo lasciato dagli operai della pulizia degli scarichi fognari. Lo prendo, lo attacco al tubo di scarico dell’auto fermandolo saldamente con lo scotch. Apro la portiera, mi siedo, giro la chiave e abbasso il finestrino, infilando il tubo nell’abitacolo. Mi chiudo dentro l’auto e aspetto. Aspetto. Aspetto. È un aerosol di monossido di carbonio, quel che resta di un rapporto in cenere. Lo inalo a pieni polmoni, ignorando la mia stessa bulimia d’aria. I bronchi si riempiono di ricordi cancerogeni, il vuoto passato si gonfia. Aspetto. Nulla è lasciato per sempre, nulla è così nostalgico. E la fine è color ciliegia. Color ciliegia. Il ricordo svanisce, mentre cado nel sonno. Vomito un’altra volta – per essere sicura – e lo annoto sul diario. Se sono qui a raccontare la mia storia, ovviamente sono sopravvissuta. Gli operai che avevano lasciato il tubo sono tornati poco dopo dalla pausa pranzo e mi hanno tirato fuori dalla macchina, portandomi in giardino. Arrivata l’ambulanza sono stata rianimata e salvata. Ancora viva. Ancora grassa. E allora, pensai, è il caso di fermarsi e fare il punto della situazione. Non si può camminare molto da zoppi. Se una gamba è in cancrena, sai bene qual è la scelta più ovvia. Da quel momento ho pensato di aver avuto una seconda possibilità. Una seconda possibilità di redenzione, di bellezza, di felicità. Tutte cose che potevo ottenere solo dimagrendo, a qualsiasi costo. Non sarei più stata una di quelle tristi ragazze sole e obese che si vedono nei film, sedute sul divano tutte le sere con in mano una confezione di gelato maxi al triplo cioccolato e vaniglia. Quelle che stanno a casa a piangere e rimpinzarsi, troppo grasse anche solo per alzare il culo e prendere in mano la propria vita. NO. NO. NO. Quando guardavo quelle bellezze di 50 kg camminare eleganti sulle passerelle e sul tappeto rosso di Hollywood rimanevo a bocca aperta, con gli occhi sognanti. Mi sembravano così felici e appagate. Desideravo quella felicità. Perché non potevo essere felice come loro? 

Un altro conato di vomito esce dalla mia bocca finendo nel sacchetto. 277 grammi. Beh, buono per i prossimi giorni. Prendo un pezzo di carta igienica e mi pulisco le labbra, poi vado al lavandino e mi sciacquo la bocca, sputando tutti gli eventuali rimasugli rimasti tra i denti. Gliela avrei fatta vedere, a tutti quanti. Anche a te, sì, anche a te, brutto stronzo senza cuore. Apro il vano dei farmaci sopra il lavandino. Scuoto la confezione di Guttalax per vedere quanto ce n’è ancora. È quasi finito. Ora è tardi, andrò a prenderlo domattina con calma. Per stasera mi basta questo. Bevo, e dopo una mezz’ora evacuo quel poco che non ho già eliminato vomitando. Bella e serena, m’addormento sotto le coperte, accarezzando la mia bella pancia quasi piatta.

Il giorno dopo mi sveglio verso le 11, mi vesto il più velocemente possibile (salto la colazione, così faccio prima) e prendo la macchina per andare in farmacia a prendere un paio di confezioni di lassativo. Mi guardo nello specchietto, guardo i miei lineamenti accettabilmente magri, i miei occhi, le mie labbra carnose. Mi mando un bacio, facendomi l’occhiolino. Sorrido divertita. Proseguo per la strada: a quest’ora in molti sono a lavorare, non c’è traffico. Mi concedo qualche altra occhiata. Ancora. Ancora. Occhiolino. Prima o poi i cadaveri che nascondi nell’armadio inizieranno a puzzare, quindi non gridare al mondo la tua sincerità. Ogni uomo ha il proprio loculo in camera da letto. Nero.

Per un’incongruenza sostanziale, il tuo sapore si esalta e arriva alla sua massima espressione prima di declinare. Amarezza… Dissanguato da una zanzara muori, osservando lei che succhia, se ne va, torna, succhia, se ne va, torna, succhia, se ne va, torna, succhia, succhia, succhia e succhia. Lurida bastarda ninfomane. Solo ora riesco ad osservare ogni singola sfumatura di quel momento: con il senno di poi sono tutti bravi a giudicare, ma del resto qual è il momento migliore per farlo? Disperata, ossequiosa, cancerogena, malvoluta, imbarazzata, nauseata. Voglio andarmene.

Cenere. Qualche fumatore del cazzo. Odore di pollo e grasso che bolle colando. Qualche obeso fumatore del cazzo. Fitte e bruciature sul 43 % del corpo. Un puzzle di vetri rotti, parti di un ex parabrezza. Fuoco sulla plastica che monta la pelle in un’ambigua fornicazione interrazziale di natura e artificiosità. Liquidi organici macchiano incivili, ma in modo artisticamente contemporaneo, il volante e le pareti della macchina, come fossero graffiti biologici di dubbio gusto. Ossa fratturate lacerano la cute mostrandosi – esibizioniste – al mio occhio pudico che prontamente discosta lo sguardo. Casto, e vigliacco.

Mille pensieri mi seviziano la testa, il dolore se ne va lentamente, lasciando la mente relativamente lucida. Nei pezzi di specchietto retrovisore riesco a distinguere i miei occhi. I miei bellissimi occhi azzurri. Quello che li contorna invece è qualcosa che non riconosco. Brandelli di pelle, carne e nervi scoperti. Pezzi sparpagliati alla cazzo che tentano di ricordarmi quello che una volta era il mio volto. Una carogna lasciata in vita che viene divorata poco a poco, lentamente, consapevole, impotente. Allora mi ritrovo così, ferita, più in là che di qua, cosciente e lucida. In lacrime. Sola. Di nuovo. Sconforto e incredulità. È più facile odiare che amare. Il mio solo problema è il mio distacco interessato. Mentire a sé stessi alla lunga può annientare, forse non lo avevo capito prima. Ora palpeggio una realtà che non vorrei, una realtà che mai e poi mai avrei desiderato.

Tutto il mio mondo, tutti i miei sacrifici deturpati e buttati nel cesso. Adesso la bolla è davvero esplosa e mai più si riformerà. L’odore acre della benzina accompagna i miei pensieri. Non sento rumore all’esterno dell’abitacolo. Non ci sono buoni samaritani pronti a salvarmi, questa volta. Così aspetto, mentre gocce di tristezza e rassegnazione segnano ogni secondo che passa prima che la benzina raggiunga una qualche parte elettrica. Spero, prego, imploro che questo accada, che tutto questo finisca una volta per tutte. Penso solo “la cosa che più adori, alla fine è quella che ti rovina”. Poi, più nulla.

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